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Caccia al cacciatore (di scoop)

Cinema e giornalismo vanno a braccetto da sempre, tra pericolose relazioni di potere e solitari paladini della verità. Ora lo scandalo-Murdoch riporta in auge la questione dell’etica giornalistica: che Hollywood abbia trovato il Gordon Gekko della carta stampata?
Giuseppe Civati - 06/09/2011
Caccia al cacciatore (di scoop)

È stata l’estate di Rupert Murdoch, anche se lui ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ha fatto una certa impressione vedere il magnate dell’informazione, in lacrime, chiedere scusa al mondo intero per averlo (per averci?) spiato: telefonate, email, conversazioni private “rubate” (spesso con la connivenza delle istituzioni britanniche) solo per avere uno scoop in anteprima, per raccontare una verità prima degli altri o travestire una bugia da rivelazione. Roba da vergognarsi di fare i giornalisti, se il modello deve essere quello dell’Inventore di favole, quel film di Billy Ray sul reporter che fabbricava notizie ad arte per fare carriera. Se l’unico modo per fare notizia è sbattere il mostro in prima pagina, cercare un Asso nella manica (come ci ha raccontato Billy Wilder), strumentalizzando, ai fini propri e della propria carriera, una storia. La colpa di Murdoch è aver rovesciato il mito del giornalismo e aver dato la precedenza a interessi editoriali, condizionamenti della politica, logiche di potere, magari giustificate con il sempiterno appello al Diritto di cronaca. Proprio quei meccanismi che il giornalismo dovrebbe smascherare e mettere a disposizione dell’opinione pubblica e della collettività diventano invece protagonisti negativi. E invece l’informazione diventa un’arma potentissima, prima Quarto, poi Quinto potere in grado di controllare e influenzare le coscienze. Ci vorrebbero Fincher e Sorkin per raccontare fin nel più squallido dettaglio una vicenda che ha fatto infuriare tutti, politici, calciatori, star del cinema come Hugh Grant e Alec Baldwin (che è arrivato a chiedere le dimissioni del premier inglese Cameron).

Non è questa la stampa che il cinema ci ha insegnato ad amare: il giornalista, per tradizione, “piace” al cinema e la sua professione è associata al coraggio, alla libertà e all’autonomia di pensiero. I giornalisti cercano la verità: ricordate il Bob Woodward di Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente, o Cal McAffrey/Russell Crowe di State of Play? La cercano come gli spettatori, al di là dello schermo. E quindi si tifa per loro, soprattutto per quelli capaci di rischiare tutto quello che hanno anche solo per finire un pezzo, per raccogliere i dettagli e le prove e risolvere il caso che si trovano di fronte. Perché i giornalisti al cinema sono detective, come insegnava magistralmente il già citato Fincher in Zodiac. Sono Insider con i loro “anni vissuti pericolosamente”, alla ricerca della trama di potere che si nasconde dietro a una storia. Sono cacciatori di notizie, schierati dalla parte della verità nell’eterna lotta del Bene contro il Male. Che non finisce mai. E che troveremo anche nel prossimo film. E nella prossima edizione del giornale, la mattina, quando ci svegliamo. Per ora, in attesa di un nuovo scoop, non resta che augurarci buona notte. E buona fortuna.

L’articolo è pubblicato su Best Movie di settembre a pag. 44

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