Tutto quello che vuole Francesco Bruni

Tutto quello che vuole Francesco Bruni

Sceneggiatore per Virzì e Ficarra e Picone, ma anche del trionfo televisivo di Montalbano, il regista romano, alla sua opera terza, racconta il suo nuovo film e riflette sullo stato della commedia italiana, tra pop ed essai, tra sala e streaming

di Giorgio Viaro 21/04/2017
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In un periodo in cui tiene banco il dibattito sulla crisi di idee della commedia italiana, il fatto che esca in sala il terzo film da regista di Francesco Bruni (dopo Scialla! e Noi 4) è l’opportunità per una chiacchierata con lo sceneggiatore di un certo numero di film che hanno miracolosamente messo d’accordo critica e botteghino, avendo lavorato ai film di Virzì fino a Il capitale umano e a quelli di Ficarra e Picone fino ad Anche se è amore non si vede. Non solo, per il piccolo schermo è autore degli script di quel miracolo televisivo che è Il commissario Montalbano, capace di recente di superare i 9 milioni di telespettatori addirittura con una replica. Romano, 55 anni, Bruni è anche un prolifico frequentatore di Facebook, autore di post inventivi, pungenti, spesso domestici, che forniscono uno spiraglio in più per capirne il temperamento creativo. Lo raggiungo telefonicamente in una mattina di inizio aprile mentre si sta rollando una sigaretta, per parlare di Tutto quello che vuoi (in sala dall’11 maggio), storia dell’amicizia tra un ventiduenne trasteverino con una famiglia scombinata e poche prospettive (Andrea Carpenzano), e un poeta ottantacinquenne malato di Alzheimer (il regista Giuliano Montaldo).

Come sei arrivato a questa storia in particolare?
«Sono confluite diverse cose: innanzitutto la malattia di mio padre, l’Alzheimer, che purtroppo se lo è portato via da poche settimane, e che negli esordi è stata occasione di grandi scoperte e anche di momenti umoristici perché in questo suo smarrimento temporale rivelava e raccontava delle cose che non avevo mai saputo. Ho pensato di poter raccontare quella parte lì visto che poi la malattia nella fase terminale non ha assolutamente niente di divertente. L’altro elemento è stato Trastevere, dove mi sono trasferito 3 anni fa: ho scoperto un quartiere in cui convivono loschi impicci mentre poco sopra c’è la zona elegante e un po’ più rarefatta del Gianicolo. Io sto proprio alla base della scalinata che si vede nel film e che collega questi due mondi. Quella scalinata è significativa perché è sempre occupata da ragazzi che la vivono in maniera completamente diversa: per esempio ci sono state delle proiezioni all’aperto organizzate dai ragazzi del Cinema America l’estate scorsa, ma c’è anche un bivacco di bevitori di birra che fanno rotolare le bottiglie giù per la scala per divertimento… sono un po’ i miei luoghi. L’ultimo elemento che è stato decisivo è il fatto che ho letto un romanzo di un mio ex-allievo del Centro Sperimentale che si chiama Cosimo Calamini nel quale c’erano alcuni elementi di trama che sono confluiti nel film».

Intervistarti è un po’ come camminare sulle uova perché se penso che l’ispirazione viene da tuo padre, che la tua famiglia è nel cast, che i luoghi della tua vita sono i luoghi del film, è ovvio che si tratta di un’operazione straordinariamente intima per te…
«Ma è sempre stato così, cerco di mischiare le carte e allontanare un po’ la storia da me, però sono comunque tutte storie “mie”: Scialla era la storia del rapporto con mio figlio riguardo allo studio, Noi quattro è l’elegia dell’armonia familiare perduta in una famiglia di quattro persone con uno stile simile al nostro».

