Festa del Cinema di Roma, Ben Affleck contabile… letale. La recensione di The Accountant

Festa del Cinema di Roma, Ben Affleck contabile… letale. La recensione di The Accountant

L’action-thriller di Gavin O’Connor vede Batfleck nei panni di un giustiziere sui generis

di Giorgio Viaro 19/10/2016
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The Accountant è un action thriller che fa i conti con lo stato della morale pubblica, l’esito di un mondo in cui vengono percepiti vari livelli di delinquenza, ma il colpevole ultimo è sempre l’alta finanza.

È la ragione che rende interessante un film convenzionale nella forma e nella costruzione ma non nei personaggi, nessuno dei quali può essere identificato come il classico eroe hollywoodiano – coraggioso, compassionevole e con la fedina pulita. Anzi, lo stesso Christian Wolff (Ben Affleck), protagonista della storia, è un contabile che soffre di una blanda forma di autismo, sociopatico, masochista e violento.

Unendo le proprie straordinarie capacità di calcolo e analisi a una forma di paranoia funzionale, Wolff è riuscito ad accumulare un enorme patrimonio, curando gli affari di alcune delle più detestabili organizzazioni criminali del pianeta. A far saltare i suoi delicati equilibri psicologici e lavorativi, sarà l’incontro con una collega quasi altrettanto dotata (Anna Kendrick), finita nel mirino di un gruppo di killer mercenari.

Qui c’è la piccola intuizione narrativa del film: Wolff è stato infatti addestrato dal padre al combattimento e all’uso delle armi fin da bambino, ed è quindi una macchina di morte perfettamente calibrata – insensibile quanto basta a causa della sua malattia, e imbattibile nel corpo a corpo. La trovata viene sfruttata sia a fini drammatici che comici, e il volto squadrato di Affleck, la sua fissità in molti casi oggetto di critiche, stavolta è adeguata al ruolo.

Ma se i compromessi morali di Wolff sono già macroscopici, quelli di altri personaggi centrali nel film – che non vi sveliamo – sono addirittura spiazzanti. Eppure The Accountant sceglie strade diverse, punta il dito altrove, ammettendo invece la crudeltà di giustizieri e mercenari.

È una rivoluzione minima ma evidente, è come se il cinema stringesse un patto con lo spettatore, prendesse atto di umori globalizzati, di un mondo che ha svuotato di senso le istituzioni politiche mettendosi nelle mani di chi governa i flussi virtuali di denaro e informazioni. Rispetto alle responsabilità di questi ultimi, ad esempio nell’annichilimento delle prospettive sociali della classe media, ogni altra questione passa in secondo piano, il dibattito sulle posizioni morali pare congelato.

Christian Wolff incarna questa stasi e questa rabbia compressa: è un delinquente che sfrutta gli sfruttatori, un’animale a-sociale, capace di una blanda empatia per le vittime del sistema quanto per chi ne approfitta dal basso (ed è qui il grosso salto morale), ma inarrestabile con i suoi padroni. The Accountant dice che il nemico non è più esattamente quello che era, nemmeno al cinema, nemmeno dentro i film di genere. Anzi è possibile una forma di fratellanza globale di poco-buoni e molto-cattivi, di fronte a una specie nuova di villain.

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