Oltre Gomorra: Toni D’Angelo ci parla di Falchi

Oltre Gomorra: Toni D’Angelo ci parla di Falchi

Il regista svela cosa ci attende nel gangster movie girato tra i vicoli di Napoli con protagonisti Fortunato Cerlino e Michele Riondino

di Giorgio Viaro 22/02/2017
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Figlio del noto cantautore, attore e regista italiano Nino D’Angelo, Toni inizia la sua carriera come assistente alla regia di Abel Ferrara. Dopo aver vinto il Nastro d’Argento per il Miglior documentario nel 2015, torna ora al cinema di finzione con questo gangster movie.

Sollima affermava che uno dei problemi che aveva dovuto affrontare per fare Romanzo criminale, Gomorra e poi Suburra è stato che mancava nelle crew il know how per fare certe cose, oltre alla mancanza di tutta una serie di strumenti tecnici: ad esempio i soldi investiti per un macchinario poi non rientravano dagli incassi del film. Quindi il primo grosso passo avanti per realizzare un certo tipo di produzioni è stato in questo senso questo. Quando tu affermi “ora possiamo fare un certo tipo di cinema perché c’è stato Sollima” ti leghi anche a questa tematica? Oppure ti riferisci a un immaginario, a un certo tipo di storie…
«Sollima con Gomorra e Romanzo criminale ha dato la possibilità a noi autori più giovani di poter fare cinema di genere. Sul discorso delle attrezzature e del know how credo che dal punto di vista delle maestranze possiamo contare sui più grandi macchinisti ed elettricisti presenti a livello internazionale, professionisti che addirittura in America si sognano. Ti faccio un esempio. Sul set di Falchi mancava un braccio per fare un movimento a piombo dal basso verso l’alto e un macchinista si è preso la responsabilità di ricostruire in legno un dolly artigianale. Diciamo che Sollima ci ha dato la possibilità di essere credibili. Sul discorso dei mezzi tecnici diciamo che ovviamente servono, ma devono sempre essere utilizzati con uno scopo ben preciso».

La scrittura del film com’è stata? Avevi in mente modelli americani o il cinema di Sollima? 
«Tra i modelli che ho seguito sicuramente citerei Michael Mann, quindi un certo tipo di film molto autoriali e sicuramente il cinema che ho più amato negli ultimi 10 anni, ovvero la produzione popolare di Hong Kong, dai primi film di John Woo fino a Johnny To».

Se citi questi esempi,suppongo che il discorso sull’umanità, sui conflitti tra i personaggi sarà centrale nel tuo film…
«Assolutamente sì, infatti è un film su questo tema. Su esseri umani che si confrontano con se stessi attraverso il loro lavoro, che è un impiego di grande responsabilità, dove però quando si smette e si torna a casa co- stringe a fare i conti anche con le proprie debolezze e con il proprio lato umano».

Mi racconti un po’dei personaggi? Nel cast ci sono Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Stefania Sandrelli e Michele Riondino…
«La Sandrelli è un personaggio fuori dal tempo, fuori luogo, insomma una sorta di vero e proprio angelo che compare nella vita di uno dei due poliziotti, quello interpretato da Cerlino, e che in qualche modo lo convince e gli conferma che nella vita ci sono delle seconde possibilità anche se si sono fatti degli sbagli».

Cerlino è il poliziotto corrotto?
«Nel film in realtà sono tutti corrotti in quanto esseri umani, nel bene o nel male: anche inconsapevolmente c’è sempre un elemento di corruzione. Il più pulito del gruppo è il cane, un cane da combattimento che Cerlino incontra e che si rivela l’unico personaggio integerrimo del film anche se instintivamente cattivo».

Questo è interessante, perché nel cinema commerciale americano, ad esempio in film come Codice 999, c’è sempre la recluta idealista in mezzo ai lupi. Invece in Italia, come in Gomorra, sono tutti cattivi, in Romanzo criminale lo stesso e mi pare che anche qui la situazione sia la medesima.
«Sì, in pratica sono tutti compromessi, compreso Pippo Delbono che è il capo della Polizia. Io però credo molto in questo, cioè sono convinto che invece sia molto più retorico raccontare che esista un vero buono. Ho realizzato un doc sul Filmstudio di Roma in cui Alberto Grifi afferma appunto che l’ideologia è la peggiore delle sceneggiature. Questa, per me, è stata una rivelazione. Perché anche la persona più ideologica di un gruppo ha degli elementi umani che lo mettono a confronto con scelte compromettenti. L’essere umano quindi, per come lo vedo io, risulta sempre un po’ corrotto».

Quindi è più un noir epico alla Michael Mann che non un film morale come altri?
«Sì, assolutamente, un noir alla A Better Tomorrow, The Killer… Già arrivare a un quarto di questi titoli sarebbe un grande successo. Parliamo di film d’azione in cui poi alla componente action si uniscono anche gli elementi archetipici dell’umanità, da tragedia greca: i sentimenti, gli amori, le redenzioni, crescite e fallimenti con cui tutti hanno a che fare».

Parlando invece appunto della componente action pura, ti sei messo alla prova con qualcosa di particolarmente difficile, come inseguimenti d’auto, o altre sequenze complesse?
«Cè molta azione, molti morti, molte sparatorie. Girarlo è stato molto divertente, una bella esperienza».

Come Best Movie siamo sempre impegnati nel supportare il cinema italiano che si distingue. Tu che sei in questo ambiente, senti che dopo i film di Mainetti e Rovere l’industria nel nostro Paese stia finalmente cambiando?
«Assolutamente, è proprio grazie al successo di questi film che un certo tipo di produttori si è interessato anche a storie di questo tipo. Io ne ho passate tante di trafile in cui mi si diceva “o ti metti a fare la commedia o non ti facciamo fare il film“. E’ un retaggio che esiste ancora, ma adesso non è più tutto così».

Foto: © Koch Media

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