Derek Cianfrance su La luce sugli oceani: «È tutta colpa di Spielberg»

Derek Cianfrance su La luce sugli oceani: «È tutta colpa di Spielberg»

L’8 marzo esce nelle sale italiane il melodramma con protagonisti Michael Fassbender e Alicia Vikander. Ne abbiamo parlato col regista che ci ha raccontato un po’ di retroscena del film, dall’idea suggerita da Steven Spielberg al dolorosissimo processo di montaggio che l’ha portato a utilizzare solo l’1% del girato

di Valentina Torlaschi 22/02/2017
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Riuscire a catture gli attimi sfuggenti della vita. Dare la percezione che le immagini sullo schermo racchiudano una luce di verità, che quello che stiamo vedendo non sia solo finzione ma stia accadendo davvero. In pochissimi ci riescono: oltre a Richard Linklater (Boyhood, Tutti vogliono qualcosa), Derek Cianfrance è uno di questi. Passato da documentarista, occhio allenato a leggere il reale, il regista ha già dimostrato di saper orchestrare ipnotici echi tra fiction e realtà in Blue Valentine e, in parte, in Come un tuono. Lo abbiamo incontrato al Festival di Venezia in occasione dell’anteprima di La luce sugli oceani e, in una casual talk su una terrazza del Lido, il regista ci ha rivelato interessanti retroscena del suo ultimo film: un melodramma dalla lunga e intensa lavorazione che ha portato a più di 20o ore di girato, poi distillato in 133 minuti (circa l’1% dell’intero lavoro).
Protagonisti di questa storia di amore e dolore, Michael Fassbender e Alicia Vikander, ed è proprio su questo estenuante set in cui il confine tra essere e fingere era spinto all’estremo sino a dissolversi, che i due si sono conosciuti e innamorati.

È il tuo primo film tratto da un romanzo.
«Ho letto il libro nel 2013: era circa un anno che stavo cercando un soggetto per un nuovo film, e volevo un adattamento da un libro perché ero stufo delle mie storie. È stato Spielberg a suggerirmi La luce sugli oceani di M. L. Stedman: Steven aveva molto amato Blue Valentine – gli piaceva definirlo una sorta di “E.T. senza gli alieni” – e per lui quel libro era perfetto per me. Aveva ragione: mentre lo leggevo sentivo che quell’immensa storia d’amore mi apparteneva, la sentivo mia».

In che senso?
«Da bambino, m’immaginavo che le famiglie fossero come delle isole. Ti spiego meglio: quando la gente arrivava a casa nostra, io, i miei genitori e i miei parenti ci trasformavamo, cambiavamo la versione di noi stessi, la nostra immagine; insomma recitavamo una parte. Quando poi gli ospiti se ne andavano dalla nostra “isola”, noi tornavamo a essere veri. Fare questo film è stato un po’ come tradurre quell’esperienza della mia infanzia. Ho voluto esplorare le relazioni umane primarie, registrare i momenti apparentemente insignificanti della vita e vederli diventare significanti. Il mio cinema è questo: andare alla ricerca della verità».

John Donne scriveva “no man is an island”: che è un po’ l’opposto di quello che dici tu.
«Per me ogni famiglia è un’isola, come dicevo, ha i suoi segreti, non riesco a pensare di essere solo. Tutta la mia vita sono le persone. La mia famiglia mi conosce, e io conosco loro, c’è intimità; all’esterno esce solo una parte della mia vera personalità e verità. Il mio cinema è questa ricerca di verità, cercare il vero nelle case, e questo per me è stata l’occasione di andare in un posto mitico».

Alicia Vikander e Michael Fassbender sono stati la tua prima scelta? Pensavi già a loro quando scrivevi la sceneggiatura?
«Fassbender, sì: ho sempre pensato che avesse le stesse qualità di Tom, il suo incredibile controllo e senso del dovere. Michael, poi, è un attore straordinario che riesce sempre a dare credibilità ai personaggi: quando è Magneto, credi davvero che abbia dei super-poteri. Quando l’ho incontrato di persona, è emersa anche la sua estrema sensibilità: era perfetto, perché il film racconta proprio la battaglia tra la mente e il cuore di un uomo. A quel punto dovevo trovare qualcuno che si abbinasse bene con lui sullo schermo, che fosse un po’ l’opposto di Tom, che fosse tutto impulso, emozioni, senza segreti, limpido nelle sue passioni. All’addetto del casting ho chiesto di trovarmi un’attrice che fosse un po’ la nuova Vivien Leigh di Via col vento, un po’ la nuova Gena Rowlands di Una moglie, un po’ la nuova Emily Watson di Le onde del destino. Mi hanno proposto Alicia Vikander. Le ho fatto un provino e lei ha fatto quello che adoro che gli interpreti facciano: fidarsi completamente di me. Sul set entrambi sono stati instancabili: una forza estrema. A livello di casting abbiamo fatto un ottimo lavoro».

