Film: trame e trailer

Il grande Gatsby

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( Il voto dei nostri lettori: 3,90 )
Titolo Originale:The Great Gatsby
Genere:Drammatico, Romantico
Sceneggiatura:Baz Luhrmann, Craig Pearce
Anno:2012
Regia:Baz Luhrmann
Distribuzione:Warner
Interpreti:Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher
Durata:143
Sito Ufficiale:thegreatgatsby.warnerbros.com
Data uscita:16/05/2013

Il grande Gatsby: la trama

Baz Luhrmann firma la sua personale versione di Il grande Gatsby, adattamento 3D dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald. La storia ruota attorno a Nick Carraway (Tobey Maguire), un giovane del Midwest che si trasferisce a Long Island, New York, dove conosce il misterioso e carismatico vicino Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio) e viene trascinato nel suo mondo fatto di vita mondana ma anche ossessione e tragedia, che finisce per coinvolgere anche la cugina di Nick, Daisy Buchanan (Carey Mulligan) con cui Gatsby ha una sofferta storia.

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Il grande Gatsby: il trailer

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tatins scrive:

Baz luhrmann , registra australiano eccentrico che già aveva fatto parlare di se con un originale film come moulin rouge, e non solo, coglie tutta la bellezza poetica del romanzo di Francis scott fitzgerald creandone una fedele trasposizione cinematografica che è molto lontana dalla versione patinata interpretata a suo tempo da un comunque bellissimo e bravissimo robert redford…siamo si negli anni del boom economico americano prima della grande crisi del ’29 ma la scelta che sembra anacronistica di unire stile di quegli anni con la più assoluta modernità è assolutamente azzeccata! Lo si vede dai piccoli particolari di cui é costellato il film , come per esempio la penna che usa Tobey Mcguire per imprimere i suoi ricordi su un diario o la scelta di alcuni arredamenti all’interno della casa di Gatsby . La scelta inoltre di una colonna sonora moderna con nomi come gli U2 e altri è assolutamente interessante e del resto anche in moulin rouge si è rivelata di ottimo gusto. La figura dell’eroe romantico , di un uomo che sogna la felicità che purtroppo gli viene negata da una donna che non riesce a fare una scelta ma che si rifugia in un mondo fasullo e corrotto, la sua ascesa e la sua repentina fine ,drammatica, ingiusta è una grossa metafora ed è terribilmente attuale. Di Caprio si rivela un attore maturo, espressivo e assolutamente credibile in un ruolo che sembra tagliato su misura. Se non l avete ancora visto….ė davvero un peccato !

Magic Kismet scrive:

Dopo l’attesa di più di un anno, finalmente ieri sera sono riuscita a vedere il Grande Gatsby in 3D.
La cosa che più mi ha colpito di tutto il film, è stato scoprire quanto Baz Luhrmann fosse poetico ; ne avevo già il sospetto e questo film lo ha confermato tra i registi in assoluto più sentimentali del millennio.

Ho adorato ogni fotogramma, ogni ripresa e ogni inquadratura del suo film.
Mi sono innamorata e sono ritornata a credere nei sogni, solo ed esclusivamente per una sera.
Ho pensato, che tutto, potesse essere possibile e che infondo forse, se ci si crede davvero nessun sogno è inafferrabile.

Gatsby, un sognatore, un romantico, un Dandy.

Alternarsi di scene in cui le sfarzose feste di Gasby, lasciano il posto al suo malinconico e solitario volto, inquieto ed enigmatico ; insistenti inquadrature degli splendenti e scintillanti occhi azzurri, di Leonardo DiCaprio, che brillano, di luce e speranza verso un futuro che spera possa realizzarsi così come lo ha sempre desiderato.

Come tutti i sognatori, Gatsby deve scontrarsi con la dura e crudele, nonché cruenta realtà, amara come il fiele, distruttrice di tutto ; ma non per questo lui demorde, assolutamente.
Continua infatti, infettato da quest’assurda speranza, ad amare, a sognare di poter realizzare il suo più grande sogno ; avere Daisy, l’unica donna per cui sarebbe disposto a sacrificare tutto, l’unica donna per cui ha costruito la sua vita come un’impalcatura delle più sfarzose.

Dietro questo sentimentalismo, si nasconde però, la sua immatura fragilità, l’animo del ragazzino ripugnato dalla società che nonostante i suoi sforzi non riuscirà mai a sentirsi parte di quel mondo che tanto finge di idolatrarlo, ma che infondo lo disprezza, così come ancora oggi, si disprezzano le persone d’animo puro e si gratificano e rispettano quelle disoneste e corrotte.

Se dovessi quotare una frase come la più bella e importante del film è senza dubbio quella di Nick Carraway : “Sono solo dei farabutti, da solo vali più di tutti loro” ; in queste parole è racchiusa tutta l’autenticità di Gatsby, che purtroppo però, a quanto pare solo Nick riesce a vedere.

