Film: trame e trailer

A Dangerous Method

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( Il voto dei nostri lettori: 4,33 )
Titolo Originale:A Dangerous Method
Genere:Drammatico, Thriller
Sceneggiatura:Christopher Hampton, John Kerr
Anno:2011
Regia:David Cronenberg
Distribuzione:BIM Distribution
Interpreti:Viggo Mortensen, Keira Knightley, Michael Fassbender, Vincent Cassel, Sarah Gadon
Durata:93'
Sito Ufficiale:adangerousmethod-themovie.com/
Data uscita:30/09/2011

A Dangerous Method: la trama

Ispirato dall’opera teatrale di Christopher Hampton, A Dangerous Method racconta le vicende dei due padri della psicanalisi, Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e Carl Jung (Michael Fassbender), e del loro rapporto con una loro bellissima paziente e allieva, Sabina Spielrein (Keira Knightley), una delle prime donne a diventare analiste.

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A Dangerous Method: il trailer

Contributi aggiuntivi A Dangerous Method

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Nerofrank scrive:

Con Cronenberg non ci sia annoia mai, neanche quando l’argomento è così particolarmente intricato come la psicoanalisi e i suoi inizi. Nei suoi films le persone mutano,cambiano radicalmente, si stravolgono perfino, e anche questo caso non è da meno. Lo ‘scontro’ ideologico fra il maestro, Sigmund Freud (interpretato da un ottimo Mortensen) e il suo allievo migliore, forse addirittura il suo possibile successore, Carl Gustav Jung (interpretato anche qui da un bravissimo Fassbender)sui metodi di ricerca, e di guarigione, delle malattie (chiamiamole così) della pische umana. Così complessa, così varia e intricata. In mezzo a loro ci sta lei, così fragile ma anche così interessante da studiare, da capire e con la quale lasciarsi andare in un gioco pericoloso ma anche intrigante per capire non solo cosa possa averla ridotta così (capirne la malattia, come sostiene il maestro Freud) ma anche in che modo possa cambiare,favorendo le sue ambizioni, di diventare una brava psichiatra,i suoi sogni, le sue speranze (capirne la malattia ma aiutarla ad avere una nuova vita, quella che dentro di sè vorrebbe che fosse, come invece sostiene il discepolo Jung).Lo scambio di lettere, preludio ad una rottura netta fra il dio della psicoanalisi e il suo discepolo più bravo,è serrato.Malgrado le teorie del discepolo abbiano trasformato la sua giovane paziente, e amante, malata non solo in un promettente medico psichiatra ma anche in una mamma, lo hanno traformato, appunto, facendolo ammalare di nervi.Mentre piano piano si avvicinano i tristi e terribili accadimenti della Prima Guerra Mondiale che contribuiranno a stravolgere ulteriormente le vite di tutti e tre i protagonisti.

Dona scrive:

