Denis Villeneuve: «Mi piace la sci-fi piena di simbolismi e significati nascosti»

Denis Villeneuve: «Mi piace la sci-fi piena di simbolismi e significati nascosti»

Dopo i thriller Prisoners e Sicario, il regista di Arrival ha deciso di restare a Hollywood, per dedicarsi alla fantascienza. Con due progetti straordinariamente ambiziosi e il sequel di Blade Runner

di Giorgio Viaro 23/01/2017
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C’è un autore canadese con il viso lungo, i capelli corti e la barba brizzolata che sta rimettendo a nuovo i generi hollywoodiani con un’ostinazione e una qualità senza rivali. Si chiama Denis Villeneuve, e c’è chi lo conosce e lo ama dai tempi di La donna che canta (era il 2010). Lui, una volta ottenuto il lasciapassare per la città dei sogni, ha sistemato il thriller con Prisoners e Sicario, e ora ha deciso di rimettere a nuovo la fantascienza. E per non farsi mancare niente, prima ha lavorato su una storia nuova per il grande schermo, tratta da una raccolta di racconti del semi-sconosciuto Ted Chiang, e poi ha puntato direttamente il bersaglio grosso, accettando di girare il sequel di una cosa da niente come… Blade Runner. A Venezia, durante l’ultimo festival, lo abbiamo incontrato per parlare di entrambi. Arrival, in particolare, affronta gli scenari di un’invasione aliena, forse pacifica e forse no, dal punto di vista della comunicazione e del ruolo del linguaggio nella strutturazione di un rapporto sociale. Un progetto concettualmente complesso, ma ambizioso nel cercare una platea popolare nonostante il tema “alto”, nella scia degli ultimi due film di Nolan.

Allora, come va con la fantascienza?
«Difficile dirlo, perché non è passato molto tempo dal termine della lavorazione di Arrival. Ho finito il film pochi mesi fa, e di corsa, perché ero già in fase di pre-produzione con Blade Runner 2049: sinceramente non è stata un’ottima idea. Anzi è stato piuttosto pesante essere allo stesso tempo su due set differenti, sono stato travolto dal lavoro. Un minuto dopo aver finito il lavoro su uno, ero già in aereo pronto a partire per preparare il progetto successivo. Quindi con tutto questo rincorrere non sono riuscito a metabolizzare l’esperienza. Quello che posso dire è che è un progetto a cui tenevo molto, perché era da parecchio tempo che volevo cimentarmi con il genere sci-fi».

Qual è la fantascienza che ami di più?
«Beh, come tutti sono rimasto totalmente impressionato da 2001 Odissea nello spazio, è un film che da ragazzo mi ha colpito e ancora oggi è uno dei miei preferiti. Poi citerei assolutamente Blade Runner. Il 2, naturalmente! (ride, ndr). E Incontri ravvicinati del terzo tipo. Mi sono sempre interessato alla fantascienza ma è molto difficile trovare materiale originale e interessante, qualcosa che non abbia solo a che fare con combattimenti e armi. A un certo punto della mia carriera ho anche pensato a un remake di Dune, un film che ho amato, ma ottenere i diritti era davvero un processo lungo e difficoltoso (nel frattempo ci sono state novità, che potete leggere qui, ndr). Al momento ho in ballo un altro paio di progetti che sono ancora allo stato embrionale, e di cui non posso assolutamente parlare, ma si tratta di un paio di storie di fantascienza che mi piacerebbe portare al cinema».

L’astronave di Arrival mi ha ricordato un po’ il monolite di 2001 Odissea nello spazio
«Il fatto è che oggi è davvero difficile fare qualcosa di nuovo e mai visto prima. Il design di quella astronave è stato deciso in uno dei momenti iniziali della produzione. Abbiamo scelto di farla con quella forma per diverse ragioni e che fosse nera… Beh, sapevo che avrebbe rimandato proprio a quel titolo, ma i due film sono talmente differenti che questo davvero non rappresentava un problema».

Parliamo dei temi di Arrival.
«Quando ho letto il racconto originale l’ho trovato molto radicale, tutto girava in effetti intorno a un discorso intellettuale e lo sceneggiatore ha cercato di incastrarlo in una struttura drammatica che per il cinema potesse essere una buona soluzione. Alla fine però ho deciso di mantenere il tutto il più possibile vicino al racconto, perché ero convinto che questo fosse il punto di forza dell’intero progetto. Si avvicinava molto al tipo di fantascienza che amo, piena di simbolismi e significati nascosti. A Hollywood ormai sembra che i film siano fatti dalle macchine in catena di montaggio, ma io credo che il pubblico voglia anche qualcos’altro, qualcosa di inaspettato. Mi piacciono i film che si prendono dei rischi, come Under the Skin».

