Berlinale 2017, Viceroy’s House: amore e divisione nell’India indipendente

Berlinale 2017, Viceroy’s House: amore e divisione nell’India indipendente

Fuori concorso al Festival, il film di Gurindr Chada racconta della drammatica frattura interna creatasi in India alla fine del colonialismo inglese. Protagonista, Hugh Bonneville di Downtown Abbey

di Luisa Cotta Ramosino 13/02/2017
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Lord Mountbatten (Hugh Bonneville) arriva in India come vicerè con una missione apparentemente semplice: seguire il passaggio di potere tra l’Impero Britannico e l’India, che ha conquistato la sua indipendenza grazie al movimento guidato da Gandhi e al sacrificio di tanti volontari nell’esercito inglese durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che Mountbatten non sa è che il negoziato sarà molto più complesso del previsto anche perché qualcuno non gioca a carte scoperte e lui e la sua famiglia rischiano di diventare gli involontari complici di uno scontro sanguinoso tra hindu e musulmani.

Gurinder Chada (Sognando Beckham) rivisita un momento fondamentale del suo paese d’origine, ma soprattutto della sua storia familiare: la donna fu tra i milioni di rifugiati costretti a lasciare da un giorno all’altro il loro villaggio in conseguenza di quella che la regista ha chiamato “the Partition of People”, chiarendo fin da subito la posizione che Viceroy’s House prende rispetto alla tematica storica.

«Il lavoro di scrittura è durato 7 anni, ci siamo documentati leggendo molti testi e parlando con chi ancora ricorda quegli eventi, ma un film storico è comunque sempre visto da un punto di vista, nel mio caso di una Punjabi che è cresciuta in Inghilterra, con una cultura maturata lì, ma anche con profonde radici nei luoghi che ancora portano le cicatrici di quella divisione»

Il film sceglie la casa del viceré come microcosmo in cui mettere in scena non solo le contrattazioni non sempre limpide tra i leader dei vari partiti/minoranze, ma anche una storia d’amore contrastata che vede ovviamente protagonisti due giovani appartenenti alle etnie in conflitto.

«Quella divisione ci fu e non ho mai voluto fare un film sui “se invece fosse andata diversamente”, che non hanno senso, ma sulle persone coinvolte in quella divisione, sulle conseguenze che pagarono. Allo stesso tempo ho voluto mostrare che ci sono ancora tantissime cose che ci uniscono, che i legami culturali sono più profondi e forti dei confini che ci separano». Per spiegarlo, la Chada cita una scena in particolare, che è anche quasi un omaggio al cinema bollywoodiano, quella di un fidanzamento in cui, al ritmo di una canzone, musulmani e hindu ballano insieme. «Quella canzone l’ho scelta apposta, è una canzone d’amore in cui un ragazzo dice alla sua amata di venire via con lui, di seguirlo e parla di sei città in cui andranno: ora queste città sono divise tra India e Pakistan, ma allora erano un unico Paese, un unico mondo unito dall’amore»

Il cast del film è di primo livello, a partire dall’interprete del viceré del titolo, Hugh Bonneville, star di Downtown Abbey che, a chi gli chiedeva quanta affinità ci fosse tra questo film e la serie che lo ha reso famoso (data la struttura di racconto molto british divisa tra upstairs e downstairs), ha risposto con ironia: «La mia bravura è stata premiata: da semplice conte sono diventato addirittura Viceré».

Al suo fianco, perfetta come first Lady, Gillian Anderson, e poi Michael Gambon, Simon Callow, Om Puri e il giovane Manish Dayal, già eroe romantico in Amore, cucina e curry.

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