Tutto il film, ma soprattutto le insistenti inquadrature del cielo stellato mi hanno riportato con la mente a Moulin Rouge, un’altra pietra miliare del film romantico d’autore.

E che dire dei colori? Meravigliosi, deliziosi e incantati. Un mondo che sembra essere quello di una fiaba, il mondo che Gatsby ha creato, isolandolo da tutto il resto, ai margini della realtà, della vita vera, che è quella delle miniere, delle persone sporche di fuliggine che sopravvivono, senza sogni e senza più speranza.
Due mondi paralleli quindi in contrasto l’uno con l’altro, incompatibili tra loro, ma che nell’insieme conferiscono al film corposità e solidità.

La cosa in assoluto, che più ho apprezzato di questo film è che Baz Luhrmann è stato COMPLETAMENTE FEDELE al romanzo, senza alterarlo, senza appesantirlo, senza modificarlo. L’unico film che abbia mai visto in vita mia, rispecchiare per filo e per segno un romanzo. Per la prima volta, posso dire che lo avevo davvero immaginato così.

Consigliato a tutti quelli che, vivono di sogni, amano la speranza, adorano il romanticismo e combattono contro la fredda e insipida realtà.

MBacciocchi scrive:

Quarta trasposizione cinematografica del ben noto romanzo di Francis Scott Fitzgerald dopo la più famosa versione con protagonista Mr. Redford (e sceneggiata da Coppola). Chiarito il contesto in cui si sviluppa e prende vita l’opera del regista “Australia-no”, viene inevitabilmente da domandarsi se effettivamente la necessità di un nuovo adattamento fosse veramente così impellente. La risposta al quesito, ovviamente, ce la suggerisce la pellicola stessa: “NO!”
Ma è un altro l’interrogativo su cui si impernia l’intera opera e la cui soluzione ci viene fornita a piccole dosi durante le quasi due ore e mezza di film: “Chi è Gatsby?” Tutti ne parlano, i più abbienti lo invidiano, la gente bene lo ama a tal punto da odiarlo, ma nessuno, alla fine, lo conosce veramente, sa che faccia abbia, o quali segreti nasconda. E che importa? Tanto alle grandiose feste che il “big one” organizza nella sua umile e modesta dimora ci vanno comunque! Magari, poi, non lo riconoscono nemmeno se si ritrovano a sorseggiare sofisticatissimi drink fianco a fianco, però, l’importante è esserci!
La campagna pubblicitaria, che ha eccessivamente accompagnato la pellicola fino al suo tanto atteso debutto nelle sale di tutto il globo, ha fatto della magnificenza visiva e della grandiosità delle scenografie il proprio cavallo da battaglia. Nulla da dire su questo: la prima metà dell’opera altro non è che un continuo susseguirsi di party in pieno stile anni Venti, la tanto amata età del Jazz! Ho detto “Jazz”?! Volevo dire “Rap”! Mossa azzardata quella del regista e, secondo il parere di chi scrive a cui l’originalità di ambientazioni anacronistiche solitamente piace, totalmente fuori luogo: ehi, Baz, “vecchio mio”, hai toppato alla grande (di nuovo)!
Alla fine, di tutto questa maestosità visiva, eccessiva e gonfiata fino a scoppiare, di queste scene così pop e allo stesso tempo barocche, non resta nulla e, anzi, finiscono solo per stancare lo spettatore, che rimane piuttosto freddo e inerme davanti a questa sconfinata vacuità.
Poi, d’improvviso, le feste finiscono, Gatsby si palesa e manifesta le sue più antiche passioni mosse da un profondo sentimento d’amore per la biondissima e innamoratissima Daisy. Piccolo particolare: è spostata con un magnate tanto ricco quanto infedele. Questa è la trama, nulla di più: il solito triangolo amoroso, insomma, che finisce inevitabilmente per annoiare.
Chi ci racconta la storia nelle vesti di un narratore onnisciente e onnipresente è Nick Carraway, forse l’unico uomo che sia riuscito davvero a scavare fino in fondo nell’animo del misterioso Gatsby e che, pertanto, può ritenersi a pieno titolo suo vero amico. Ed è proprio il medico della clinica in cui è ricoverato, schiavo dell’alcool e ormai con i nervi a pezzi, che lo invita a narrare le sue memorie ed esperienze legate al personaggio di Gatsby. Questo è il collante che tiene insieme i frammenti che compongono il film, l’espediente ideato da regista e sceneggiatori, che si reputano geniali, ma che invece non hanno fatto altro che tradire l’opera originale di Fitzgerald.
Se poi pensiamo che i personaggi sarebbero dovuti essere la ciliegina sulla torta di un opera colossale come quella in questione, il fallimento è ancora più grande. Escluso il caro vecchio Tobey, magistrale nell’impersonare la voce narrante del film, amico d’infanzia tra l’altro di Leo (coincidenza?), le performance di un cast da milioni di dollari sono tutt’altro che memorabili. Anche Mr. Di Caprio, con la sua poco originale interpretazione di J.G., si mantiene fedele ai suoi cliché e stereotipi, nulla aggiungendo a quanto già visto nella rappresentazione degli altri personaggi di altre sue opere recenti (di ben altro livello, se mi è concesso). Stesso discorso per Carey Mulligan e Joel Edgerton, rispettivamente Daisy e Tom Buchanan; se volete apprezzare veramente il loro (indiscusso) talento, le pellicole su cui fare riferimento sono altre.
Unica nota positiva, quei pochi stralci dell’opera cartacea dell’autore letterario che, di tanto in tanto, riempiono anche lo schermo e risuonano profonde nel vuoto creato da Luhrmann, conferendo al film un tono più solenne e serioso. A questo punto perché non (ri)leggere il libro invece di assistere impotenti a questo fallimento cinematografico?