Ti è piaciuto Interstellar?
«Sono un grande fan di Nolan e credo che con quel film abbia raggiunto un traguardo incredibile, al livello di Spielberg, cioè la possibilità di creare grandi eventi cinematografici che attirano il pubblico, con prodotti che mantengono una certa personalità. Rispetto molto questo tipo di professionisti, perché al giorno d’oggi è un livello difficile da conquistare».

Il direttore della fotografia di Sicario e Blade Runner 2049 è il grande Roger Deakins: come mai per Arrival non avete collaborato?
«C’erano dei problemi con le date della lavorazione, era già impegnato in un progetto a cui si era legato precedentemente. Per scegliere al meglio ho guardato molti film di fantascienza e ho scovato questo giovane direttore della fotografia di cui non avevo mai sentito parlare prima e i cui lavori mi avevano davvero entusiasmato: Bradford Young (quello di A Most Violent Year). Così ci siamo incontrati, ed è stato amore a prima vista. Ha grande spontaneità e pazienza. Sul set è come uno che si mette di fronte a un bimbo con lacamera e aspetta di ottenere quello che vuole, senza il panico che questo non avvenga. Inoltre ottiene il risultato che ha in mente per sottrazione, senza continuare ad aggiungere elementi. Quando entri in un suo set è come entrare in una caverna: non continua ad aggiungere luci, le toglie. Arrivi e poi devi aspettare che l’occhio si abitui. È tutto buio, con un mood molto particolare. Si raggiunge il limite della sensibilità dell’ottica delle camere e c’è bisogno di macchine molto potenti e sensibili. Lui sfrutta la tecnologia al limite e riesce appunto a filmare in questa oscurità che a me personalmente piace moltissimo».

Come sei arrivato a questo look “tentacolare” per gli extraterrestri?
«La sola cosa che sapevamo è che nel libro venivano chiamati “Eptapods”, proprio perché avevano sette gambe. Poi abbiamo trascorso mesi interi cercando di sviluppare una creatura. Volevo qualcosa che fosse molto legato al subconscio, una sorta di rappresentazione della morte come la immaginiamo. È stato un processo molto lungo, ma ero così contento del risultato finale che perfino i produttori non hanno osato dirmi di no, nessuno mi ha chiesto di creare mostri con grandi occhi o cose del genere…».

Ti farei la stessa domanda anche per quanto riguarda il sistema di scrittura “circolare” degli alieni.
«Nel libro emerge questo concetto di circolarità, ma è l’unica cosa. Il resto è frutto di ricerche e di una collaborazione con una artista di Montréal che si chiama Martine Bertrand, che ha portato questa idea di linguaggio. Il concetto di partenza era che doveva essere un codice dettato dal subconscio, un linguaggio complesso, da incubo. Lei ha portato uno spunto, dopodiché è stata una vera sfida perché abbiamo dovuto creare tutto un intero alfabeto compatibile con i dizionari nelle varie lingue, con tutti i significati – anche quelli astratti – e la logica dietro ai vari simboli».

La libertà che ti hanno lasciato per Arrival, hai l’impressione di averla anche per Blade Runner?
«A dire il vero anche in questo caso sulla lavorazione ho avuto piena libertà fin qui. Ho accettato di farlo perché i produttori del film sono due miei carissimi amici, gli stessi di Prisoner, quindi sapevo che il clima intorno al progetto sarebbe stato estremamente rispettoso delle mie idee».

Perché hai scelto l’Ungheria come set per il tuo Blade Runner?
«Se la domanda è se ho scelto l’Ungheria perché volevo delle suggestioni particolari, la risposta è assolutamente sì: ci sono degli elementi delle location che hanno ispirato la lavorazione del film, ad esempio da un punto di vista architettonico».

Blade Runner 2049, Sicario e Arrival sono film completamente differenti ma hai scelto di utilizzare lo stesso compositore, Jóhann Jóhannsson. Perché?
«Quando ho sentito il suo materiale, mi sono accorto subito che aveva una grande personalità, dopodiché mi piace molto l’idea di evolvere insieme ad altri artisti, di un percorso comune di crescita».

Lo consideri un traguardo importante quello di essere arrivato a lavorare nell’industria cinematografica americana?
«Quando ero un giovane regista inesperto, affermavo che era una sorta di macchina distruttrice. Perché un sacco di registi che ammiravo e che erano arrivati a lavorarci non avevano avuto buoni risultati. Anzi, basta un progetto sbagliato e vieni marchiato per sempre. Bisogna avvicinarsi a quel mondo con grande attenzione e circondarsi dei collaboratori giusti. D’altra parte, però, questo sistema può darti grandi vantaggi: se da un lato in Usa vengono prodotti un sacco di pop-corn movie, dall’altro gli artisti che lavorano ai film hanno una cultura vastissima, hai a disposizione il meglio. Gli strumenti che possono fornirti per fare un film sono straordinari».

Foto: © 21 Laps Entertainment/FilmNation Entertainment/Lava Bear Films

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