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The Wolfman

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( Il voto dei nostri lettori: 3,58 )
Titolo Originale: The Wolf Man
Genere: Horror
Sceneggiatura: Andrew Kevin Walker, David Self, Curt Siodmak
Anno: 2009
Regia: Joe Johnston
Distribuzione: Universal Italia
Interpreti: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Geraldine Chaplin, Emily Blunt, Hugo Weaving
Durata: 102
Sito Ufficiale: www.thewolfmanmovie.com
Data uscita: 19/02/2010

Trama

Ispirato al film della Universal che inaugurò una tradizione di classici ‘horror’, The Wolfman esplora le origini di una inesorabile maledizione. Il premio Oscar® Benicio Del Toro interpreta Lawrence Talbot, un nobile tormentato, che in seguito alla scomparsa di suo fratello, fa ritorno nella proprietà di famiglia, da dove mancava da lungo tempo. Lì Talbot ritrova suo padre (il premio Oscar® Anthony Hopkins) e nel corso delle sue indagini per ritrovare il fratello, scoprirà l’orribile fato che incombe su tutti loro. L’infanzia di Lawrence Talbot era finita alla morte di sua madre. Dopo aver abbandonato il sonnolento villaggio di Blackmoor, Talbot aveva trascorso anni e anni a cercare di dimenticare il passato. Ma quando la fidanzata di suo fratello, Gwen Conliffe (Emily Blunt), lo rintraccia per chiedergli aiuto, Talbot decide di tornare a casa. Al suo ritorno scopre che un essere dalla forza bruta e assetato di sangue sta mietendo vittime fra gli abitanti di Blackmoor e che un sospettoso ispettore di Scotland Yard di nome Aberline (Hugo Weaving) è giunto sul luogo per indagare. Mentre cerca di mettere insieme i pezzi di questo atroce puzzle, viene a conoscenza di un’antica maledizione secondo la quale alcune persone vengono trasformate in lupi mannari quando la luna è piena. A questo punto, se vorrà porre fine al massacro di tanti innocenti, e proteggere la donna di cui si è nel frattempo innamorato, Talbot dovrà distruggere la malvagia creatura che sta seminando il terrore nei boschi di Blackmoor. Ma durante la caccia all’orribile bestia, quest’ uomo semplice, dal passato tormentato, scoprirà in sé un aspetto primordiale, che non avrebbe mai immaginato di possedere…

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10 commenti per “The Wolfman”

  • vitohorror scrive:

    io penso che questo film sia un film da guardare solo chi e appassionato di vampiri e lupi mannari

  • agatha scrive:

    Che dire di “WOLFMAN” (The Wolfman – USA, UK 2010), diretto da Joe Johnston ed interpretato da Benicio Del Toro, Anthony Hopkins ed Emily Blunt? Innanzitutto che non è un film “de paura”. Per chi ha già visto ed esperimentato pellicole quali i vari Frankenstein di Mary Shelley, i variegati Dracula di Bram Stoker, i film sanguinolenti di Tarantino, il “Shining” di Kubrick (qui sì davvero disturbante), i “Nightmare” con Eddie Krueger, le avventure di Indiana Jones e di Sherlock Holmes e immagino anche i film di Dario Argento – tutte, nel rispettivo genere, opere più interessanti del film in oggetto – dubito possa mai fare salti dalla seggiola di stupore o terrore alla visione del prodotto di Johnston. Anche la trama direi non è tra le più originali – a 10 minuti dall’inizio avevo già capito quale fosse il vero segreto del casato dei Talbot – e il finale beh, potevano essere seguite due strade: una, più banale, fortunatamente evitata, e una più furbetta, ovviamente scelta per darsi la possibilità del sequel. Del Toro bolso e un po’ “rinco” nell’interpretare il figliol prodigo tornato a casa giusto giusto per ricevere l’eredità paterna – e con una pettinatura da far causa al parrucchiere – e Anthony Hopkins che è dai sequel de “Il silenzio degli innocenti” che mi domando perché mai non si goda una dorata pensione invece di gettarsi via così. La Blunt senza lode e senza infamia, passa e non rimane.

    Anche per una mia insana passione personale, ho invece trovato molto belle le ambientazioni, sia gli esterni che soprattutto gli interni: quelle case vittoriane di fine XIX secolo, vecchie, antiche e decadenti che sanno tanto del muffoso tempo andato, con un vago sentore cimiteriale. Mi fanno venire in mente certi racconti di Poe. Gradito l’omaggio dell’addetto al trucco all’uomo lupo di Lon Chaney jr della pellicola del 1941. Un film che se lo andate a vedere ok, ma se non ci andate va bene lo stesso.

