Festival di Roma 2010: Incontro con il regista di Let me in

Festival di Roma 2010: Incontro con il regista di Let me in

Il regista Matt Reeves rivela cosa lo ha spinto a girare un remake e di avere uno strano rapporto con i film horror

di Giovanni Ragosa 01/11/2010
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Let Me In, remake dello svedese Lasciami Entrare (Let The Right One In) di Tomas Alfredsson, è stato presentato fuori concorso  al Festival del Cinema di Roma. Il film, diretto da Matt Reeves (Cloverfield), tratto dal romanzo di John Lindqvist, parla della delicata storia dell’incontro tra due dodicenni, Owen (Kodi Smit-McPhee), un bambino tormentato dai bulli della scuola ed Abby(Chloe Moretz), un vampiro, che uniscono i propri mondi di solitudine.

Cosa ti ha attratto di questo progetto?

Matt Reeves: «Cloverfield era un film estremo, incentrato sull’idea della handycam e della soggettiva. In qualche modo, è quello che ho tentato di fare anche qui. Quello che mi importa, infatti, è la metafora che si può veicolare sotto lo strato horror del film. Let The Right One In sembra un film di vampiri, ma invece è una storia sui tormenti adolescenziali e sulla crescita:  mi sono immedesimato nella storia.  Ho sofferto da bambino, i miei hanno divorziato, sono cresciuto in quell’epoca raccontata nel libro. Gli horror di quegli anni erano film che mi spaventavano tantissimo, ricordo Shining, L’ esorcista… Volevo fare qualcosa del genere. Mi piaceva l’idea di fare un film di genere mettendoci dentro altre cose».

Lo ritieni un’evoluzione rispetto a  Cloverfield?

Matt Reeves: «Ho terminato di lavorare a  Cloverfield a gennaio 2008. Portai lo script di un mio progetto, The Invisible Woman, che già avevo rimandato per fare Cloverfield, alla Overture (che nel frattempo purtroppo ha chiuso), che aveva distribuito Let The Right One In. Non potevano realizzare il mio progetto e così mi proposero il remake. All’inizio non volevo farlo, poi ho visto il film e me ne sono innamorato. Inoltre,  le scene in cortile erano molto simili a una cosa che avevo scritto in passato, per una serie su una famiglia, in cui c’era una ragazzina che fa un incontro nel cortile, come nel film. Quando l’ho visto, ho trovato un punto di contatto con la storia.

Dopo aver visto il film, ho letto il  libro, e ho scoperto altri particolari su Oskar (il nome del bambino nella versione originale, ndr). Lindqvist era cresciuto in Svezia e io in USA negli anni ottanta, ho pensato che la storia si potesse contestualizzare rispetto alla mia esperienza di vita. Ho scritto a Lindqvist, e lui era contento che io fossi coinvolto perché gli era piaciuto Cloverfield.  Mi ha confermato che Let The Right One In era la storia del dolore della sua adolescenza, e questo era quello che mi piaceva della storia, quello che volevo raccontare. Nonostante sia un remake, per me è una storia molto  personale.

Molti mi hanno chiesto se fossi preoccupato della reazione dei fan del primo film. Quando mi hanno coinvolto e fin dopo aver scritto lo script, in USA non era uscito il film svedese. Sentivo la pressione perché ero un fan dell’altro film e perché avevo parlato con Lindqvist, non perché temessi i fan dell’originale. Quando poi è uscito il film svedese, con tutto il successo che ha avuto,e che si merita, allora mi sono preoccupato! Poi però ho deciso di non farci caso e fare il film mettendoci solo tanta passione».

Un tema centrale del film è la purezza, c’è anche un riferimento a Rome e Giulietta. Allora perché è così attratto dall’horror?

