Cinema Italiano

Paolo Virzì: Che vita sarebbe senza figli?

Il regista livornese se lo chiede nel suo ultimo film, Tutti i santi giorni. Una piccola fiaba contemporanea interpretata da Luca Marinelli e dalla cantautrice Thony, al suo esordio al cinema
Silvia Urban - 21/09/2012
Paolo Virzì: Che vita sarebbe senza figli?

Lui si definisce un orco, ma evidentemente si riferisce a Shrek. Perché non abbiamo mai incontrato un “orco” tanto capace di travolgerti con la sua simpatia, oltre al protagonista del cartoon DreamWorks, appunto. Paolo Virzì è così: trasparente, spontaneo, “guascone”. Autore tra i più apprezzati e premiati del nostro cinema grazie a pellicole di successo come Ovosodo, My name is Tanino, Caterina va in città, Tutta la vita davanti e La prima cosa bella (che due anni fa è arrivata a un passo dagli Oscar), Virzì arriva in sala con Tutti i santi giorni, interpretata da Luca Marinelli (La solitudine dei numeri primi) e la cantautrice Thony, al suo esordio. «Una storia romantica, buffa e triste, raccontata con la semplicità di una fiaba ma con un impianto sociologico realistico», nata dalle pagine di La generazione di Simone Lenzi, leader della band dei Virginiana Millers e «livornese atipico: colto, schivo, da sempre affezionato alle letture classiche. Lo conosco da quando aveva 14 anni, cioè da quando venne a recitare in uno spettacolo teatrale che io avevo scritto e Bruni aveva diretto. Tanti tanti anni fa…».

Best Movie: Cosa è rimasto del romanzo?
Paolo Virzì: «Un sentimento che mi aveva colpito e commosso: l’amore puro che lega Guido e Antonia, nonostante la “ferocia” del mondo intorno a loro. Uno slancio sentimentale che salva questi due giovani che, presi singolarmente, sarebbero due casi umani: lei svalvolata e con il passato da punk, lui solitario, erudito e asociale.  Ed è proprio su di lui che abbiamo puntato: un uomo che ama con pazienza e serenità, ostinatamente devoto alla sua donna, che non è tipico della narrazione italiana, laddove i maschi nella coppia sono l’elemento cialtrone, infantile. Per il resto ci siamo presi molta libertà: abbiamo stravolto il personaggio di Antonia, rendendola più problematica rispetto al libro, e creato eventi di trama inesistenti nel romanzo».

BM: Come le corse nei corridoi dell’ospedale?
PV: «No, quelle sono reali! Mi sono piaciuti tutti i racconti delle peregrinazioni di Simone tra laboratori di analisi, spermiogrammi, eccetera. Piuttosto ci siamo inventati la crisi del loro rapporto, che nel libro non si verifica. Nel film Antonia è una giovane donna senza idealizzazioni con le sue luci, le sue ombre, i suoi difetti, anche le sue debolezze, che può essere adorabile ma anche sgradevole, in certi casi pure st***za. E c’è un uomo che senza di lei sente di non poter vivere. E lo sa e per questo è disposto ad avere quella pazienza, quella fermezza che è la costruzione di un amore».

BM: La pazienza di Guido, però, diventa anche il suo limite…
PV: «Sì, è anche la sua forma di vigliaccheria. Lui sembra sottrarsi da quel momento di umana prepotenza che ci vuole in certe situazioni. Però poi pazientemente rimette insieme i pezzi di questo amore».

BM: I suoi film riflettono sempre la realtà contemporanea. Perché ha sentito che era il momento giusto per questa love story?
PV: «Sinceramente avrei potuto anche prendere di petto il tema della procreazione assistita e riflettere su cosa vuol dire in un paese come il nostro, che è cattolico e al contrario di molti altri si muove con meno disinvoltura nella modernità. Però tutto questo mi interessava meno di quanto mi interessasse condividere una parte della mia vita in compagnia di persone che mi piacessero tanto, come Guido e Antonia, anche perché spesso siamo circondati da persone che non ci piacciono. È stata una scelta un po’ “egoistica”. Loro ti fanno venire voglia di volersi bene, di non aver paura».

