Pablo Larraín: «Natalie Portman è perfetta perché misteriosa»

Pablo Larraín: «Natalie Portman è perfetta perché misteriosa»

In meno di dieci anni, nel giro di sei film, è diventano uno dei più apprezzati registi viventi. E nel 2016 ha presentato ai due festival più importanti al mondo, Cannes e Venezia, altrettanti capolavori: Neruda e Jackie. Noi abbiamo incontrato Pablo LarraÍn
al Lido per parlare della sua idea di cinema
e della straordinaria interprete del suo ultimo film

di Giorgio Viaro 28/12/2016
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Di Pablo Larraín, della sua carriera e dell’importanza del suo lavoro nel panorama autoriale degli ultimi 10 anni, parliamo diffusamente nel pezzo principale. Qui invece raccontiamo l’incontro che abbiamo avuto con lui durante l’ultimo Festival di Venezia, in un luminoso dopopranzo di settembre, nei giardini dell’Hotel Excelsior. L’autore cileno è all’apice di un semestre particolarmente intenso, in cui nel giro di meno di cinque mesi ha partecipato ai due Festival più importanti del mondo, Cannes e Venezia, anche se Neruda è finito solo nella Quinzaine des Réalisateurs, sezione parallela e autonoma della kermesse francese. Larraín ha quarant’anni, la barba incolta, gli occhi seri. Indossa abiti larghi e comodi, che lo fanno sembrare come se fosse appena sceso da una barca o tornato da una passeggiata sul lungomare. Quando ci sediamo e l’ufficio stampa mi prega di non sforare i 15 minuti, mi guarda sorridendo.

Direi che 15 minuti è ok, no?
«Direi proprio di sì, dai… Da cosa vuoi cominciare? Parliamo un po’ di calcio?».

Magari… dopo l’intervista, se c’è tempo. Ti piace il calcio?
«Sì, non seguo un team in particolare, ma mi piacciono le belle partite e il Cile ha pure vinto le due passate edizioni della Coppa America. Mio figlio invece è un grande appassionato».

La prima domanda è molto semplice: come sei stato coinvolto in questo progetto e cosa ti ha spinto ad accettare?
«Ero al Festival di Berlino nel 2015 con un film intitolato El Club, che è stato premiato, e dopo la cerimonia siamo stati invitati a un party. Il presidente di giuria, che era Darren Aronofsky, è venuto da me chiedendomi cosa stessi facendo in quel momento, e una settimana dopo mi ha inviato lo script. La prima cosa che gli ho risposto è stata: “Bellissimo progetto, ma lo faccio solo se c’è Natalie Portman”».

Ma quindi, fammi capire, avevi già in mente lei ancora prima di leggerlo?
«No, ma mentre lo stavo leggendo è stata la prima domanda che mi sono fatto: chi può interpretare un personaggio come Jackie? E sinceramente non mi veniva in mente nessun altro. Quindi Darren mi ha detto: “Ok, proviamo a parlarle”. Così ha organizzato una riunione, e tutto si è combinato perfettamente».

Che cosa ami della Portman in maniera particolare?
«Per prima cosa possiede la grande chiave del cinema: è misteriosa. Natalie è una persona che può piacerti, ma molto difficilmente riesci a intuire ciò che sta pensando. E questo per me è un elemento essenziale quando stai facendo un film. Inoltre Jackie è un personaggio con tante sfaccettature, rappresenta molte cose diverse. Se parli alla gente capisci che di Jackie hanno un ricordo molto superficiale, come di una first lady che si preoccupava solo dell’arredamento, dei bei vestiti, degli accessori… Ma se fai un piccolo sforzo e inizi a scavare sotto la superficie, capisci immediatamente che era una donna eccezionale. Parlava quattro lingue, con una preparazione incredibile, e aveva un senso e un intuito per la politica che poche persone possono vantare di aver avuto nella Storia degli Stati Uniti. Insomma, bastava andare poco oltre per accorgersi che era una persona completamente diversa da come poteva apparire. Credo che sia una delle personalità meno conosciute veramente tra quelle più popolari del secolo scorso. E poi a mio parere era molto sexy. Ma, lasciamelo dire, io non voglio raccontare con precisione chi era Jackie: ho letto tantissime biografie, ho ascoltato interviste, ma nessuno sa dirti esattamente chi fosse».

Questo è interessante, perché il mistero è al centro di ognuno dei tuoi film. È come se tu implicitamente affermassi che in realtà nessuno può conoscere perfettamente gli altri: c’è un po’ di mistero in ogni persona e in tutti i personaggi storici. In Neruda accade la stessa cosa.
«Era proprio quello che stavo cercando di spiegare. Il problema è che ci sono un sacco di film che non credono più nel pubblico e quello che fanno è limitarsi a far vedere tutto in maniera “esagerata”, ovvia. A mio parere è un’offesa alla sensibilità dello spettatore. Quello che invece sto cercando di fare sono film dove è il pubblico a completare quello che sto mostrando. Deve avere una parte attiva, riflettere su quanto visto, perché ha la capacità di capire e di farsi un idea di quello che sta passando sullo schermo. Quello che cerco di dire è che per me il confronto con il pubblico è necessario. Ho bisogno di vedere la gente reagire ai miei film. Non ho la pretesa di proporre un film che è già finito e delimitato. Perché se lo facessi… Beh, sarebbe un film che potrei rivedermi tranquillamente da solo, che senso avrebbe proporlo agli altri?».

Leggi l’intervista completa su Best Movie di gennaio, in edicola dal 27 dicembre

Foto: ©Stephanie Branchu

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