Festa del Cinema di Roma, ecco 2night: Ivan Silvestrini racconta la notte tenera e bollente di Matilde Gioli e Matteo Martari

Festa del Cinema di Roma, ecco 2night: Ivan Silvestrini racconta la notte tenera e bollente di Matilde Gioli e Matteo Martari

Il film è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione parallela Alice nella Città

di Giorgio Viaro 19/10/2016
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La sfida è la stessa del celebrato Locke di Steven Knight: girare un film intero, o quasi, senza mai uscire dall’automobile in cui si trova il protagonista. In questo caso, e parliamo di 2night di Ivan Silvestrini, i protagonisti sono due, una ragazza e un ragazzo (Matilde Gioli e Matteo Martari) che attraversano Roma in cerca di un parcheggio, per consumare una notte di sesso a casa di lei. Entrambi nascondono un segreto, ma a tenere vivo il film, oltre all’attesa dei disvelamenti, è la ricerca di un senso nel corteggiamento reciproco, la sensazione di osservare due vite in stallo. In attesa di risposte, sull’orlo di una notte che forse è una notte come un’altra, e forse no.

Abbiamo intervistato Ivan Silvestrini in occasione della presentazione del film in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma, dove partecipa alla sezione parallela Alice nella Città.

Come si fa a tenere desto l’interesse dello spettatore senza mai, o quasi, uscire da una automobile? È un problema più registico o di scrittura?
Quella era la sfida sin dall’inizio, ma se un film non contiene una sfida, in fondo, cosa lo renderà particolare? E questo credo che valga sia per il regista che per lo spettatore. Per tenere viva l’attenzione, per risucchiare in quella macchina il pubblico sapevo che avrei dovuto inventarmi di tutto. La sceneggiatura doveva filare liscia e veloce, l’ambizione era quella di raccontare in una notte tutte le fasi emotive di una relazione, questo ci ha portato a prevedere dei punti di svolta che cambiassero spesso le carte in tavola. Registicamente poi ho elaborato quello che scherzosamente sul set chiamavamo il “Codex Silvestrinianus”: uno schema di tutti i possibili modi di inquadrare due persone in macchina con tutte le varianti a seconda della posizione dei protagonisti, fossero essi entrambi in macchina, uno dentro uno fuori, fuori, o altro… non posso spoilerare troppo. Sul set bastava dire, che ne so, “posizione del Codex B6” e tutti sapevano dove mettersi!

Come hai scelto i due protagonisti?
Io sono un “cassavetesiano”, nel senso che credo nelle facce degli attori. Un viso si porta dietro mondi, e va scelto con cura. I due protagonisti di questo film dovevano essere magnetici, era importante per me trovare due volti di cui non ci si sarebbe stancati. Matteo lo avevo studiato in passato lavorandoci, e conoscevo bene il modo in cui i suoi tormenti si disegnano nei suoi lineamenti. Matilde oltre ad essere di una bellezza direi crudele, aveva quella latente fragilità che la avrebbe resa tridimensionale.

So che sei molto orgoglioso dell’aspetto che ha il film dal punto di vista fotografico.
In questo film non c’è neanche una luce neutra, i volti sono sempre colorati da qualche elemento realistico della scena, e Davide Manca (il direttore della fotografia, ndr) ha fatto un lavoro straordinariamente raffinato cercando di dare forma alle mie suggestioni. Ancor più straordinario se penso alla velocità con cui ha dovuto lavorare.

Quanto sono durate le riprese?
Due settimane.

È stato complicato girare sempre di notte?
Roma di notte è un luogo magico ma anche un po’ assurdo, con noi è stata accogliente. Il vero problema era cambiare da un giorno all’altro i bioritmi. Matteo non riusciva a dormire di giorno e quando si facevano le 4 del mattino era stravolto. Io ho cominciato ad abusare di una nota bevanda energizzante che assumevo prima di andare sul set, e devo dire che ha funzionato. Per fortuna ha un sapore talmente orrendo che è stato facile e sollevante disintossicarsene una volta finite le riprese…

Hai visto Locke? È un film che ami? Gli hai rubato qualche “segreto”?
Certo, è uno dei miei pilastri del minimalismo cinematografico, un film che ho adorato profondamente e più ci ripenso, più lo trovo immenso. Sono sicuro che anche lì avessero un “Codex” delle inquadrature. Ci vuole ordine e disciplina per poter poi lasciarsi andare. Ma 2night non è così claustrofobico, avevo un po’ più libertà di movimento, e non avevo solo l’autostrada, ho potuto usare le architetture di Roma per creare un secondo livello pittorico che facesse da commento ai movimenti interiori dei personaggi.

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