8 bei film visti al Torino Film Festival

8 bei film visti al Torino Film Festival

Commenti brevi ad alcuni dei titoli più interessanti passati nella seconda parte della manifestazione

di Valentina Torlaschi 27/11/2016
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Il Torino Film Festival si è appena concluso (qui i tutti i vincitori della 34esima edizione) e, a caldo, vi segnaliamo alcuni dei film più interessanti tra quelli che siamo riusciti a vedere nelle ultime quattro giornate della manifestazione.

Fixeur
Un giornalista ha tra le mani il caso per dare una svolta alla sua carriera: una ragazzina minorenne costretta a prostituirsi. Ma cosa è disposto a fare per ottenere un’intervista con lei? Con una lucidità spiazzante, il regista rumeno Adrian Sitaru costruisce una riflessione non assolutoria sulla pornografia dello sguardo nel mondo dell’informazione. Ma anche una riflessione sull’obbligo sociale alla perfezione, al dover vincere sempre e per forza.
Qui il trailer.

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Safe Neighborhood
Una bella villa, in un quartiere tranquillo, addobbata perfettamente per Natale, si trasforma in un inferno per un bambino tredicenne e la sua babysitter. Ma questo è solo l’inizio di un horror che si diverte e fa tremendamente divertire giovando coi codici del genere.

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Les fils de Jean
Dopo aver messo in luce le contraddizioni della società francese nel bellissimo Welcome e nel meno riuscito Tutti i nostri desideri, il regista Philippe Lioret si sposta in Québec per costruire un thriller sulla paternità. La storia, infatti, è questa: Mathieu parte per il Canada per andare ai funerali di quel papà che non ha mai conosciuto e che fino a qualche giorno prima non sapeva di avere. Ad accoglierlo, il misterioso e reticente amico del padre. Uno script ben costruito, con colpi di scena ben piazzati; ottimo il cast.
Qui il trailer.

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Les derniers parisiens
Respira di verità questo film sulla quotidiana malavita nelle periferie parigine. Le banlieue sono state fotografate innumerevoli volte dal cinema ma in poche occasioni lo sguardo era “dall’intero” e si è dimostrato davvero sincero. È questo il caso: esordio al cinema di due membri del gruppo rap La Rumeur, Les dernier parisiens mostra con realismo l’impossibile integrazione nella società francese di due fratelli magrebini e degli altri membri della loro comunità («Ho trovato una foto della vecchia squadra di calcetto, te la ricordi? Eravamo in 14, di questi ora siamo rimasti vivi in 5» è uno dei dialoghi più emblematici). Ipnotiche le musiche, soprattutto certi tappeti sonori che trasformano i dialoghi in strofe rap.

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L’avenir
Il cinema di Mia Hansen-Løve è un cinema delicato, estremamente riservato nel raccontare i sentimenti dei suoi personaggi, elegante nella costruzione delle immagini. Qualcuno lo giudica freddo; personalmente, lo trovo magnifico nella sua asciutta poesia. Qui, la giovane regista francese segue la tempesta emotiva che travolge un’insegnate di filosofia dopo che viene lasciata dal marito. Una donna che deve ricostruirsi un futuro (l’avenir del titolo) anche a partire dalle sue contraddizioni, dalla divergenza tra gli ideali che insegna nelle sue lezioni e quelli che mette in pratica nella sua vita quotidiana. Protagonista è Isabelle Huppert, come sempre sublime.

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Dopo l’amore
Joachim Lafosse firma un film delicato e commovente, una lucida radiografia sulla fine di un matrimonio. Con due attori formidabili: Bérénice Bejo e Cédric Kahn. Leggi qui la recensione completa.

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Bleed for This
Diretto con mano sicura da Ben Younger, Bleed for This è boxing-drama coinvolgente, con una fattura classica (forse fin troppo), e con delle interpretazioni molto credibili di Miles Teller e Aaron Eckhart. Leggi qui la recensione completa del biopic sul pugile Vinny Pazienza.

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Free Fire
Ben Wheatley, uno dei registi britannici più interessanti in circolazione, firma uno spettacolare action tutto ambientato in una fabbrica dismessa. Un film pulp, ironico e con un ottimo cast. Leggi qui la recensione completa del film-sparatoria con Brie Larson.

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E in più qualche documentario
In chiusura, segnaliamo alcuni documentari degni di nota: il potente e poetico Moo Ya di Filippo Ticozzi (premio speciale della Giuria nella sezione Italiana doc), il raffinato La lingua dei furfanti di Elisabetta Sgarbi, il divertente e interessante Chi mi ha incontrato, non mi ha visto di Bruno Bigoni. E La felicità umana di Maurizio Zaccaro che ci ha mostrato un’inconfutabile verità: una società, per essere felice, deve livellare il più possibile le differenze tra ricchi e poveri perché più grande è il divario, più il povero sarà arrabbiato, e più il ricco si sentirà insicuro e minacciato.

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