Lucca Comics 2016, Salvatores e Victor Perez svelano i trucchi de Il ragazzo invisibile 2

Lucca Comics 2016, Salvatores e Victor Perez svelano i trucchi de Il ragazzo invisibile 2

Il regista premio Oscar e l’esperto di visual effects hanno incontrato il pubblico per parlare del secondo capitolo del superhero movie, mostrando in anteprima mondiale le prime immagini. Ma si è anche discusso di realtà virtuale e di cosa oggi, tra nuove tecnologie, videogiochi e 3D, possa realmente essere definito cinema

di Valentina Torlaschi 30/10/2016
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Uscito nel dicembre 2014, Il ragazzo invisibile è stato, nel panorama italiano, un film importante. Importante perché è stata la prima produzione nazionale che, come giustamente ha sottolineato più volte il suo regista Gabriele Salvatores, si è addentrata nel genere fantasy supereoristico; quindi non esattamente un cinecomic, ma comunque un’opera che si riferiva a un immaginario e a un target giovanilistico ben preciso. A sottolineare il successo dell’operazione è la lavorazione di un sequel. Proprio questo episodio numero 2 è stato sotto i riflettori della giornata odierna del Lucca Comics & Games con una Masterclass sui visual effects moderata dal direttore di Best Movie Giorgio Viario. Sul palco dell’auditorium San Girolamo, oltre a Salvatores, anche Victor Perez, il supervisore degli effetti visivi, uno dei massimi esperti in materia che in curriculum vanta collaborazioni per film del calibro di Rogue One: A Star Wars Story, Il cavaliere oscuro – Il ritorno ed Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1.

Ecco cosa ci hanno raccontato Salvatores e Perez, che, tra l’altro, hanno accompagnato la discussione con la proiezione delle primissime immagini del film in anteprima mondiale: clip principalmente di backstage che hanno mostrato un ampio uso di green screen, camera-car, stunt ed esplosioni, a riprova delle dimensioni produttive significative del progetto (Nicola Giuliano della Indigo Film ha confermato un budget di 8 milioni, di cui il 10-12% destinato proprio agli effetti visivi).

Qual è la differenza tra effetti visivi ed effetti speciali?
Victor Perez: «Gli special effects sono quelli realizzati sul set, come ad esempio le scene di esplosioni o che coinvolgono fuoco, acqua o fumo, mentre i visual effects coinvolgono la post-produzione ed esistono dagli inizi della storia del cinema: pensate a George Méliès, non sono una cosa recente».

Come è nata la vostra collaborazione?
Gabriele Salvatores: «I sequel pongono sempre grossi problemi, e non solo in termini narrativi. Come regista ti devi imporre di fare qualcosa di diverso e questa diversità può essere trovata grazie ai collaboratori di cui ti circondi: il cinema è un lavoro collettivo, composto da tanti musicisti ed è bello quando uno di loro ti propone una variazione del tema. Come diceva Miles Davis su John Coltrane: non cercavo solo un sassofonista, ma uno che cambiasse la mia musica. A livello di effetti visivi, volevamo sottolineare il cambiamento di sguardo, della psicologia, del protagonista che ora ha 16 anni mentre nel primo capitolo ne aveva 14. Inoltre, non solo abbiamo lavorato molto col green screen, ma siamo arrivati addirittura a ricreare dei personaggi in 3D».
Perez: «È la prima volta nel cinema italiano che si faceva una cosa del genere. In sceneggiatura c’era questa sequenza molto complessa e pericolosa che un attore in carne e ossa non avrebbe mai potuto interpretare, se non a rischio di ammazzarsi, quindi abbiamo dovuto riprodurlo digitalmente. Inizialmente doveva essere una scena breve, ma poi ci siamo fatti prendere la mano e abbiamo esagerato: una cosa fuori di testa! Anche ora non so perché tutti abbiano accettato di seguire la mia follia».

Ormai quello che finisce in un film, la storia di un film non è solo frutto della sceneggiatura, ma è sempre più spesso plasmata sul set e in fase di post-produzione.
Salvatores: «Esatto. Nella storia del cinema, sin dai tempi di Ėjzenštejn che ha inventato il montaggio, la creatività si è sempre più spostata in post-produzione».

Come già dicevate prima, i sequel devono proporre qualcosa di diverso, devono stupire anche dal punto di vista tecnologico.
Salvatores: «Con il primo film siamo stati un po’ dei precursori, poi sono arrivati altri, e quindi ora dobbiamo essere più spettacolari. Il sequel è anche più dark, più adulto: siamo andati più in profondità, qui il nostro eroe dovrà confrontassi con due madri, quella biologica e quella che lo ha adottato: deve affrontare dinamiche complesse e porsi domande difficili come “io a chi appartengo?”»
Perez: «Quando ho letto per la prima volta la sceneggiatura mi sono sentito come un bambino in un negozio di caramelle! Una delle prime sequenze su cui ho lavorato vedeva per protagonista la sorella di Michele, Natasha: una ragazza che ha il potere di maneggiare il fuoco. Insieme a degli amici ho riprodotto quella scena, o meglio ho fatto un piccolo test (mostrato in sala, ndr), usando una lampadina dell’ikea, un ventilatore e delle immagini di fiamme rubate da un set di un film “piccolo” con robot che si trasformano in macchine di cui non vi posso dire il titolo…».
Salvatores: «Come potete intuire, Natasha è una ragazza che ha ne ha subite di tutti o colori, è incazzata e quindi si infiamma facilmente. Il nostro obiettivo, un po’ per tutti i personaggi, era usare gli effetti visivi per rendere esterni, visibili, dei sentimenti interni».
Perez: «Lavorare con elementi come fuoco, fumo e acqua è estremamente difficile e infatti ci sono i cosiddetti technical directors, artisti che si specializzano nel ricreare un singolo elemento. Un mio caro amico, ad esempio, ha lavorato 4 anni nella produzione di Avatar esclusivamente sull’acqua, doveva riprodurre le cascate».