David Cronenberg non delude. Con “A dangerous method” presenta un quadro abbastanza preciso della nascita della psicoanalisi, ma riesce anche a rendere partecipe il pubblico dei sentimenti più intimi che dominavano gli animi dei tre principali protagonisti di quel particolare periodo. Colei che maggiormente si distingue per la sua interpretazione è sicuramente Keira Knightley che passa dalla Sabina schiava della sua malattia, ad una Sabina che non solo ne esce ma supera le sue nevrosi andando oltre, divenendo ella stessa medico; il tutto in un modo talmente naturale e reale che sconvolge. Gli altri due protagonisti, però, non sono da meno e il cast si rivela azzeccatissimo. Mortensen incarna perfettamente la figura di un Freud che si crede dispensatore di verità universali, che non racconta neppure i suoi sogni all’amico Jung per non perdere l’assoluta autorità che è convinto di avere su di lui; un Freud che però lascia trapelare il dolore causato dalla rottura del rapporto con colui che aveva designato suo erede diretto: per vero dolore o più per il dover prendere coscienza del fatto di essersi sbagliato sul conto di Jung? Fassbender, poi, è perfetto nel suo ruolo: inizialmente così fedele all’etica medica, così votato al maestro Freud, ma ben presto si rivela un personaggio fondamentalmente debole (o forse solo umano?!), preda dei suoi istinti. Una quarta figura, non in primo piano ma ugualmente importante, è quella di Otto Gross interpretato da Vincent Cassel (chi altro se no?!). La sua presenza si rivela fondamentale per la “trasformazione” di Jung, il quale, dopo aver trascorso un breve periodo con questo bizzarro uomo, cede al suo desiderio ed inizia la relazione con la Spielrein. Inizia così il tormentato triangolo Freud-Spielrein-Jung, non un triangolo carnale, bensì spirituale, intellettuale, che porterà alla definitiva rottura del rapporto tra i due grandi psicoanalisti. I caratteri dei tre protagonisti sono ben delineati; il regista non prende le parti di nessuno e allo stesso Jung viene data la possibilità di riscattarsi dal ruolo negativo che si era inizialmente creato. Cronenberg, comunque, riesce a non esasperare i toni, facendo, sì, arrivare allo spettatore i forti sentimenti che animano i personaggi, ma sempre in modo pacato, aiutato anche da certe inquadrature e da una scelta sempre azzeccata della musica. Non è di certo un film da vedere per puro “intrattenimento”; una pellicola piuttosto impegnata, che lascia dietro di sé una scia di forti emozioni.

Luca Ferrari scrive:

“Non so che farmene dei cardini dell’universo. Ciascuna vita è costellata da decisioni che in troppi sono decisi a vanificare. La libertà è un concetto molto spesso affiancato a un gesto. I brandelli del mio ego hanno requisito tutte le cicatrici rimaste”. Una nuova strada intellettuale si sta facendo strada nel mondo benestante alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. A tracciare il nuovo quadro, il maestro Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e il discepolo Carl Gustav Jung (Michael Fassbender). Un pensiero in principio comune, da cui il più giovane medico col tempo si discosta per approdare a convinzioni più filosofiche e non solo legate alla dimensione sessuale. Il divario aumenta fino a lasciarli su due mondi lontani. Jung racconta i propri sogni, Freud non ne fa parola per preservare la propria autorità. In mezzo a loro c’è anche la classe sociale a tenerli separati, ben evidenziata con una punta di malinconia durante il lungo viaggio in nave che porterà i due psicologi negli Stati Uniti. E poi c’è lei. Una paziente di Jung. Sabina Spielrein (Keira Knightley), poi diventata medico anch’essa. Decisa a scoprire, regredire, sfidare e indagare. Con “A dangerous method” (2011), film presentato in anteprima alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, David Cronenberg (La mosca, A history of violence, Eastern promises), all’ennesima e convincente prova cinematografica insieme al suo attore feticcio (Mortensen), si addentra in un mondo di domande che colpiscono oggetti tra le ombre. Le porte scricchiolano, e si aprono. Ognuno dei protagonisti, a modo suo, mette un piede in una carezzevole oscurità tra inconscio, ego e verità da accettare (accertare). C’è un’altra figura fondamentale. Un altro percorso. Ha a che fare con la società. Otto Gross (un barbuto Vincent Cassel), mandato da Freud a Jung. La sua massima “Il piacere è semplicissimo finché non decidiamo di complicarlo” colpisce. Confonde. Sguscia. È davvero così ovvio seguire la direzione che conduce alla libertà? Viviamo davvero in un mondo dove bisogna compiere qualcosa di “imperdonabile” per continuare a vivere? Forse la vita non ha bisogno di preghiere, menzioni o chissà quale perdono. L’impermeabile monotonia delle nostre convinzioni ci lascia sempre più l’anima immune alle ferite.