Una cosa che quasi sempre si trova nei tuoi film da regista e in molte delle tue sceneggiature, è questo sguardo emozionato e partecipe sulle nuove generazioni. Ti piacerebbe se ti definissi uno studioso e un curioso delle nuove generazioni?
«Sì, direi un appassionato. Un po’ attraverso l’esperienza della paternità (Bruni ha due figli, uno di 22 e uno di 18 anni, NdR), un po’ attraverso quella dell’insegnamento al Centro Sperimentale dove dal 2000 al 2010 ho avuto allievi che adesso si distinguono come De Angelis, Cupellini e Roan Johnson. È stata un’esperienza molto bella, anche di scambio culturale tra generazioni. Per certi versi è anche una cosa un po’ egoistica il cercare di protrarre il più a lungo possibile la fase della paternità, perché mi è piaciuto tanto essere padre – adesso ne sto uscendo – quindi cerco figli vicari… probabilmente mi sto autoanalizzando».

Parliamo un po’ del cast?
«La scelta di Giuliano era già presente nella mia testa in fase di scrittura, intanto perché è dello stesso anno di mio padre e gli assomiglia moltissimo fisicamente, ma soprattutto perché è un attore che porta leggerezza e umorismo, cosa di cui sentivo di avere bisogno in questa storia. Ho quindi pregato perché accettasse, cosa che poi lui ha fatto di slancio, concedendosi con grandissima generosità: in certi momenti mi sentivo male perché l’ho fatto veramente strapazzare sul set. Ho trovato invece il giovane protagonista attraverso uno street casting che ho fatto mettendo annunci in tutte le scuole del centro di Roma».

Tuo figlio Arturo interpreta uno degli amici del protagonista, quello, diciamo, più problematico.
«A un certo punto, vicino alle riprese, non ero riuscito a trovare questo ragazzo che doveva fare da antagonista, perché non volevo assolutamente pescare nel mondo “suburresco” per intendersi, non volevo una rappresentazione veramente minacciosa. Nella sua faccia non c’è quella violenza irrecuperabile, ma anche una specie di debolezza. Sono stato molto felice perché si è dato al film con grandissimo impegno e mi sembra che risulti bravo».

Che rapporto hai in generale con la comicità? La mia impressione è che le tue commedie non cerchino mai in modo spudorato l’effetto comico, è come se corteggiassi la comicità senza fare mai l’ultimo passo.
«Qui mi sono sforzato, ho inserito anche due o tre cascatone e persino una scoreggia… Ho fatto il massimo sforzo (ride, ndr)! Cosa ti posso dire: il principio che mi guida è quello della verosimiglianza, sono fisicamente impedito a cercare la risata a discapito della credibilità psicologica dei personaggi. Questa forse è già una limitazione, no?».

In un certo senso.
«Tu hai parlato di comicità, io penso piuttosto che si debba parlare di commedia. La comicità è quella che fanno Ficarra e Picone, Checco Zalone, Maccio Capatonda: non a caso mi piacciono tutti e tre tantissimo. Però la mia esperienza con Ficarra e Picone è stata assolutamente un fuori programma, nel senso che io mi occupavo della parte drammaturgica-narrativa, loro ci mettevano le gag, che non scrivevo certamente io. Quindi, ripeto, cerco di far comportare i personaggi come degli esseri umani, poi può capitare l’occasione di un momento schiettamente comico come è successo in questo film, ma mai che infici la credibilità della storia».

Se tu distingui la commedia dal film comico, in un modo su cui ti seguo facilmente, allora mi viene da dire che vedo tantissimi film che non saprei se definire commedie o comici, al di là di quelli dichiaratamente comici…
«Sono commedie che hanno paura del lato oscuro, diciamo così. Si pensa che rappresentare aspetti fortemente controversi come la povertà, la malattia, la morte, la violenza possano danneggiarle dal punto di vista del botteghino».