Avete passato quasi sei settimane sull’isola. Com’è stato lavorare in quelle condizioni d’isolamento estremo?
«Io mi considero un po’ un “documentarista di finzione”. Cerco sempre di trovare luoghi e situazioni in cui la recitazione venga scavallata dalla verità, in cui la storia venga inglobata dalla vita. Ecco perché era fondamentale trovare un posto di totale isolamento, senza via d’uscita. Volevo un posto da vivere in tutto e per tutto. E non è stato facile: molti fari si trovano vicino a dei villaggi pittoreschi con hotel e negozietti, insomma non andavano bene; io volevo trovarmi in un luogo senza tempo con solo due attori. Così abbiamo scovato quest’isola vicino alla Tasmania, che si trova a un’ora e mezza da qualsiasi altro centro abitato: non avrebbe avuto senso andare e venire tutti i giorni, così ho convinto Michael e Alicia a vivere lì con me su per quasi sei settimane. All’inizio Michael era un po’ scettico, ma io gli ho detto: “Tu sei un grandissimo attore, quello che ti sto offrendo io è un’esperienza, perché trovarti in un posto dove il vento ti sveglierà nel mezzo della notte sarà fondamentale per costruire il tuo personaggio“. Michael, ancora scettico, mi ha raccontato allora quella storia di Dustin Hoffman e Laurence Olivier sul set di Il maratoneta in cui Hoffmann si presentò distrutto sul set: l’attore disse che era stato sveglio tre giorni consecutivi per entrare nella parte di un uomo insonne. Olivier, allora, gli disse: “Ma scusa non potevi limitarti a recitare?”».

Ottima replica. Come hai fatto a convincere Fassbender alla fine?
«Semplicemente gli ho detto: “dammi una sola possibilità, non te ne pentirai”. Lui ha accettato di fare una prova: una sola notte. Ma poi è rimasto tutte le sei settimane. Il nostro film è una storia, ma è anche la testimonianza di quella vita».

Qual è stata la primissima scena che avete girato?
«Con Alicia abbiamo fatto una cosa un po’ estrema: l’ho fatta arrivare sull’isola bendata, alle 4:00 di mattina. Giusto 10 minuti prima che il sole sorgesse, le ho tolto la benda e le ho chiesto di trovare il faro: lei ha iniziato a camminare, a esplorare il paesaggio, posti che non aveva visto prima (non le avevo mia mostrato neanche una foto). È uno dei miei momenti preferiti del film: lei che vive, fa esperienza di quel posto in un modo che non puoi solo recitare. Lo devi vivere. Ho registrato due ore in cui Alicia si aggirava per l’isola: è stato qualcosa di unico, di puro, un dono. Dover tagliare in montaggio molte di quelle scene è stato difficilissimo; avrei potuto fare un film di due ore solo con quelle riprese».

Il montaggio sarà stato sicuramente la parte più dolorosa. Avevi qualcosa come 200 ore di girato, vero?
«209 ore, per l’esattezza. Io la vedo così: quando tu scrivi un film, tu sogni; quando lo giri, vivi; quando passi al montaggio, tu uccidi. Io odio il montaggio: nei miei film raccolgo sempre una gran quantità di materiale. In questo caso, alla fine, ho usato l’1% di quello che avevamo girato, ho dovuto buttare il 99% del mio lavoro».

Farai magari una director’s cut includendo alcune delle scene tagliate?
«No, questa è la mia versione unica e definitiva. Ho fatto delle scelte che sono state dolorose ma su cui non voglio tornare indietro. Il montaggio è stato un processo lungo, faticoso, ma necessario. Senza editing non c’è forma, è un po’ come fare una scultura».

Qual è stata la scena che ti ha fatto più male tagliare?
«Quella con Hannah (Rachel Weisz) in cui lei è in cucina insieme alla figlia che però è assente, non risponde alle sue domande e alle sue attenzioni. La donna osserva la piccola picchiare una bambola e dire: “Uccidiamo la strega Hannah”. Sono parole che le spezzano il cuore, e allora lei reagisce, strattona la bambina, le dà uno schiaffo sulla mano. Era una scena molto intensa, era davvero un momento vero del rapporto tra madre-figlia, ma alla fine l’ho dovuta togliere perché non s’incastrava bene nello schema generale. Quello per i figli è un amore immenso e molto costoso».

Un film che hai visto recentemente e che ti è piaciuto molto?
«O.J.: Made in America e The Look of Silence. Eh sì, sono tutti documentari: è davvero difficile che io venga travolto da una storia di finzione. Il mio film preferito di sempre è Il vangelo secondo Matteo di Pasolini: un esempio perfetto di fiction-documentario. Sono ossessionato da queste opere dove la finzione a un certo punto finisce per far iniziare la vita; non a caso, John Cassavetes è il mio eroe mentre un altro dei titoli che mi hanno profondamente segnato è Umberto D. Sono profondamente realista».

Prossimo progetti?
«Ho in ballo questo film che s’intitola Empire of the Summer Moon. È un adattamento del romanzo di S.C. Gwynne su una storia di pellerossa: Quanah Parker, leader Comanche».

A quando una commedia?
«A presto! Davvero. Mio moglie è una commediografa, e insieme stiamo lavorando a A Cotton Candy Autopsy. Il film vede come protagonisti dei clown, ma non quei clown inquietanti di moda ultimamente. No, è qualcosa di più giocoso e divertente, alla Fellini».

E a quando un cinecomic?
«In realtà A Cotton Candy Autopsy è tratto da un fumetto. Ma se per cinecomi intendi uno di quei film con un sacco di effetti speciali, la vedo dura: io sono troppo ossessionato dalla realtà e dagli esseri umani».

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