Eddie Morra scrive:

Pericolose intuizioni… La vita di chiunque si potrebbe circoscrivere, lapidariamente, a un rapporto psichiatrico d’anatemi che l’ammorbidiscano entro un “labile” labirinto d’intrichi che la sua storia tessè, un cammino di spensierata “vaghezza” che s’inerpicò per ostacoli a bloccarne il respiro, a ottunderne la mente e obnubilarla dentro il suo perimetro “freddo” o sanguinante pulsioni represse, che chissà per quanto giaceranno in un Limbo solo a sfiorarsi e mai ad affiorare.
Un virgulto tripudio d’emozioni, accudite e mai accaldate, raggelate in una misura che si frena, palpita ma non schiocca, intinta in cristallini torpori che son moribonde “tombe” dell’anima, a mordicchiarsi e premersi nelle vene, smorendole nell’apatia o in impeti che s’”euforizzeranno” troppo da gracchiar e poi diromper in urla di vaneggiamenti che furon trappole dei sospiri.

La vita di chiunque è un “quantunque”, immolato ai vissuti che si spalmarono, incendiati in lascivi crepuscoli o in un sorseggio timido alla Luna, quando l’adocchi silenzioso nel mormorio di romanticismi come vampiri cheti che si slabbrano nelle loro ferite, squarci melodici di virtù coccolate nel grembo, assopite per poi destarsi nella Notte, in un atmosferico boato che viaggerà ermetico dentro un’anima scolpita nel suo odore, nel suo dorarla o indolenzirla per “armeggiar” di candida morbidezza, o anche concupirsi nell’amore e nei suoi indistricabili profumi impalpabili, cangianti. Nel fremito roboante che si crogiola nel vago vento d’infinite corse nell’etereità o in slanci che lancian sfide a un Mondo, ossidato in mortifere baldorie a festeggiar solo mendaci chiacchiere per (non) saziarsi.

A volte, quando la svagatezza s’amareggia o il canto della malinconia si fa insopprimibile, mescolo purpurea levità alla retorica, in proclami che mi liberino da prigioni in cui mi castigai, o solo per librarmi, in fiamme di rabbia che scalcia, o perpetue afflizioni che sudan, membriche, leccando il bianco che si coagula ai dolori, patiti o inflitti nel “crocefiggersi” a una vita che, con perentoria costanza, ammanetta l’ardore & la carne, ne sevizia, di “stolto” masochismo, l’urlo che si mescerebbe all’intrepida nudità e nitidezza di te stesso se solo tu non fossi trepidante, ma una Bellissima “serata ubriaca”, il lindore dei liquorici “miei essere”, o non esserci pur vivendo d’essenza.

C’è sempre un’ombra di giaculatori ricatti che persevererà ad “affilarti” con le sue lame, un mostro a compatirti e a “porgerti” gentili omaggi per “perdonar” la tua troppa clemenza verso il Mondo, con un pianto ch’è solo ipocrisia che lagrima per la tua anima “diversa”. Che s’inietta il tuo struggerti per distruggerne incaptabili, enormemente gioiose, vivacità. Che si baciano, aggrappate, forse, solo ad altre illusioni, o a lustrar gli occhi, ormonalmente vittoriosi, per una minigonna in bicicletta, muliebre amplesso che forse neppur vivrò, ma scattò incendiario in una repentina fantasia di mia pelle che in Lei vorrebbe, disinibita, fondersi, macular in scremate tinte dalle foschie ora “garbate”, ora civettuole nel nostro immergerci l’un nell’altra, ammal(i)ati.
E’ solo vita che s’”addenta”, che, di cicatrici condivise, addolcendosi anche in virulente passioni, godendosi naviga. Ci perderemo nel nostro essercene incantati, dunque non c’incateneranno.

Intavolerai altre conversazioni ieratiche con tuo padre, “regredendo” a una “lentezza” saggia o esperendone gusti di vissuti che lui visse, immaginadolo giovane, o forse come sempre (non) è stato, come s’arrestò, “interruzione” fatale, e di come si ridestò, spattabilissimo signor che talvolta, innervosito, d’irascibili sue irrefrenabili “follie”, ammorba d’improperi, forse solo se stesso, è la blasfemia che tremava nel mostrarsi, che svergognata s’enuncia e annuncia che lui (lo) è.

