Film in anteprima

Cannes 2012, Isabelle Huppert si fa in tre nel nuovo film di Hong Sangsoo In Another Country. La recensione

Tre divertenti novelle prendono vita sullo schermo, nello stesso luogo, con gli stessi protagonisti, eppure sempre diverse
-20/05/2012
Cannes 2012, Isabelle Huppert si fa in tre nel nuovo film di Hong Sangsoo In Another Country. La recensione

In Another Country inizia su una spiaggia coreana, dove una madre e una figlia discutono delle difficoltà che sta attraversando la famiglia e dei debiti che pesano sulle loro spalle. Per distrarsi la ragazza inizia a scrivere una sceneggiatura. Le sue parole immediatamente prendono vita sullo schermo attraverso tre brevi racconti, ciascuno apparentemente slegato dagli altri, ma in realtà contente alcuni elementi di raccordo.
Ogni novella è ambientata nella cittadina di Mohang (Corea), in un piccolo hotel, e ha alcuni protagonisti fissi (cui se ne aggiungono altri secondari): la figlia dei proprietari dell’albergo, un bagnino che vive in una tenda ai bordi della spiaggia e una donna francese di nome Anne (Isabelle Huppert).
La prima Anne è una regista di successo in visita a un collega coreano, Jongsoo, che, nonostante stia per diventare padre, subisce il fascino dell’amica.
La seconda Anne è una donna della borghesia francese, sposata con un manager, ma amante di un regista coreano, Munsoo, con il quale vive un rapporto travagliato.
La terza Anne è madre di due figli ed ex moglie di un uomo che l’ha tradita con la sua segretaria di origine coreana. Per trovare un po’ di pace decide di concedersi un viaggio a Mohang in compagnia di un’amica che insegna folclore a Jeonju.

Le tre Anne sono tutte alla ricerca di qualcosa: di un faro. Hong Sangsoo non parla esplicitamente di senso della vita ma è chiaro che in quel  faro sono racchiuse le risposte ai tanti perché che animano la vita e la mente delle tre protagoniste. A Mohang ciascuna trova o perde qualcosa, a volte per sempre, sia questo l’uomo amato o una bottiglia di Soju o ancora un ombrello.
Quello che il regista sembra suggerire è che sono queste scoperte e/o perdite a fare la differenza nella vita dell’uomo, a determinarne il percorso e attribuirle una sua specificità e un suo senso.
Esattamente come accade sullo schermo, dove si procede per déjà vu, battute ripetute, inquadrature identiche, eppure ogni volta si assiste a una storia diversa.
Dal momento che i racconti provengono dalla penna ancora incerta e alle prime armi di una ragazza, anche la regia si adegua ad una forma quasi elementare, che annulla il montaggio a favore di evidenti zoomate (si ha la sensazione di guardare attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica e, attraverso lo zoom, avvicinare o allontanare il soggetto dell’inquadratura). Un “gioco” che suscita ilarità e che si somma a una sceneggiatura divertente, resa ancora più brillante dalla recitazione degli attori, il cui inglese maccheronico (nessuno è madrelingua inglese) ha come risultato simpatiche incomprensioni, specie nei dialoghi tra Anne e il bagnino. Che a volte sembrano quasi surreali e nonsense. E invece è proprio quella “superficialità”, quell’essenzialità del dialogo a diventare strumento di introspezione.

Voto: 3/5

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