VOTO: 2/5

pietro@civera.it scrive:

VOTO: Magico, patinato e laccato come una leccata di mucca

Uno dei momenti più importanti per il cinema mondiale è rappresentato dal Festival di Cannes e, mentre scrivo, ci troviamo nel pieno dello svolgimento.
Sulla croisette sfilano celebrità e registi di Hollywood come non se ne vedono in altre manifestazioni europee, pronti ad essere giudicati in quest’anno 2013 dal presidente di giuria, Mr. Jurassic Park Steven Spielberg. Purtroppo non ho ancora avuto la possibilità di recarmi nel cuore della Costa Azzurra per godere in anteprima delle pellicole in concorso, ma seguo il festival da lontano. Ci sono stato in realtà, ma ad un after party in cui Dita Von Teese si spogliava in mezzo a dancefloor, e alcuni attoruncoli italiani uscivano dai bagni con le pupille talmente dilatate da fare una pippa al gremlin Gizmo, ci dobbiamo sempre far riconoscere. Quella sera rimasi per almeno 20 minuti a chiedermi come facesse Natalie Portman a stare con il cantante folk Devendra Banhart, ma è alcol…acqua passata e non credo che la serata sia valida come partecipazione al festival. Tutte le più prestigiose testate di cinema dedicano pagine e pagine con approfondimenti e totoscommesse sui vincitori, ma poi gran parte dei film in concorso, compresi quelli vincitori, si perdono per strada nella lentezza della distribuzione italiana.
Quest’anno lascia ben sperare il fatto che lungometraggi come La Grande Bellezza di Sorrentino, Only God Forgives della coppia Gosling/Refn e, seppur fuori concorso, Il Grande Gatsby di Luhrmann, siano nelle nostre sale praticamente in contemporanea.
Proprio il film tratto dal romanzo di Fitzgerald (no, non l’ho letto, anche se mi sarebbe piaciuto solo per menarmela come fanno quelli che ti dicono a priori: “comunque è molto meglio il libro”) ritorna al cinema dopo quasi 40 anni con una versione tutta nuova. Anche senza sapere nulla de Il Grande Gatsby, bastano pochi minuti per accorgersi che la regia è stata affidata al visionario Baz Luhrmann, regista australiano che fa della direzione un’opera d’arte. Immagini e colori che solo lui può creare (ne sono la dimostrazione i suoi Romeo + Giulietta di William Shakespeare e Moulin Rouge, di cui Il Grande Gatsby può essere consierato come terza parte di una trilogia). Dopo il musical Australia del 2008, Baz si è preso una pausa per dedicarsi ad una serie di cortometraggi, poi, pur non avendone notizie certe, dovrebbe essere tornato a farsi di roba buona, e il risultato si vede.
La storia è ambientata in una New York del 1922, siamo in piena età dell’oro, quando i primi afroamericani iniziavano a migrare verso nord ed il charleston veniva ballato sulle note del jazz. Nick Carraway (un Toby Maguire che finalmente potrebbe smacchiarsi da dosso “l’amichevole Spiderman di quartiere”), è la voce narrante della storia. Appena trasferitosi a Long Island, Nick scopre che nella villa delle meraviglie a fianco alla sua catapecchia, abita il milionario Gatsby (Leonardo di Caprio – Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Titanic), un uomo misterioso e difficile da incontrare come un milanese a Milano, ma solito dare feste incredibili e memorabili ogni week end (una specie di “Arcore” elevata al cubo). Nick viene a conoscenza di un passato intercorso tra la sua bella cugina Daisy Buchanan (Carey Mulligan – Drive, Wall Street: il denaro non dorma mai), sposata con l’ex giocatore di polo Tom (Joel Edgerton – Warrior, Zero Dark Thirty), e Gatsby, prestandosi ad organizzare un incontro tra i due.
Il Grande Gatsby è un film drammatico che ci porta alla scoperta di chi si nasconde dietro alla complessa figura del protagonista ma soprattutto è una storia d’amore, un amore impossibile, come nella migliore tradizione dei film di Luhrmann. Non ho percepito la stessa intensità amorosa che c’è tra Christian e Satin nonostante le similitudini con Moulin Rouge siano molte, ma qualche brivido percorre ugualmente la colonna vertebrale, complice una colonna sonora stupefacente (mai sostantivo fu più azzeccato) curata interamente da Jay Z, in forte contrasto con le immagini dell’epoca, ma perfetta per alleggerire la pellicola (se poi ci mettiamo che la scelta è ricaduta anche su quella tristona perennemente depressa di Lana Del Rey, l’effetto cipolla sotto gli occhi è dietro l’angolo. Dammi una lametta che mi taglio le vene pomporopopo ecc..).
Di Caprio, fighissimo nei panni (tanto per cambiare) di un personaggio complesso psicologicamente, dimostra nuovamente di essere un interprete sensazionale e sono sicuro che appena all’Academy passerà l’incazzatura per non averlo visto buttare giù dalla porta galleggiante quella budrona di Rose, sarà pronto a ricevere una statuetta.
La trama non è certamente il punto di forza de Il Grande Gatsby, nonostante io abbia particolarmente apprezzato il fatto che per una volta si parli della “dolce vita” degli anni 20 americani e non dei soliti gangster violenti con il gessato di otto taglie più grande. Le sequenze in rapida successione rendono il film piacevole da seguire. Il vero valore aggiunto è dato dall’arte e la creatività visiva con cui Baz Luhrmann confeziona un amore drammatico. Tutti i fotogrammi, presi singolarmente, potrebbero diventare un quadro kitsch di David LaChapelle (meno male senza i capezzoloni di Pamela Anderson in primo piano), o per essere più chiari (della serie “parla come magni”) Il Grande Gatsby potrebbe essere la prima pellicola girata con i filtri di Instagram, coloratissimo, saturatissimo, pettinatissimo issimo issimo.
L’intrattenimento visivo è ciò che impreziosisce il film, più del contrasto tra antico e moderno che Baz inserisce nei suoi film (bastano due macarons e una bottiglia di Moet, ed è gia subito contemporaneità).
Meravigliosi i costumi, curati nei minimi dettagli (devo trovare il modo di potermi vestire come Gatsby senza sembrare un venditore di popcorn di Disneyworld) e la recitazione di tutto il cast è impeccabile, per una volta mi convince anche il 3D. A proposito di vestiti, tra gli attori compare anche Isla Fisher che, a quanto pare, ha trovato la sua dimensione nei panni di una volgarotta di periferia rispetto al ruolo di I Love Shopping (gli outfits di quel film erano agghiaccianti, senza parlare di quello stivale di Gucci rosso che tenta di accaparrarsi ad una svendita. Manco Pinina Garavaglia).
Il Grande Gatsby è uno di quei film che divide il pubblico, consigliato a chi ama una favola dai risvolti drammatici ed immagini più vicine all’arte che al cinema.