Tutto procede per intuizioni, parsimoniose o ingannevoli a lacerarci, e non c’è filo conduttore nella fimografia di Cronenberg, se non condursi ove lo “incanala” la sua corrente, mente magmatica che affonda le sue radici, sconfinate, nel delirio, lo costeggia e se n’abbevera, imprimendosene per catturar il suo istinto, la Luce che lo “coglie” nel sonno o in visioni cabalistiche, tra realtà e plasmarla come vite che si domandano a “quanto ammontano”, ma poi montan, sempre leggiadramente imbizzarite o nella loro variegata bizzarria, anzi, si smontano per rimontarsi.

Una Donna “pazza” al centro nevralgico di qualcosa ch’è più d’una nevralgia, traumi inferti alla coscienza da curare, dal libro “The Talking Cure” di Christopher Hampton, da lui stesso adattato.
Inizia così, urlante e urlandoci, quindi, già quei mugolii strazianti d’un viso angelico che si “strappa”, si contorce e si sfoga dimenandosi pur anchilosato, Rattrappito, anzi, come dico io, indissolubilmente alla sua anima rapita, acerbamente legata perché forse, un po’ da tutto, n’è slegata o vorrebbe legarsi, quindi la legano al letto, la raffreddano con bagni “a incupirla” più che a scuoterla, a infangarla perché resista e combatta il suo “osceno & sporco”.
Un medico, professore delle sue teorie, Carl Gustav Jung, n’è affascinato e al contempo turbato, Lei è un demone innocente da “rendere se stessa”. Una fascinazione che diventa desiderio e passione, adulterina voglia di fuga, dalle costrizioni e dai rigidi codici ottocenteschi che furon soppressione troppo concettuale e altera del’anima. Ma, la storia, le tante storie forse, diventa(no) un ménage à trois, con un padre “putativo” forse paternalistico, che non abbraccia le derive “magiche” e gli approcci di Jung, il suo nome è un sigaro “monolitico” che sbuffa autorevole a ogni inquadratura, Freud, un Viggo Mortensen “canutamente” Sigmund, icastico nel ritrarlo quasi emergesse da una biografia dai contorni pittorici, così come gli incubi confidati, in stanze notturne d’interminabili discussioni a scandirsi nell’orologio della mente, della psiche, nelle sue (in)decifrabili e tortuose sinapsi, nella forza illuminante e rivelatrice dell’inconscio che, mentre l’assopiamo, ci sussurra chi (non) siamo.
Un clown, sessualmente esuberante e ossessivamente, compulsivamente nevrotico, quasi un’apparizione sibillina e “serpentella”, il trasgressivo Otto Gross (Vincent Cassel), “progenitore” delle rivoluzioni sessuali, dell’”orgia educativa” delle droghe”.

Il film passeggia, “lentissimo”, composto, classico come meglio non si potrebbe, di verbosità mai banale, introspettiva e “specchiante” fra Uomini che s’osservano mutarsi, si scrutano enigmaticamente, si coccolano in messaggi epistolari che (non) li scoprano, che si tendono le mani e “piangono” spesso da soli.

Film straordinario, cadenzato da squillanti suggestioni visive pur nella macchina fissa e nei primi piani di volti che si leggono, che noi intravediamo nelle loro emozioni, leggiamo coi nostri occhi.
Capolavoro che si screpola nella sua criptica “dolenza”. Forse, anche nell’abbandono di utopie che non vorrebbero lasciarli.
O nella geniale intuizione pericolosa, un’altra, di quella Donna “pazza”, Sabina Spielrein, un’immensa Keira Knightley. Isterica anche nella recitazione? No, per me soave. (Stefano Falotico)

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