Matt Reeves: «La purezza è quello che mi ha avvicinato  al progetto. Era una vera storia horror, ma con una relazione molto tenera, con molta umanità, in cui il lato umano non scompare mai. Quando penso a L’esorcista, penso che alla tenerezza iniziale tra il personaggio di Linda Blair e la madre, prima che lei diventi l’ospite del diavolo. La giustapposizione dei due elementi è la chiave. E’ ironico: da piccolo erano i film che più mi terrorizzavano, era difficile vederli. Mio padre mi portò a vedere L’Esorcista, metà del film l’ho visto a occhi chiusi, ma siccome  L’Esorcista ha una delle colonne sonore migliori di tutti i tempi sono cose che sono rimaste nella mia testa comunque. La cosa interessante dei film di genere è che contengono qualcos’altro, di molto vero, che serve ad esplorare le proprie paure, anche se l’idea è assurda, come un mostro che distrugge New York in Cloverfield.

Ho letto che Brian De Palma ha dichiarato che non andrebbe mai a vedere i film che fa, visto che ha grandi problemi con gli horror. Io ci vado… ma ammetto di avere paura.

Romeo e Giulietta c’è anche nel libro: da piccolo, Romeo e Giulietta era molto importante per me, a scuola avevamo studiato sia Shakespeare che la versione di Zeffirelli e volevo che ci fosse nel film, perché aiuta a capire il destino del loro rapporto. E’ un’anticipazione di quello che accadrà alla loro relazione».

Ha citato più volte l’esorcista, dove il male però è assoluto. Qual è la sua idea di male?

Matt Reeves: «Non c’è il male assoluto in questa storia, questo mi è piaciuto tantissimo. Sarebbe una visione distorta del male perchè c’è del male potenziale in ciascuno di noi. Ecco perché c’è Reagan all’inizio: se metti il male da una parte, non ci stai facendo i conti, lo stai identificando con qualcosa di esterno. Per Reagan gli americani erano bene, i sovietici male. Quello che mi spaventa è la mancanza di empatia verso il prossimo, quando qualcuno in te vede solo un oggetto, privo di umanità».

Cosa pensa del trend dei vampiri?

Matt Reeves: «Ci sono molte storie, a testimonianza della longevità e dell’adattabilità di questo tema. E’ interessante che ci siano tante storie di vampiri, e come possano essere contestualizzate diversamente. Twilight è fantasy e parla di amore proibito, True Blood è molto sexy ed esplora i lati più istintivi dell’uomo, i vampiri di Lindqvist invece non hanno niente di glamour, è tutto molto realistico, questo mi è piaciuto molto. »

Ci puoi dire qualcosa sulla scelta dei due attori protagonisti, Kodi Smit-McPhee e Chloe Moretz?

Matt Reeves: «Ero spaventato, ci servivano attori in grado di veicolare tale complessità. Pensavo: se non li troviamo, non possiamo fare il film, che è una storia da adulti che si poggia sulle spalle di due dodicenni. Non avevo visto i film di Kodi e Chloe, ero preoccupato. Per il casting maschile, avevo scritto una scena simile a quella di Mia Farrow in Rosemary’s Baby, in cui ha un crollo nervoso al telefono, ma mi sono reso conto che forse non avrei trovato chi interpretasse una scena così. Ai casting, nessuno sapeva farla, erano tutti molto finti, tranne Kodi: lui ha letto la scena in modo molto semplice, quasi trattenendosi, mi sono sentito sollevato. Avevo il mio protagonista.

Per la bambina il casting è stato difficile, oggi tutte le ragazzine vogliono fare i vampiri, ma a me serviva una bambina normale. Ho trovato allora delle foto di una dodicenne senzatetto, che quindi aveva visto cose che una dodicenne non avrebbe visto, in una vita normale. Chloe ha visto quelle foto, mi ha chiesto se quella fosse una bambina vera e poi ha fatto un provino perfetto. A quel punto ero tranquillo».

Con questo film risorge la storica Hammer che effetto le fa?

Matt Reeves: «Sono contento che sia il primo film della Hammer in 30 anni. E’ ironico: da bambino, vedevo i film Hammer in tv di notte con le mani davanti agli occhi, ricordo quelli di vampiri con Christopher Lee, avevo gli incubi. Speravo che il nostro fosse il primo film ad uscire, ce n’erano altri in lavorazione, perché mi piaceva l’idea che la Hammer tornasse proprio con un film sui vampiri».

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