COSA HO IMPARATO (ATTENZIONE SPOILER)

-Leonardo Di Caprio ha un problema con l’acqua

-Se dai una festa aperta a tutti in casa tua, sei fortunato a ritrovare ancora le mura (solo perché sono difficili da portare via)

-Belli i tempi in cui ci si trovava sull’elenco

-I super ricchi nascondono sempre un segreto

-Se una donna avesse un libro pieno di ritagli di mie foto e lettere, sarei un pelino inquietato

-Donne e motori, gioie e dolori

ale5b scrive:

Baz Luhrmann riadatta il racconto di Scott Fitzgerald, “Il Grande Gastby” rimodellandolo nel suo stile. Se è vero che l’occhio vuole la sua parte, Luhrmann che alle sue spalle vanta pochi ma storici lavori come Moulin Rouge, Australia e Romeo + Julietta, è pronto a regalare ad un classico della letteratura, un vestito moderno estremamente chic.

Negli anni ’20 degli Stati Uniti, il fascino misterioso di Jay Gatsby tiene tutti in scacco e la sua reggia è il parco dei divertimenti della città. Le sue feste sono sovrappopolate e spaventosamente esagerate. Attraverso gli occhi di Nick Carraway, suo nuovo vicino di casa, vedremo come tutta questa maestosità non è che solo una maschera dietro un sentimento più nobile.

Il film si divide in due parti: la prima, dove il mistero che aleggia su Jay Gatsby stuzzica e ammalia lo spettatore, viene scandita velocemente, a pari passo con l’evolversi degli eventi che colpiscono Carraway (un sorprendente Tobey Maguire), decisivo spartiacque della storia. La seconda altro non è, che un melodramma sentimentale con una sceneggiatura quasi teatrale, basata su lampi di classe degli attori che giocano su espressioni e dialoghi forti. E’ proprio lo stesso personaggio di Carraway a sottolineare questa spaccatura, defilandosi in punta di piedi a ruolo di impotente spettatore.

