Cannes 2012, Amour capolavoro del Festival: Michael Haneke mette la Palma d’Oro in cassaforte

Cannes 2012, Amour capolavoro del Festival: Michael Haneke mette la Palma d’Oro in cassaforte

La recensione del nuovo film del regista austriaco, già vincitore nel 2009 con Il Nastro Bianco

di Giorgio Viaro 20/05/2012
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Interno borghese, musica di pianoforte, tappeti persiani, librerie di legno scuro, un’anziana signora giace morta nel suo letto. Stacco, torniamo indietro di qualche settimana, forse mesi. Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva) sono due ottantenni colti e benestanti, insegnanti di pianoforte in pensione che trascorrono le giornate ascoltando i CD dei loro ex-allievi, ricevendone orgogliosi le visite. Musicista è anche la loro figlia Eva (Isabelle Huppert), e il loro genero, con cui hanno un rapporto cordiale ma formale, della formalità curata, seriosa, che viene coltivata in certe famiglie dell’aristocrazia intellettuale e che spesso – nei film di Haneke – nasconde e imbelletta altro.

Un giorno, durante la colazione, Anne ha un momento d’assenza: non risponde, non reagisce. Poi passa, ma è l’inizio. Al di là della diagnosi, il suo corpo sta smettendo di funzionare, si spegne piano, troppo. Subisce un’operazione, non funziona (“il 5% di fallimento potenziale”). Prima fatica a camminare, poi rimane semi-paralizzata, alla fine non si alza più dal letto. Se ne va la parola, se ne vanno anche i pensieri. Non se ne va lei, perché George non trova la forza di esaudire il suo ultimo desiderio. I giorni passano, gli infermieri si avvicendano, non migliora niente. Alla fine, nel grande appartamento, restano solo loro due, e un piccione che ogni tanto entra dal cortile. Poi, più niente.

Amour, di Michael Haneke, è l’ultimo melò possibile, la fine di tutte le storie d’amore che non finiscono, la verità aggirata da film come Le pagine della nostra vita, e in parte sfiorata da Lontano da Lei, di Sarah Polley. Chiusi in casa, con i due protagonisti, assistiamo alla malattia e al dolore, che è ovvio, e al rispetto, che ovvio non è, e nemmeno facile. Non c’è altro. Non si esce più di casa. Ed è un’illusione anche quella di poter condividere il dolore: Eva vorrebbe, ma come si fa?, e Georges glielo spiattella in faccia, dopo avergli chiesto di non farsi più vedere: “Cosa significa, per te, parlare seriamente di quel che sta succedendo?”.

Lo stile è naturalistico, la camera ferma, ma con piccoli scarti, come sempre Haneke  – il sogno di Georges, i quadri a olio, la visione nel pre-finale. Ma il naturalismo è raggiunto ad arte, è teatro che vola altissimo: i lunghi dialoghi tra marito e moglie che precedono l’ictus e poi l’ultima fase della malattia (“Com’è bella la vita, e lunga”), o quelli tra l’uomo e la figlia, o il monologo straziante prima dell’ultimo atto, non sono affatto improvvisati, e tutto sommato nemmeno realisti. Tutto il contrario. Creano le distanze e i contorni di un idillio perfetto, cristallizzato dal tempo e dalle abitudini, sono la cornice di un desiderio che quasi tutti covano in fondo al cuore: ed è per questo che fa così male vederlo mentre si spegne.

Tristissimo e perfetto, di quella tristezza e di quella perfezione che non si può fingere non ti riguardino, Amour è un film che non si può consigliare a cuor leggero: direbbe Gadda, la cognizione del dolore.

Voto: 5/5

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