Anche da questo aspetto della iper specializzazione si può intuire l’approccio internazionale del film. Con Nirvana eri stato un po’ un precursore di un certo nuovo modo di fare cinema in Italia: come è cambiato ora il lavoro?
Salvatores: «In Italia abbiamo due padri cinematografici: il neorealismo e la commedia. Eppure nella nostra cultura l’aspetto realistico ha sempre convissuto con quello fantastico, basti pensare a Tasso, Calvino, Dante. Il primo grosso problema è stato dunque rompere il muro della diffidenza verso il cinema fantasy e di genere. Rispetto alle produzioni americane, che sono troppo rigide, io penso che sia importante però anche lasciare spazio all’improvvisazione sul set: ne parlavo proprio l’altro giorno con Sorrentino. Lui è abituato a scrivere le sue sceneggiature, io no, eppure tutti e due troviamo bello cambiare qualcosa durante le riprese, assecondare certi stimoli che arrivano sul set».

Parlando di nuove tecnologie ed effetti visivi, non posso non chiedervi cosa ne pensiate dei film che sfruttano la realtà virtuale. Per voi quello è cinema o è un’altra cosa?
Salvatores: «Qualsiasi tipo di nuova tecnologia che sia di supporto a quella cosa chiamata cinema va benissimo, non penso però che quei film siano cinema. Faccio un esempio: se metti lo spettatore al centro dell’inquadratura lui potrebbe benissimo non prestare attenzione al dialogo tra i due protagonisti ma farsi distrarre da un topo che passa di lì. Be’ io non voglio dare questa possibilità al mio spettatore; piuttosto, voglio essere io, in quanto regista, a decidere il quadrato in cui il suo sguardo deve muoversi. L’altro giorno ero a Malta e sono andato a vedermi la Decollazione di San Giovanni Battista: in quel quadro, Caravaggio ha lasciato molto spazio vuoto in cui lo sguardo dello spettatore può vagare, ma è stata una sua precisa scelta artistica, la scena è vista dal suo punto di vista. Se lasci quella scelta in mano allo spettatore è un’altra cosa, non è più cinema ma un videogioco. Il cinema è quel mezzo dove lo sguardo dello spettatore è rinchiuso in un quadrato, questa è la sua peculiarità, perfino il teatro è più libero in questo senso».
Perez: «Sono perfettamente d’accordo. Ed è un discorso che si può allargare alla stereoscopia: un film non è più immersivo solo perché usa il 3D. Anzi. Inception, che è il mio film preferito, ne è un esempio: ricordo perfettamente di averlo visto in IMAX, e di essere stato completante avvolto, di essermi dimenticato chi era seduto di fianco a me, di essere seduto in una sala. Ricordo la sensazione perfetta di essere immerso nella storia. Un film non è solo quello che vedi, ma quello che senti. E per me è importante avere un distacco per credere».
Salvatores: «La libertà sta nello spazio vuoto tra l’immagine e quello che percepisci, se cancelli quella libertà non c’è cinema».

Il microfono passa poi dalla parte del pubblico, e un ragazzo chiede a Perez un consiglio per intraprendere una carriera negli effetti visivi: ad esempio, è meglio andare a studiare all’estero per entrare in questo campo? Lui risponde con una semplicità e una verità disarmante confermandosi un vero professionista e un comunicatore di grande fascino.
Perez: «Io parto sempre dal punto di vista – che mi ha insegnato mio padre – meritocratico: ovunque tu vada, cerca sempre di essere il migliore. Poi, certo, se si va in luogo con un buon contesto, si riesce a seminare meglio. L’importante, comunque, è mostrare agli altri quello che sai fare: nessuno ti dà un lavoro per beneficenza, ma perché gli serve quello che sai fare. E poi, l’altro mio consiglio è: studiare sempre! Io, comunque, ti consiglierei di stare in Italia, perché se tutti se ne vanno non ci saranno nuove produzioni come queste in cui sperimentare e dare spazio a nuovi talenti».

Chapeau! E fine dell’incontro.

Come per il primo capitolo, anche per il sequel de Il ragazzo invisibile è previsto un progetto multimediale che accompagnerà il film, che comprende in primis la realizzazione di un nuovo graphic novel edito da Panini Comics di cui è stato mostrato in anteprima il teaser poster.

Il sequel de Il ragazzo invisibile arriverà nel cinema nel 2017 distribuito da 01.

Foto film: Emanuela Scarpa
Foto gallery: Cristiano Bacci

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