BM: Nonostante siano due ragazzi da 1000 euro al mese con le loro difficoltà…
PV: «Proprio questo mi piace di loro. Guido e Antonia sono due ragazzi che, nonostante i pochi mezzi economici e una casetta piccola, vogliono ostinatamente diventare genitori. E, nel loro caso, il problema non è sociale. Il problema è che questo figlio non arriva e questo produce nella testa di lei una frustrazione che quasi la porta alla pazzia. Però il dolore è vissuto con contegno, senza piagnistei, anche un po’ dissimulandolo».

BM: Aveva già in mente Luca Marinelli e Thony per i due ruoli principali?
PV: «No, li ho conosciuti entrambi dopo la stesura del copione. Inizialmente per il ruolo di Guido avevo in mente proprio Simone Lenzi. Per riuscire a trasferire sullo schermo la verità del libro, volevo puntare su attori non professionisti. Si figuri che la madre di Antonia è l’ostetrica che ha fatto nascere mio figlio Jacopo. Luca è stato l’unico attore che ho provinato. Mi ha colpito la sua capacità di trasformarsi: per un artista così giovane non è scontato. Per il ruolo di Antonia non ho visto nessuna attrice, ma ho surfato sul web alla ricerca di una cantautrice siciliana, perché l’elemento narrativo forte del personaggio sono le canzoni. Mi immaginavo una cantante indie, senza successo, però possibilmente capace di far battere il cuore almeno al suo unico devoto fan».

BM: E su MySpace ha trovato Thony…
PV: «Sono rimasto affascinato da questo nome da elettrodomestico (ride). Ma anche dalla voce e dalla sua bellissima faccia, molto intensa. Poi ho scoperto che era anche brava a recitare, nonostante lei dicesse di non esserne capace. E la cosa che mi divertiva di più era che non gliene fregava niente, credo che sapesse a malapena chi fossi e quindi era anche un po’ scocciata: “Ma che devo fare, un altro provino? Ma dai, non prendetemi. C’ho da fare” (la imita e ride). Invece, non solo le ho chiesto di interpretare Antonia, ma anche di curare la colonna sonora e, avendo intuito il suo talento sopraffino, le ho fatto commentare musicalmente tutto il film».

BM: Come si è comportata sul set?
PV: «Diciamo che lei fin dai tempi del liceo non era più abituata a svegliarsi presto al mattino, per cui – soprattutto durante le prime settimane – abbiamo fatto un po’ fatica a buttarla giù dal letto e a farla arrivare in orario. Poi ha preso l’abitudine. E comunque Federica (questo il suo nome di battesimo, ndr) non è come Antonia. Nel film le abbiamo chiesto di accentuare l’accento siculo; lei è una ragazza più sofisticata. Così come sofisticate sono le canzoni che scrive insieme al fidanzato, anche lui musicista indie. Nonostante le difficoltà – una sera sono stati costretti a interrompere prima un concerto per non disturbare il vicino convento di suore – non si lamentano, vivono tutto questa routine di artisti underground con molta serenità, senza troppi risentimenti e senza nessun astio».

BM: Nella pellicola si parla di maternità/paternità… che papà è Paolo Virzì?
PV: «Io sono stato un padre molto precoce, un’eccezione per la mia generazione. Ottavia è nata quando avevo 24 anni (frutto della relazione con l’attrice Paola Tiziana Cruciani, ndr). Mi turba il pensiero di vivere senza figli e sono sensibile al dolore di chi non riesce ad averne. Adesso non posso più accettare l’idea di fare una vacanza, una festa dove non ci sono dei bambini. Però sono anche uno di quelli che non dà un senso sacrale alla famiglia: si può essere padri e figli anche non di sangue. Io sono figlio di mio padre ma anche di tante persone che mi hanno formato. L’idea fondamentale alla base del film è che non si può vivere solo per se stessi».

BM: Tutti i santi giorni è anche una favola. Abbiamo bisogno di sognare per evadere dalla realtà?
PV: «Io sono convinto che nella vita di tutte le persone c’è anche l’elemento magico. La poesia, la fiaba sono già insite nella realtà. Non c’è bisogno di inventarle. ATTENZIONE SPOILER! Ci sono i sogni, ci sono i momenti fiabeschi, in cui si può fermare il mondo per proteggere la propria amata dal casino della vita e il disordine del mondo, intimando il silenzio. E, colto di sorpresa, il mondo obbedisce».

