Film: trame e trailer

Prometheus

Vota il film: 1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars
( Il voto dei nostri lettori: 4,40 )
Titolo Originale:Promeheus
Genere:Fantascienza
Sceneggiatura:Damon Lindelof, Jon Spaihts
Anno:2012
Regia:Ridley Scott
Distribuzione:20th Century Fox
Interpreti:Michael Fassbender, Idris Elba, Charlize Theron, Noomi Rapace, Guy Pearce, Kate Dickie, Sean Harris
Durata:124'
Data uscita:14/09/2012

Prometheus: la trama

Atteso prequel della saga di Alien. Un gruppo di esploratori scienziati scopre un indizio che può fornire le risposte riguardo alle origini del genere umano sulla Terra. Ma sarà l’inizio di un lungo viaggio attraverso gli angoli più oscuri dell’universo. Un viaggio che li metterà alla prova sia fisicamente e mentalmente, e che li vedrà combattere per salvare il futuro della razza umana.

(di Maria Elena Vagni)

Leggi tutte le news su Prometheus

Qui la gallery completa del film

Leggi tutte le recensioni

Prometheus: il trailer

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Sparky97 scrive:

! SPOILER !
“Quanto andresti lontano per avere risposte? Fino a che punto arriveresti?”

Ridley Scott (regista di capolavori come “Alien”, “Blade Runner” e “Il Gladiatore”) ci porta in un mondo lontano, precisamente sulla luna LV-223, con un prequel ambientato nell’universo da lui creato ben trent’ anni fa con il primo film (cult!) dedicato allo Xenomorfo.
La navicella spaziale da esplorazione Prometheus salpa dalla Terra con un equipaggio di 17 persone, con l’obiettivo di scoprire le origini dell’umanità. Ma una volta atterrati là, quegli uomini scopriranno che la ricerca ha dei limiti e che oltrepassati quelli, questa ricerca potrà portare alla fine del nostro pianeta.
Con magnifiche interpretazioni soprattutto da parte di Michael Fassbender nei panni dell’androide David, Noomi Rapace in quelli dell’esperta scienziata Elizabeth Shaw e il premio oscar Charlize Theron in quelli della glaciale Meredith Vickers, figlia di un Guy Pearce – finanziatore dell’operazione e fondatore della Weyland corporation (ditta che fabbrica gli androidi, tra cui David, il migliore in assoluto), “Prometheus” consta di una spettacolare fotografia, un sapiente uso del 3D (non si nota assolutamente il fatto che sia stato convertito in post-produzione), un meraviglioso montaggio e scenografie potenti che fanno da sfondo a questa avventura apocalittica, anche se tutto resta basato sugli effetti speciali, sicuramente tra i migliori visti quest’anno.
Ridley Scott – oltre ad alcuni richiami quale quello al grande film fantascientifico “2001: Odissea nello Spazio” nella sequenza d’apertura – ripropone alcune tematiche già viste nei suoi precedenti film come quella della relazione creatura-creatore (sia tra gli uomini e gli “ingegneri” alieni, sia tra David e gli uomini), già vista specialmente in “Blade Runner”, o quella della donna eroe, ampiamente elaborata nel franchise di Alien con Ellen Ripley/Sigourney Weaver di cui Noomi Rapace – per quanto brava – fa sentire la mancanza. E se da una parte Prometheus ha una complessità di sceneggiatura che giustifica in gran parte il divieto, dall’altra ricalca fedelmente il primo capolavoro, a partire dal design delle astronavi, all’androide David, alla protagonista, una nuova Ripley, che avrà il coraggio di lottare contro questi spaventosi “ingegneri”, fino ad arrivare a rimuoversene uno dalla pancia con un intervento, in una delle sequenze più cruente di tutto il film (altro elemento che giusifica in parte il VM14), anche se il primo reale contatto con “Alien” non si avrà fino all’ultimo minuto (in senso letterale!). Prometheus rimane quindi un altro grande film di Ridley Scott che non si smentisce assolutamente (se non in alcune sequenze poco chiare, ridotte forse per motivi di durata, come per esempio la morte di Meredith Vickers che continua a correre imperterrita sotto l’astronave che le ruota sopra, finchè viene schiacciata miseramente, per le quali si spera in una director’s cut), anzi tiene col fiato sospeso fino alla fine, mostrando quanto andremmo lontano per avere risposte a queste domande filosofiche da sempre insite nell’uomo, in un modo davvero sorprendente: portando lo spettatore là dove vorrebbe arrivare, spingendolo a chiedersi: fino a che punto arriveresti?