  • Jake Sully scrive:

    Wolfman:Una vera Cagata!

  • Giagia scrive:

    Tre sono i mostri principali che segnano la genesi di quella che una volta era chiamata “La Casa dei Mostri”, la Universal Studios: Dracula, Frankenstein e L’Uomo Lupo. L’ultimo dei tre, per me il meno iconico, è l’unico che non nasce mostro, ma lo diventa. Se per il Frankenstein di Boris Karloff la minacchia proveniva dall’esterno del proprio corpo, quello che tormentava di più il Lupo interpretato da Lon Chaney Jr. era sé stesso, lo squilibrio della propria mente e le proprie auto-limitazioni. Né il mostro di questa pellicola era spinto a compiere i propri crimini dalla sadica perfidia del Vampiro di Boris Karloff, che in “The Wolf Man” del ‘41 interpretava a sua volta uno zingaro-licantropo, vittima di sé stesso e condannato ad una “morte predestinata”. Il fascino del film era di sicuro quello di mettere in scena elementi quali la Fede, incarnate nella figura del padre del protagonista (splendidamente interpretato da un Claude Rains che mantiene fino al finale un atteggiamento calmo e pacato, anche quando lega il figlio ad una sedia) e del parroco (bello e avanguardistico un suo dialogo con la zingara Maleva), Scienza e Magia Nera. Dal 1941 in poi abbiamo assistito ad una serie interminabile di sequel sull’uomo lupo che, come Dracula e Frankenstein, ha avuto versioni femminili, ha incontrato altri mostri (Frankenstien, decenni prima di assistere alla lotta tra vampiri e licantropi di Underworld), ha avuto la sua parodia (anche se Teen Wolf/Voglia di Vincere non può certo vantare la stessa verve e lo stesso genio comico e dissacratorio di un “Frankenstein Junior” o di un “Dracula Morto e Contento” ed è ancora da venire un Lupo Mannaro in bigodini targato Mel Brooks), è andato a Londra sia in versione americana che in film in bianco e nero, arrivando addirittura nei giardini che circondano Hogwarts.

    Se sono quindi numerose le trasposzioni del tema della licantropia sul grande schermo, nessuno aveva mai pensato di riportare sullo schermo la storia dei Talbot. La conseguente grande attesa di questo remake portava con se grosse potenzialità e grandi rischi. Ai miei occhi il film, sebbene fedele in molti punti al film del ‘41 è stato rovinato da una mancanza di equilibrio tra i tre sovramenzionati elementi che contraddistinguevano il suo illustre predecessore: Fede, Scienza e Magia Nera. Tutto è portato all’esasperazione, tutto è costruito per tenere alto lo spavento, ma ciò che manca è il mistero. Facendo di Sir. John Talbot un licantropo viene sconvolto sin dalle prime scene l’equilibrio che teneva in piedi la vicenda. Se paragonato con Claude Rains, Hopkins è un personaggio molto più teso, violento, e, ai miei occhi, non possiede lo stesso fascino. Manca inoltre l’elemento dall’autotortura psicologica e del vittimismo del protagonista, che riceve ogni genere di violenza dalle persone che gli sono attorno ed è da loro portato alla follia, ma che dimostra una forza interiore che non si addice al personaggio. Anche la scelta di isolare Gwen e di non mostrare suo padre, la sua amica e un’altro spasimante la rende un personaggio del tutto dipendente dal protagonista e troppo soggetta al suo fascino. Si avverte la mancanza dello zingaro Bela che, seppur presente sullo schermo per breve tempo, arricchiva la trama di mistero e di suspence. La religione è portata all’esasperazione anche in una breve sequenza in cui un prete urla dalla sua chiesa previsioni apocalittiche e altrettanto avviene con la scienza, interpretata da scienziati e dottori che appaiono più psicopatici degli stessi licantropi. Parlando delle ambientazioni devo dire di averle molto gradite, specialmente il ruolo preponderante della luna e l’uso dei tempi accelerati per mostrare le sue fasi. Ma manca anche qui il trademark del Classico del ‘41: la nebbia, elemento che avrebbe arricchito le scene notturne di mistero e sarebbe servito per diversificare le numerose scene di corse tra i boschi e tra i palazzi londinesi. Mancando l’elemento della quiete e le pause tra le diverse scene di forte impatto emotivo, quando queste arrivano non fanno una eccessiva paura, portando lo spettatore ad avvertire un continuum con ciò che si è già visto. Il senso d’attesa si trasforma in ilarità nello scontro finale tra padre e figlio. Tra gli elementi forti del film c’è di sicuro il personaggio di Maleva, interpretata da una prestigiosa Geraldine Chaplin, all’altezza dell’altrettanto splendida interpretazione di Maria Ouspenskaya, che rende il personaggio della zingara più moderno, ma altrettanto misterioso. Altro lato apprezzabile sono gli effetti sonori, che riescono in ogni caso a far rabbrividire. Infine il make-up non l’ho trovato scandaloso, ma certo si sarebbe potuto fare di meglio… è vero che i tempi sono cambiati, ma veder vacillare in John Talbott la sua fede e vederlo cedere nel confronti di un maleficio era per me più affascinante dello scontro tra due anime dannate. Resta tuttavia inalterato il senso di pietà che una persona amata prova per il Lupo fino al punto di ucciderlo per liberarlo dai suoi dolori. Questo resta l’unico punto di forza rispetto a “Un Lupo Mannaro Americano a Londra” in cui era la natura ferina del mostro ad avere il sopravvento e l’uccisione avveniva per mano ignota.