BM: È stato dopo l’enorme successo di La prima cosa bella che ha scelto di fare un film più piccolo e contenuto?
PV: «Può darsi. Sinceramente cerco sempre di capirlo a posteriori cos’è che ci spinge a scegliere una cosa piuttosto che un’altra. Però, come dicevo, credo che in questo caso sia stata proprio la voglia di stare in compagnia di Guido e Antonia».

BM: Immagino che adesso si stia preparando per la promozione del film…
PV: «Sì, ma non si immagini che io stia preparando lo zaino, però. (ride) Andremo a fare un po’ di anteprime in giro per l’Italia. È una cosa che faccio sempre, perché è un bel modo di incontrare i nostri valorosi spettatori».

BM: Ha seguito il festival di Venezia?
PV: «Sui giornali».

BM: Cosa pensa delle accuse di provincialismo mosse dalla stampa al nostro cinema, in merito al “caso Bellocchio”?
PV: «Mi sembra che sia un’invenzione della nostra stampa, sempre alla ricerca di motivi polemici per vendere i giornali. La classica voce malevola uscita da noialtri che vorremmo sempre vincere ogni festival e se non succede ne facciamo un caso nazionale. Quando a Berlino e Cannes abbiamo preso il premio principale e uno dei premi principali. Ci sono tanti altri problemi; il più grandi di tutti – e nessuno ne parla – è che stanno scomparendo le sale cinematografiche, soprattutto nelle piccole città dove sono rimasti solo i grandi multiplex a lato delle autostrade. E questo è un grande problema rispetto ad altri paesi che invece si sono protetti e hanno creato l’opportunità di far girare le pellicole anche in centri medio-piccoli in sale di qualità. Da noi questi circuiti sono stati spazzati via da un mercato che riteneva più conveniente aprire uno store di Zara o di Dole & Gabbana rispetto a una sala cinematografica. E quindi noi possiamo portare i nostri film solo in un circuito di multiplex. Io non ho niente contro le multisale, però sappiamo che sono frequentate principalmente da una certo pubblico, i teenager. E quindi i film destinati ad andar bene sono i cartoni animati e i film in 3D».

BM: Quindi il cinema italiano non ha perso la capacità di raccontare la nostra realtà?
PV: «Credo che fare bei film sia sempre stato difficile, anche nell’epoca d’oro: serve grande talento, grande fortuna, fiuto, pazienza. Nonostante abbiamo un sistema industriale in difficoltà (chiudono gli stabilimenti, riducono i costi al punto che ormai fare un film è quasi un’avventura impossibile) ogni anno escono molte belle pellicole italiane. E questo è un miracolo. Come mai non sono tutte belle? Be’, questo non è mai successo: l’anno del Gattopardo c’era il Gattopardo ma c’erano anche brutti film».

BM: Ultimo film visto in sala?
PV: «Da quando è nato Jacopo (avuto dalla moglie Micaela Ramazzotti, ndr), purtroppo, vado molto meno al cinema: non abbiamo una babysitter. Per cui molti più dvd, molti canali digitali. Non sono capace di scaricare illegalmente, altrimenti ci farei un pensierino». (ride)

BM: Di che film si nutre Paolo Virzì?
PV: «Sono onnivoro: da Mike Leigh di Another Year, forse uno dei film più belli che ho visto recentemente, ai fratelli Coen. Quando ero ragazzo adoravo gli autori russi o jugoslavi come Kusturica o gli inglesi come Ken Loach. Nel cuore ho tanto Truffaut. Sono sempre stato un cinefilo disordinato, col tempo sono diventato un po’ più selettivo, ma neanche troppo. E poi mi piacciono molto i documentari e mi spiace che in Italia se ne facciano pochi».

BM: Nel futuro di Virzì cosa c’è?
PV: «Un film totalmente diverso da Tutti i santi giorni, che ho già scritto insieme a Francesco Bruni e Francesco Piccolo e dovrei iniziare a girare a febbraio, in Brianza. Si intitola Il capitale umano, è un thriller sul valore dei soldi liberamente ispirato al romanzo di Stephen Amidon, e nel cast ci saranno Fabrizio Bentivoglio e Valeria Bruni Tedeschi».

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