Antonio Montefalcone scrive:

Il tanto atteso “Prometheus” intenzionato a ridefinire la saga di “Alien” grazie all’enorme potenzialità di un progetto che si voleva originale e ambizioso, delude le aspettative.
Opera di fantascienza all’avanguardia (il 3D è elegante ed efficace) con una forma impeccabile e un raffinato apparato figurativo, è incapace (ahinoi) di innovare in modo significativo l’immaginario di provenienza, e al tempo stesso non riesce a fondere in modo risolto ed equilibrato molti aspetti realizzativi propri. Era arduo replicare, perlomeno con la stessa magia espressiva, il geniale mix di idee ed elementi fantasy-horror che negli anni ’80 rifondava la fantascienza. Ma dispiace che di questo film, alla fine, si riesca a salvare ben poco. “Prometheus”, a metà tra reboot e prequel, è uno spettacolo godibile, ma un’opera diseguale e imperfetta, che deve molto all’apparato immaginifico, ricco di suggestioni; ma quasi nulla alla sostanza, povera di una struttura coerente e intensa.
Tecnicamente e stilisticamente ogni aspetto è spettacolarizzato in modo estremo e curato: gli effetti speciali visivi straordinari, la fotografia evocativa, le musiche eteree, il montaggio serrato, paesaggi e scenografie visionarie, l’iconografia futuristica della serie (affidata di nuovo all’artista surreale Giger), la rilettura di vecchie e nuove figure mitologiche, e tanto altro. Ma dietro questa magniloquenza, si avverte però confusione e tante e mal coese linee guida. C’è una linea guida che prende a pretesto la storia per rispondere ai grandi interrogativi filosofico-esistenziali, un’altra che punta solo sull’azione; una che mira alla saga da cui attinge l’essenza per spiegarne gli antefatti, un’altra che ne prende le distanze; una che spera in una nuova serialità, un’altra in un’opera con una sua propria autonomia. Insomma c’è una continua sconnessione tra un piano e l’altro, e addirittura anche un dislivello dentro gli stessi piani (tante e grandi domande ma poche e fragili risposte; aspirazioni metafisiche ma impantanamento nel banale; vari livelli di lettura della storia ma tanta incoerenza narrativa). Verbosità e concetti filosofici invalidano l’opera. Solo la parte relativa all’azione resta un po’ coinvolgente.
Il regista avrebbe voluto reinventare il mito della creazione. L’avrebbe voluto fare attraverso le novità di un’opera originale nella narrazione, nello stile, nei concetti. Ma, purtroppo, non raggiunge l’obiettivo. La ricerca delle origini della vita oscilla tra scienza e fede, creazionismo e darwinismo, misticismo e spiritualità, ma tutto si regge su un piano di superficialità e vacuità. Persino la sceneggiatura è priva di fascino. Quest’ultima è stata trattata con disarmante schematicità: è più interessata alla messa in scena che allo sviluppo, non dà approfondimenti narrativi, offre dialoghi deboli ed esili personaggi, ha troppi buchi e leggerezze. Dove sono finite le atmosfere e le sensazioni di vera angoscia e paura, tensione e claustrofobia di “Alien”? Dove ritrovare la semplicità, complessa e allegorica, del film del ’79? E l’asciuttezza della sua storia e dei suoi dialoghi?
La pellicola si perde nella ricerca dello spettacolo, dell’effetto plateale e crolla sotto il peso della sua ambizione. E alla fine l’unico interesse è solo nell’immaginifico apparato visivo che perlomeno, a volte, regala allo spettatore momenti davvero memorabili, come l’evocativo incipit o l’ultima sequenza, molto suggestiva. Ma “Prometheus” rimane un’ occasione mancata.

Daisy83 scrive:

“Non è una cosa facile incontrare il proprio artefice. Può l’artefice ritornare su ciò che ha fatto?” Si domandava l’androide Roy in Blade Runner e Ridley Scott continua ancora a chiederselo in questa pellicola che, apparentemente, sembra essere un prequel di Alien. Scott si riannoda, però, più ai temi del suo capolavoro assoluto del 1982, che ha indubbiamente segnato la fantascienza contemporanea, che al suo primo sci-fi del 1979 che ha per protagonista l’alieno xenomorfo e la temeraria Ellen Ripley.
2093. Su un pianeta sconosciuto, apparentemente simile alla Terra, una creatura aliena, simile ad un titanico essere umano, ingurgita un fluido nero organico e biologicamente attivo, a causa del quale inizia un processo di disintegrazione della sua struttura molecolare e di ricostruzione del DNA, che sembra riassemblarsi mutando in quello di una nuova specie.
Scozia, 2089. Gli archeologi Elizabeth Shaw e Charlie Holloway scoprono, sulla parete di una grotta, una mappa stellare in una pittura murale, simile a quella rinvenuta in altre testimonianze di culture antiche non collegate tra loro. I due pensano che si tratti di un invito da parte di quelli che chiamano “ingegneri”, i creatori del genere umano. Convinto dalla loro teoria, Peter Weyland, l’anziano e malato presidente della Weyland Corporation, finanzia il progetto di una nave scientifica, la Prometheus, destinata a raggiungere l’unico luogo indicato dalla mappa ritrovata duranti gli scavi. Nel 2093, l’equipaggio della nave, che viaggia in ibernazione, viene risvegliato dall’androide David, supervisore di tutte le operazioni, poco prima dell’arrivo sulla luna LV-223. L’autorità di controllo della missione, l’algida signorina Meredith Vickers, ordina all’equipaggio di non entrare in contatto con esseri alieni durante le loro esplorazioni. L’equipaggio della Prometheus, ovviamente, troverà qualcosa di diverso da quello che si aspettava.
Si tratta di una pellicola visivamente solida, in cui il 3D è sfruttato in ogni momento, e dove la profondità degli esterni e degli interni viene percepita dallo spettatore in maniera pulita, quasi intima. Non siamo di fronte ad un’atmosfera claustrofobica come poteva essere quella di Alien (né ai bellissimi effetti speciali del genio visionario di Giger), perché Prometheus non si pone, inizialmente, come un horror di matrice sci-fi, ma come una pellicola di riflessione filosofica sulla scia di Blade Runner. Purtroppo Scott non resta fedele alle premesse iniziali e farcisce il suo piatto unico con troppi ingredienti indigesti per chi si aspettava fantascienza di ben altro livello. Se visivamente è un regista ancora in grado di stupire e rinnovare il linguaggio cinematografico e l’utilizzo del 3D, a livello di script, nel complesso, ci troviamo dinanzi ad un’opera alquanto deludente, incapace di portare avanti in maniera anticonvenzionale gli interrogativi alla base dello sviluppo narrativo. Scott attinge a piene mani, quasi come se si stesse autocitando, dal suo Alien, riproponendo una nuova versione di Ripley nella dott.ssa Shaw (una Noomi Rapace molto simile alla Weaver) e anche l’androide David è assimilabile, come aspetto e funzione, all’interno della missione, al personaggio di Ash nella pellicola originale del ’79.
Ma non c’è soltanto questo in Prometheus: si ha l’impressione di assistere a continui rimandi a 2001:Odissea nello spazio e pensare ad un accostamento di questo tipo è lecito, considerando che entrambi i film, a distanza di decenni, sono sorretti dalla medesima tesi deista di fondo. David è una versione umanizzata di Hal 9000 anche se sembra molto simile al Roy di Blade Runner. Al contrario, il personaggio che ha più affinità con l’androide che poeticamente desiderava vivere più a lungo di quanto gli fosse concesso e che si disperava per tutti i suoi ricordi perduti nel tempo (“like tears in the rain”), è proprio l’anziano Weyland (un irriconoscibile Guy Pierce) mosso dal desiderio impellente di conoscere i suoi creatori, anelando all’immortalità. Ma se Roy riusciva ad uccidere il suo creatore Tyrell, difficilmente Weyland può riuscirci. Probabilmente perché la ricerca della propria origine, lo svelamento del principio di noi stessi, richiede qualità e approcci differenti da quelli che può avere un androide programmato
dall’uomo. Il pericolo, se cerchiamo ossessivamente la nostra causa efficiente non volgendo prima lo sguardo verso noi stessi, è quello di trovare qualcosa al di sopra delle nostre facoltà, di inconoscibile e con il quale non riusciremo a interagire. La pellicola rimane con l’interrogativo di Shaw che sta ancora cercando la sua origine e il fine a cui deve tendere la sua esistenza, rincorrendo i suoi “creatori”. Quello che Scott cercava di comprendere in Blade Runner e che faceva porre allo spettatore il problema del rapporto tra soggetto e oggetto, adesso sembra risolversi così semplicemente e banalmente in una ricerca di Epimeteo, il titano del ripensamento, più che di Prometeo, il più famoso titano della preveggenza che consegnò il fuoco agli uomini, vedendoli indifesi in un ambiente ostile. I personaggi di Prometheus, spinti dalla convinzione che Ex nihilo nihil fit (cit. Lucrezio, De rerum natura), tentano di risalire alla loro creazione, portando timidamente alla luce un interrogativo stimolante, ma che, considerate le capacità non comuni di Scott, poteva essere sfruttato in maniera migliore. È, però, evidente che in lui non ci sia alcuna intenzione di definire una realtà che svela realmente una meta finale in cui deve realizzarsi, ma solo quella di dare allo spettatore ciò che si aspetta di vedere, senza fare eccessivi sforzi, nè razionali, nè intuitivi.
Ci sono due tipi di fantascienza: una esplorativa, e che analizza il rapporto con ciò che l’uomo percepisce della realtà in maniera sempre superficiale, e una speculativa, molto più complessa e di difficile fruizione, a cui appartiene, ad esempio, il Solaris di Tarkovsky. Citando, a questo proposito, il saggio Snaut di Solaris, è utile soffermarci su una questione: “Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci affanniamo per ottenere un contatto e non lo troveranno mai. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L’uomo ha bisogno solo dell’uomo![…]Ma perché andiamo a frugare l’universo quando non sappiamo niente di noi stessi?”
Con le sue precedenti pellicole e soprattutto con Blade Runner, sembrava che Scott volesse collocare i suoi lavori nel secondo dei due filoni, ma, aderendo ai bisogni del pubblico e alle nuove esigenze dei nostri tempi, ora possiamo esser certi della sua inversione di rotta verso la fantascienza esplorativa, infarcita di dei ex machina, nette distinzioni tra buoni e cattivi, sacrificia in extremis, cliché e battute ironiche ben piazzate per smorzare la tensione. Un rammarico resta nei cuori dei cultori di fantascienza: Ridley Scott era il padre cinematografico di Blade Runner, ma da guida e fondatore di un genere, è diventato vittima della sua degenerazione. Chi è rimasto, ora, per risollevarci da questa rovina?