Il tocco di classe di Luhrmann è il creare il giusto contesto in modo che lo spettatore non cada mai in fallo sul dove, come e quando. Ambientazioni e colori sono enfatizzati con una percezione stupefacente, la colonna sonora inebriante. La casa di Gatsby è un inno alla sfarzosità dove convergono lussi, divertimenti e sospetti. E Luhrmann vince nettamente su questo piano, dove ogni sequenza diventa una splendida cartolina da tramandare. Scenografie e costumi al limite dell’eccellenza, atmosfere e contorni che calzano a pennello attorno alla magnificenza del protagonista.

DiCaprio è nel suo momento migliore, ad un passo dall’assoluta consacrazione. il suo Gatsby è un incredibile mix di mistero, sentimento, fragilità e sicurezza da renderlo immediatamente interessante. Forte quanto ingenuo, la sua imponente facciata da mecenate della società, nasconde un animo più intimo e umile. L’amore per Daisy è la sua ossessione, il rincorrerlo, la speranza che lo mantiene saldo ogni giorno. Ma sarà proprio quando la speranza diventa concreta che la sua instabilità e il suo passato usciranno allo scoperto mettendolo a nudo.

Tobey Maguire è la colonna portante, il grillo parlante timido e impacciato che ci accompagna dentro la storia. Non facciamoci ingannare dalla scarsa appariscenza al confronto di Gatsby. Il suo personaggio è formidabile e l’interpretazione che ne da, da applausi. Un buon salto verso la maturità dopo la saga di Spiderman.
Asciutti ed eccellenti a loro volta anche Joel Edgerton e Carey Mulligan, due che negli ultimi anni stanno conquistando spazi sempre più importanti sul palcoscenico hollywoodiano. Perfetta lei nella sua insicura tenerezza, altrettanto bravo lui nei panni dell’uomo infallibile.

Il Grande Gatsby è sicuramente un buon film che nonostante le oltre due ore e qualche rallentamento inevitabile, tiene caldo lo spettatore fino alla fine. Merito senza dubbio dei personaggi intriganti e della storia coinvolgente. La doppia veste drammatico/romantica è poi quella che in fondo racchiude il senso del film: perché se è vero che Jay Gatsby è la sintesi del sogno americano, è altrettanto vero che l’amore è l’unico elemento incorruttibile.

paulinho scrive:

Devono piacere molto le sfide a Baz Luhrmann: dopo aver portato sul grande schermo in chiave moderna la storia più amata di Shakespeare, il regista australiano dirige e produce la quarta trasposizione cinematografica del capolavoro della letteratura americana “Il grande Gatsby”. E lo fa con l’attore che, proprio grazie a “Romeo + Giulietta di William Shakespeare”, contribuì a lanciare nello star system hollywoodiano nell’ormai lontano 1996: Leonardo DiCaprio.
Siamo negli anni venti. Nick Carraway (Tobey Maguire) si trasferisce in una nuova casa appena fuori New York e non ci mette molto ad accorgersi dell’enigmatico vicino di casa. Egli infatti organizza feste ogni fine settimana nella sua immensa residenza. Feste sfrenate che richiamano tutte le personalità importanti della grande città. C’è solo un problema di fondo: nessuno sa chi sia e ha mai visto il famoso padrone di casa. Se ne conosce solo il nome: Jay Gatsby. Solo quando lo stesso Gatsby inviterà Nick alla sua festa i due si conosceranno e a Nick saranno chiare le intenzioni del ricco vicino: Gatsby continua a organizzare feste nella speranza che prima o poi vi partecipi Daisy (Carey Mulligan), il suo amore perduto.
Ancor prima che nella trama, la forza di questa storia sta nel personaggio di Jay Gatsby. Infatti egli non è altro che la metafora del sogno americano: partire da zero, lavorare duro e fare fortuna. Questo dovrebbe rendere felici le persone. Ma l’autore utilizza il personaggio anche per demolire la tesi: nonostante la vastità dei beni materiali, Gatsby si sente continuamente mancare qualcosa e viene ucciso lentamente dalla sua ossessione per Daisy. La morale di questa storia è semplice e chiara: i soldi non danno la felicità.
Come per i suoi altri film, Luhrmann ha realizzato una trasposizione pop e filo-moderna, facendosi aiutare dalle musiche, curate dal rapper Jay-Z, da una fotografia accesa che valorizza i colori (il massimo livello di spettacolarità viene raggiunto nelle scene delle feste) e dando all’intera pellicola un ritmo serrato. Durante le scene delle feste i colori sono così vividi che si ha la sensazione di assistere a una messa in scena piuttosto che a un film vero e proprio. Un errore che va attribuito al regista è stato quello dell’aver voluto girare il film in 3D: infatti questo è inutile se non dannoso dato che riduce la luminosità dello schermo e alcune scene, come quelle che vedono protagonisti Carraway e il suo psicologo, risultano faticose da seguire. Certo, alcune parti si salvano, ma non valgono il prezzo supplementare del biglietto.
Le prove attoriali sono da applausi. Leonardo DiCaprio si riconferma un attore malleabile e la sua performance rasenta la perfezione, come d’altronde ci ha abituati negli ultimi anni. Anche Carey Mulligan promossa a pieni voti, il suo talento è palpabile e l’alchimia con DiCaprio dà una spinta in più al film. Ma la vera sorpresa è Tobey Maguire: dopo averci “ammaliati” con la sua mono-espressività nella trilogia di Spider-Man, Luhrmann ha saputo cucirgli addosso una parte che gli calza a pennello.
Pur essendo stata scritta quasi cento anni fa, questa storia sarebbe potuta essere stata scritta ieri e il film accentua questo fatto. Ciò che viene raccontato è attuale poiché, come ci ha insegnato la storia, la civiltà si evolve, ma le debolezze umane rimangono le stesse.