  • Max Morelli scrive:

    Doveva essere la favola gotica piantata settanta lune dopo la grande epopea cult-horror della Universal. Ma c’è da scommettere che le carcasse mannare sapientemente dirette da Waggner nel 1941 si siano rivoltate e non poco nei loro sepolcri d’annata.
    L’imputato Johnston, scialbo director di questo fumettone in toni foschi, è dichiarato colpevole. Non potrebbe essere altrimenti se si considera tutto il fumoso polverone di un’ attesa pluriennale, vanificata da una serie agghiacciante di match-ball lasciati cadere amorfi nelle brughiere banalmente vittoriane.
    Partiamo dal dilemma di fondo: si voleva un horror per palati giovani e sbarbati, o un più sottile paradigma gotico per anime dannate e più esigenti, come racconta il cospicuo battage pubblicitario? Delle due, nessuna. Il film, sebbene con l’innegabile merito di far spaventare, non fa paura. Troppo presto scopre le sue carte, troppo presto si tratteggiano i ruoli sulla scacchiera, perché possa scattare una qualsivoglia suspense vertiginosa di bianca e nera memoria. Troppo poco c’è di gotico, se non nei fondali anneriti a pastelli grezzi o in qualche cilindro a più piani, messo qua e là sulle teste di caratteristi poco caratteristici.
    Dispiace, perché Benicio Del Toro aveva faccia e peloso carisma giusto per fare il bestio, ma finisce per passare per un babbeo sotto perenne effetto di tranquillanti, che sta alla luna piena come Arbore sta a quella rossa.
    Da dimenticare un signor malvagio come Hopkins, che fatto salvo qualche raro fraseggio autocitazionistico direttamente tratto dal celeberrimo dr. Lechter, si perde nelle irritanti vesti leopardate da avventuriero omossessuale colonialista, stile viaggio nel mondo in ottanta giorni.
    Tanto decantarono gli effetti speciali artigianali, che piovve. Passi il gusto vintage, ma francamente non si può pensare di propinare alle genti del 2010 una ridicola maschera da cane pelouche, spacciandola per culto devoto dell’ ei fu lupacchiotto ante-litteram, che segnò un’epoca.
    Lo scontro patricida finisce per sembrare un duello sanguinolento tra Uan di BimBumBam e il suo gemello di pezza sull’altro palinsesto, costituendo il punto più basso del film, sia tecnicamente che a livello di plot e scrittura. Una cartuccia del Gameboy era scritta meglio.
    Tutto si fa banale, a partire dalla trita e ritrita sequela di morsi e rimorsi, passando per l’argento che tutto è fuorché vivo, e l’ispettore di Scotland Yard, forse uno dei cattivi più inutili mai visti sul grande, piccolo e microscopico schermo.
    Fioccano i copia e incolla, e aumenta il rimpianto. La scena in cui lo psicotico psichiatra nazista prematuro presenta il Lupo del Toro ai parrucconi basetto-dotati prende troppo in prestito dall’ Uomo Elefante di Linch, scusate il termine. Mentre il dimenticabile servo indù, non si sa bene perché, ma è armato e truccato come un Tremal-Naik da Misteri della jungla nera di cricca Salgariana, in trasferta con i punti del mille miglia. E sarebbe pure l’unico in cui confidi, finché non ti raccontano che qualcuno gli ha fregato l’argenteria balistica nel sonno.
    Non salviamo niente? Beh, dell’attitudine allo spavento si è detto, coronarie nostre e giugulari loro si contendono la palma del più sollecitato. Ma si aggiunga anche il buon mestiere della signorina Blunt, la bella della bestia come la si è definita, che piace nella scena tappa-lacrime del delitto d’onore finale. Peccato però che per tutto il film sia sembrata più allupata lei che il rintontito mannaro.