Joan Holden scrive:

A più di trent’anni da Alien, Ridley Scott torna a esplorare lo spazio e a porci le eterne domande che da secoli spingono gli uomini ad alzare gli occhi al cielo: da dove veniamo e perchè siamo al mondo?
Non aspettatevi però di trovare risposte nel film, complice la penna di Damon Lindelof, autore di Lost, che pone tanti (troppi) interrogativi ma a pochi si degna di dar risposta. Soluzione congeniale per un telefilm forse, assai meno per il cinema, con lo spettatore che esce dalla sala con una frustrante sensazione di innapagato.
La storia si dipana tra le più classiche convenzioni sci-fi, con musica classica diffusa nelle cabine dell’astronave che echeggia odissee spaziali, per virare verso tinte decisamente horror, a suon di calamari giganti, mostri carnivori e una scena madre che è già cult (l’aborto fai-da-te di Noomi Rapace).
Il tutto è calato in un’atmosfera cupa perfettamente calzante: Prometheus, a dispetto dei vasti paesaggi che accompagnano i titoli d’apertura e dello spazio infinito in cui si avventura l’astronave, è infatti un film fortemente claustrofobico, con l’azione rinchiusa in spazi sotterranei (l’astronave aliena) o limitati (il Prometheus). Senza dimenticare la cabina medica teatro dell’ aborto e le “bare” criogeniche che prefigurano macabramente l’esito della spedizione.
Dominano la scena i lanciatissimi Noomi Rapace e, soprattutto, Michael Fassbender.
La prima nei panni di un personaggio che ricalca quello che fu di Sigourney Weaver, forte della sua fede e del suo istinto di sopravvivenza; l’altro che dà le fattezze all’androide David in un’ottima interpretazione di un personaggio straordinariamente ambiguo. Scimmiotta Lawrence D’Arabia ma al contempo mantiene le distanze dagli umani che guarda dall’alto al basso, quasi andasse fiero della propria natura diversa, esibendo una freddezza che lo allontana dai romantici androidi di Blade Runner. Privo d’anima e sentimenti in teoria, eppure capace di provare rancore nei confronti degli esseri umani e curiosità e meraviglia per le scoperte sul nuovo pianeta.
Decisamente meno riuscito il personaggio di Charlize Theron, algido capitano ferita nell’intimo per l’indifferenza del padre che le preferisce l’androide, schiacciata metaforicamente e non da una missione in cui non ha mai creduto.
Troppe sbavature in una sceneggiatura a tratti ingenua e inconcludente ridimensionano notevolmente il potenziale del film. Un film che più che indagare la nascita alla fine punta a domandarsi sulla distruzione. Il quesito di Holloway “Perchè ci hanno creato?” alla fine si trasforma in quello ben più amaro della consorte “Perchè volevano distruggerci?”.

Inserisci un commento

Effettua il login per postare un commento.

Se non sei registrato clicca qui Registrati