Antonio Montefalcone scrive:

Terzo remake cinematografico dell’opera di Francis Scott Fitzgerald, dopo quello del ’49 e quello del ’74 con Robert Redford e Mia Farrow e la sceneggiatura di Coppola, questa versione de “Il grande Gatsby” diretta da Buz Luhrmann rilegge con ritmo, atmosfera e stile fiammeggiante quel capolavoro sulla caduta di valori nella società Usa prima della crisi del ’29, e sulla perdita di identità di un uomo a causa di un amore impossibile e di mal interpretate aspettative.
In sintonia con i tempi attuali il film (come il romanzo) rende ancora valida oggi la metafora del disfacimento sociale e morale di un mondo destinato inevitabilmente alla crisi.
A mio giudizio l’ultima fatica di Luhrmann conquista sicuramente gli occhi e le orecchie dello spettatore, ma non purtroppo il suo cuore, coinvolgendolo quindi solo parzialmente. Ed è un peccato perché la passione di attori, tecnici e regista si vede tutta; ammirevole è l’aspetto visivo-sonoro, godibile e piacevole la narrazione, affascinante la ricchezza di temi, bravi tutti gli attori; però qualcosa non funziona, non convince. A cominciare dai dialoghi finti, dallo spettacolo troppo frastornante ed effimero, dalla voglia di rendere tutto esplicitato e spiegato, togliendo così mistero e fascino alle vicende e ai personaggi. Tutto è marcato e troppo ostentato, dalla recitazione allo sfarzo lussuoso delle belle scenografie, dai sgargianti e curati costumi all’accesa e policromatica fotografia, dai gratuiti effetti speciali visivi al 3D piuttosto inutile.
Un invadenza stilistica che ha soffocato la forza espressiva del romanzo, e che a differenza dei film precedenti del regista mal si è sposata stavolta con la materia trattata.
Persino il mix di musiche Jazz e Hip hop, seppur in sé interessante, non sembra riesca a vivificare la tragedia che descrive. Forse, se si rendeva più equilibrata l’estetica (troppo sovreccitata) con il “contenuto” (troppo inconsistente), l’opera poteva risultare più riuscita e soprattutto più emozionante. La pellicola sembra assomigliare in fondo al suo protagonista e alle sue feste sfarzose e orgiastiche: tanto lusso e poca verità. Restituisce con efficacia la frenesia e la vacua avidità di una società corrotta e di un’epoca ubriaca di potere, soldi e piaceri sfrenati; ma resta incapace di toccare ogni necessaria profondità. Al pari del suo protagonista, anche il regista si perde nel suo sogno…
Nella fragile sceneggiatura, scritta dal regista con Craig Percie, si possono però ancora ritrovare i molti temi del libro: la solitudine, l’illusione dell’amore, il tempo giovanile e passato che non ritornano, l’ipocrisia della società, il ritratto tragico di un uomo che fa tutto e possiede tutto solo per conquistare, illusoriamente, l’amore di una donna. E proprio quest’ultimo è in fondo l’aspetto che, al di là dei pregi e difetti del film, più rapisce: l’immensa figura di Gatsby. Il Gatsby malinconico, orgoglioso, bugiardo, contrabbandiere, speranzoso, fatalmente attratto e rovinato da un sogno che è già alle sue spalle, senza che se ne renda conto. Di Gatsby colpisce la sua ambizione, idealistica e impossibile; il suo romanticismo, tenero ma irrealizzabile. E’ l’ingenuo sfruttatore di una società corrotta, e al tempo stesso anche la sua innocente vittima. Vittima di un sogno individuale (diventare diverso per amore di Daisy) che non potrà mai afferrare, ma anche di quello collettivo (il Sogno Americano nell’ottica sfrenata e avida) destinato di lì a poco a finire… Ancora una volta è il suo grandioso ritratto a farci provare comprensione e pietà per lui, malgrado tutto. Il suo è il volto delle illusioni, e nei suoi occhi ci rispecchiamo anche noi…

The_Diaz_Tribe scrive:

Parliamo di Gatsby, come se quel nome non fosse già sulla bocca di molti. Ci viene presentata una moderna rivisitazione cinematografica (la quarta), in stile moderno e dinamico, del romanzo di Francis Scott Fitzgerald del 1925, diretta da Baz Luhrmann, con protagonisti Leonardo di Caprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton. Pellicola ambientata negli anni Venti, in America, nell’età del jazz, del proibizionismo, delle Borse che fruttavano agli intraprendenti del mercato finanziario copiosi guadagni: in poche parole gli anni del mito americano, con tutta la sua incoerenza e dissolutezza.
Nick Carraway (Tobey Maguire), giovane operatore sul mercato finanziario, tramite i suoi ricordi, ci porta subito all’interno della storia, nella sua nuova casa, sull’isola di Long Island, dove come vicino ha il signor Gatsby (Leonardo DiCaprio), un misterioso milionario che ha l’abitudine di organizzare sontuose e grandiose feste, dove partecipano migliaia di persone, senza mai apparire in pubblico (molti dubitano pure dell’esistenza di un Gatsby). Nick viene a conoscenza di questo mondo così appariscente e brioso, dove insieme a lui ci sono i protagonisti Daisy Buchanan (Carey Mulligan), sua cugina, moglie di un ex campione di polo interpretato da Joel Edgerton. I rapporti tra i personaggi costruiti sulla superficialità e menzogna andranno collassando con il proseguire della narrazione. L’unico rapporto che sopravvive è quello tra Jay Gatsby e Nick, che durerà fino alla fine. Infatti Nick è il silenzioso testimone disgustato di questa spirale distruttiva. Il sogno americano e il sogno di Gatsby sono destinati a fallire. Ma Gatsby non demorde e vuole raggiungere l’obiettivo che tanto desidera: riallacciare i rapporti interrotti, a causa della guerra, con Daisy. Come dice Nick, la qualità di Gatsby è la speranza; Gatsby ne è l’incarnazione.

Piuttosto staccato con il posato film del 1974 con Mia Farrow e Robert Redford, Baz Luhrmann ripropone i suoi film con tanto di inquadrature luminose e sgargianti, dando ampio spazio e carica meravigliosa all’immagine, in pieno stile dei suoi film (Ballroom – Gara di Ballo, Romeo + Giulietta, Moulin Rouge!, Australia) senza dimenticare la recitazione e una sceneggiatura quasi mai superficiale.
Le musiche sono prodotte dal rapper Jay-Z e The Bullitts, con tracce cantate da artisti come Beyoncè, will.i.am, Lana Del Rey, il gruppo Florence and The Machine, Emeli Sandé, lo stesso Jay-Z e Sia. La colonna sonora ci strasporta chiaramente al centro delle scene di ballo insieme ai personaggi che ballano il charleston e il foxtrot mixati con l’hip-hop. Un’idea ben riuscita, ricordandosi sempre che è una rilettura (post-)moderna dell’opera. I costumi ben curati nei dettagli e in sintonia con l’epoca ci ricordano la “classicità” dell’opera. Ho trovato fastidiose le corse in macchina, per intenderci un po’ troppo alla Fast and Furious. Il film rischia nella credibilità che può cadere in una farsa quando avviene, in una scena, un’accesa discussione tra i personaggi principali. Un DiCaprio con un gran fascino, immedesimato piuttosto bene nella parte di Jay Gatsby. Lo stesso vale per Joel Edgerton nella parte dell’antagonista. Anche Tobey Maguire nella parte di Nick, tranne in qualche scena, risulta piuttosto credibile, anche se rimane ancora non abbastanza espressivo e in alcune scene forse un poco empatico. Non è stato veramente di rilievo il personaggio di Daisy, nonostante il fascino dell’attrice Carey Mulligan.

Quindi il film merita la visione per il piacere che si riscontra nell’atto stesso di vederlo: una gioia per gli occhi. Aspettative non deluse, tranne per qualche leggera pecca nello scorrere del film, e nella riuscita dei personaggi. Mai noioso. Molto apprezzato il finale, che ricarica il film del fascino che prima aveva un pochino perso.

Voto: 3,5/5

Jacopo Landi scrive:

Fatalmente attratto dal guadagno, dalla crescita economica e dall’espansione del lusso, Nick Carraway (Tobey Maguire), giovane rampante, si trasferisce nella primavera del 1922 a New York (Long Island). Diviene così il vicino di casa del misterioso milionario, nonché organizzatore di party da urlo, Jay Gatsby (Leonardo di Caprio).
Nick è anche il cugino della bella e sofisticata Daisy Buchanan (Carey Mulligan), moglie di Tom Buchanan (Joel Edgerton) un ricchissimo ex campione di polo.
Quando Nick viene a conoscenza del passato intercorso tra Daisy e Gatsby, si presta a ospitare un incontro tra i due (dopo cinque anni di distanza). Travolto dal clima ruggente di quegli anni, dai fiumi di alcol e dal tragico epilogo di un amore impossibile, Nick si scoprirà testimone e disgustato osservatore del tramonto del sogno americano.
Baz Luhrmann delude non fortemente ma in maniera forte.
Il regista di notevoli pellicole quali: ‘Romeo+Giulietta’ e ‘Moulin Rouge’ poteva basarsi su due opere, il romanzo dello stesso Fitzgerald e la versione del 1974 scritta da Coppola e interpretata da Redford, che non richiedevano nessuna aggiunta ma anzi un leggero e semplice ammodernamento e contingentamento dei tempi (che sono diversi e più ristretti al cinema). Luhrmann avrebbe potuto e dovuto compiere questa operazione completandola col proprio inimitabile senso estetico e visivo. Purtroppo, com’è intuibile, il regista fallisce.
Il senso di forte impatto visivo permea tutto il film anche se lascia nello spettatore una sensazione di kitsch posticcio piuttosto che di meraviglia. Così che le uniche due scene davvero cariche di pathos risultano essere la festa di Tom e della sua amante (Isla Fisher) nella quale Luhrmann affoga New York nei colori di quest’epoca ruggente e al contempo opprimente. Colori che lasciano intravvedere il finto di questo status quo e di tutto ciò che sarebbe in seguito accaduto. Da lode il tocco del trombettista nero che canta e dipinge la propria città dannata.
Altro plauso per la scena in cui avviene l’incidente. Le note di Jack White e la resa scenica dell’azione sono memorabili anche se l’accompagnamento musicale dura troppo poco.
Per quello che riguarda le note dolenti s’inizia da una generale non comprensione della storia narrata da Fitzgerald che scrive un libro nel quale rende il senso di inadeguatezza, di claustrofobia e di dolore spirituale che permeano quegli anni, nei quali le classi sociali dividono i destini senza possibilità di cambiamento. Questo aspetto era invece ben reso nella versione del ’74. Inoltre in questa trasposizione si sente il pubblico sghignazzare per via di scene che invece avrebbero dovuto far riflettere, facendo trasparire il disagio, l’amore e il desiderio di Gatsby. Personaggio che invece viene reso come un bamboccione impacciato e psicologicamente instabile che non riesce a perseguire il proprio obbiettivo.
Di Caprio stesso, che viene ritoccato per tutta la durata del film, estremizza, come sempre, il proprio personaggio rendendolo irrequieto, quasi psicopatico, quando invece dovrebbe rappresentare l’amore, la sofferenza e la classe. Spiace dirlo ma non c’è corsa tra il ‘Titanic Boy’ e Mister Redford.
In generale il cast è male assemblato.
Carey Mulligan è di una rara bruttezza e insipidità nella recitazione.
Tobey Maguire è quindici anni che propina la stessa faccia, quella di un inebetita pirla (cosa che funzionava quando doveva interpretare Peter Parker).
Joel Edgerton piace e convince anche se delude la scelta del doppiatore che cozza con le intenzioni che il personaggio avrebbe dovuto rendere. Sarebbe occorsa una voce più profonda che non sottolineasse ogni due secondi lo scollamento tra attore e voce.
Continuando, il film paga un errato bilanciamento dei tempi risultando alle volte tremendamente lento e noioso. A questo si aggiunga l’uso maldestro di un soundtrack pieno di potenzialità.
Non mancano numerose citazioni della pellicola pretendente come a esempio la scena del primo incontro tra Nick e Daisy in cui le tende svolazzano dovunque.
Mancano piuttosto, in maniera continuativa, lo stile e la classe della pellicola del 1974.
Insomma Luhrmann avrebbe dovuto, per il bene del progetto mettere delle redini al proprio gusto estetico indirizzandolo e guidandolo, senza lasciare questa libertà incontrollata che si perde troppo spesso nel nulla.
Addirittura viene reso in maniera poco convincente come Gatsby costruisca sulle menzogne il proprio impero e faccia tutto ciò solo per l’amore di una donna. Gatsby non comprende a fondo (anche se ritiene il contrario) la nobiltà che poi segnerà la sua fine.
Di Caprio stanca. Interpreta sempre personaggi al limite della nevrosi, con dei segreti e mentalmente instabili. Ha sempre bisogno di raggiungere il limite della psiche del personaggio ma in questo caso toppa in maniera clamorosa. Dovrebbe darsi una calmata e provare a intraprendere nuove forme di recitazione.
Concludendo, nella sequenza in cui Di Caprio è vestito da soldato è chiaro il riferimento a ‘Romeo+Giulietta’, mentre nella scena finale (quella della piscina) è chiaro il riferimento al Di Caprio di ‘Titanic’.

Peccato, davvero, un doloroso peccato.
Troppi errori perché il risultato potesse essere diverso. Se il pubblico ride a crepapelle durante Gatsby qualcosa non ha funzionato.

Voto: 6 –

Informazioni tecniche:
Genere: Drammatico
Durata: 142 minuti
Produzione: Australia – Usa
Anno: 2013.

Fine
JL

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