  • Spartacus91 scrive:

    Il regista Joe Johnston è riuscito a ricreare perfettamente le atmosfere tetre dell’omonimo capolavoro del 1941 con Lon Chaney Jr., facendoci addentrare nei meandri oscuri della mente umana. Benicio Del Toro ci regala un’interpretazione da brividi, impersonando alla perfezione il ruolo dell’uomo maledetto in cerca di redenzione. Ma solo l’amore di una donna può liberarlo da una condanna senza fine. L’incantevole Gwen Conliffe (Emily Blunt) dovrà infatti fare di tutto per salvare Lawrence Talbot (Del Toro) e convincere le autorità a non uccidere il violento licantropo, sapendo che in realtà è l’uomo che ama. Un film che lascia il giudizio finale allo spettatore, dove forse l’uomo non è sola malvagità e che anche gli sbagli più terribili possono essere abbracciati da uno sguardo amorevole. Uno sguardo di cui il vecchio padre Sir John Talbot, interpretato dal bravissimo Anthony Hopkins, si è ormai dimenticato da tempo…

    Da non dimenticare anche gli effetti speciali del re del trucco Rick Baker (Un lupo mannaro americano a Londra) che dona alla pellicola un realismo senza precedenti, allontanandosi così da film trash come Van Helsing. A comporre la colonna sonora è invece Danny Elfman, che con le sue musiche ci riporta indietro nel tempo e ci accompagna in questo viaggio spaventoso.

  • PantaRei scrive:

    Ci sono recensioni che esaltano ed elogiano un film ed altre che esprimono la delusione dello spettatore, ecco, questa è una di quelle!
    Non nascondo che qualche speranza in questo film l’avevo riposta.
    Speravo in un film ben fatto, ben raccontato, magari con una certa introspezione psicologica del personaggio, dei suoi tormenti interiori e perché no qualche guizzo di originalità.
    Purtroppo così non è stato, come ben sappiamo un buon cast e una buona storia fra le mani non è sinonimo di successo assicurato (sul pubblico). Il film ha ottime potenzialità mal sfruttate, a partire dagli attori fino ad arrivare al plot che racconta una delle leggende più antiche sulle quali ci si poteva sbizzarrire un po’ di più (diciamo pure che Dracula è stato cinematograficamente molto più fortunato del povero uomo lupo).

    A mio parere il film si riduce in un “action (nel vero senso della parola) movie” in cui l’uomo si trasforma, corre, sbrana que e là e si ritrasforma e via dicendo a ciclo quasi continuo (ma quanto corre questo lupo!!!!)
    Il regista si sofferma ben poco sulla personalità dei personaggi, su quello che provano, su quello che sono, siamo noi a dover intuire ed immaginare, osservando sguardi e gesti, quel che vi si cela dietro. Sembra che l’aspetto principale da mostrare sia la forza sovrumana e la capacità “chirurgica” della Bestia.

    Per quanto riguarda il cast non ho molto da dire, (a parte la somiglianza di Benicio del Toro con la bestia!), interpretazioni nella media che non contribuiscono a migliorare il film ai miei occhi; confesso che una piccola speranza l’avevo riposta nel sempre grande Hopkins che invece sembra aver riportato sulla scena un suo vecchio personaggio: il padre di Tristan (Pitt) in Vento Di Passioni, senza aggiungere nulla di nuovo (forse nemmeno i costumi!!).

    Aspetto positivo della pellicola è quello tecnico, dalla scenografia alla fotografia: bellissime ambientazioni ben ricostruite, belle atmosfere cupe e grigie tipiche dell’inghilterra di fine 800.
    Punto a favore anche per il make up/effetti speciali decisamente ben fatto, menziono anche il sonoro in quanto ci fa fare più di qualche salto sulla poltrona (questo è un caso in cui, più che le immagini, fanno sobbalzare gli effetti sonori).

    In conclusione consiglio la visione di questo film solo a chi consapevolmente decide di vederlo perché appassionato delle antiche leggende sulla licantropia, ma senza aspettarsi troppo. Altrimenti se vi trovate al cinema e siete indecisi sul film da vedere puntate su altro.

    Vi lascio con una domanda: ma Gollum che c’entra in tutto ciò??

    Alla prossima!
    PantaRei

  • AndreaRocky scrive:

    da non perdere, benicio merita di essere seguito in ogni prova! un grande attore

  • Melanie.8 scrive:

    inquietante ..

  • supertony scrive:

    incredibile

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