La commedia come genere in Italia sta cominciando a calare un po’ negli incassi: non è un crollo verticale come qualcuno vuol far sembrare, però è indubitabile che film che a parità di cast e di regia fino a qualche anno fa incassavano 8 milioni adesso magari ne incassano 4. Secondo te, in generale, perché fanno più fatica?
«Non so quanto imputarlo all’usura del genere nelle modalità in cui è stato praticato in questi anni, quanto piuttosto a una caduta del boxoffice in generale: se vai a ben vedere, i film con certi registi e certi attori mal che vada portano a casa la pagnotta. Certo, la metà di quella che portavano a casa qualche anno fa, ma continuano a funzionare. Invece se proponi una commedia con volti sconosciuti sei fortemente penalizzato in partenza e questo è quello che succederà a me, temo…».

Infatti, ho visto Slam a Torino e l’ho trovato un film molto carino, non un capolavoro ma con un respiro più internazionale della media. Credo che il fatto che l’abbia preso Netflix sia stato un riconoscimento straordinario da questo punto di vista, forse molto più importante di molte altre cose. Però il film è andato malissimo in sala.
«Anch’io sono rimasto sconvolto a dirti la verità perché pensavo che, al di là dell’assenza dei volti imperanti nella commedia di adesso, avesse un appeal per il fatto che parla di skateboard, con l’endorsement di Tony Hawk e persino di Nick Hornby. E tutto questo non ha fruttato niente. Il problema è che la gente secondo me ormai va al cinema solamente sul richiamo dell’evento: o riesci a costruire l’attesa su un film, oppure comunque ti barcameni sempre su cifre medio-basse». 

Paradossalmente Slam è diventato un film quasi d’essai, di questi tempi. Mi sembra che un film così, tratto da un romanzo di un autore come Hornby, stia diventando cinema per pochi.
«Io questo nella mia carriera l’ho proprio verificato. Quando ho cominciato con Ovosodo Virzì era visto come un commediante, quasi come se ci fosse da vergognarsi: il film andò a Venezia e ci fu addirittura chi scrisse che era stato un ricatto di Cecchi Gori e che quel film non meritava di stare lì, mentre alla fine vinse il premio speciale della giuria. Poi però se ci fai caso Virzì non è più selezionato da un festival importante fino a La pazza gioia e stiamo parlando di film come Caterina va in città, La prima cosa bella, Il capitale umano…».

Nel frattempo però la percezione è cambiata.
«Sì, c’è stato uno slittamento progressivo che ha fatto apparire, secondo me giustamente, registi come Paolo come grandi autori e non come semplici praticanti di commedia. Probabilmente è come dici tu. Anch’io, che credo di fare esattamente un cinema medio fra autorialità e commedia divertente, diciamo popolare, improvvisamente mi trovo trattato come se fossi una vergine giurata».

Ma certo, tu ormai fai cinema d’essai, Tutto quello che vuoi ha un regista impegnato come Montaldo nel ruolo del protagonista!
«È cinema d’essai con le scoregge e le cascatone insomma… (ride)».

È un paradosso ma il senso è quello. L’altra cosa, rispetto al fatto che tu sei un osservatore delle nuove generazioni, è che sono anche loro che non vanno a vedere Slam al cinema: secondo te perché?
«Perché ormai il loro modo di fruizione è cambiato, vedono i film a casa, in streaming: è una cosa che mi sembra ormai irreparabile. Una volta si teneva il boxoffice sala come dato principale, adesso non è più così. Se consideri che Slam esce in 180 paesi tra due settimane in streaming, capisci bene che forse addirittura l’uscita sala non conviene neanche più».

La direzione è quella.
«Mia figlia, 18 anni, ha Netflix – io non ce l’ho –, guarda soprattutto quello e va al cinema magari cinque volte all’anno. Mio figlio mai, ma è un grandissimo divoratore di film in rete. Non mette un piede in una sala da un anno e mezzo, non va a vedere neanche i miei film, figurati! Forse verrà a vedere questo, spero.

Parliamo di serie tv. La mia sensazione è che il cinema non sia più il luogo del dialogo e dei dialoghi. Parliamo di film “evento”, ma questo termine poi ha delle ricadute pratiche sul modo in cui si presentano i film, che sono soprattutto messa in scena, azione e gag, mentre tutta la necessità di avere un rapporto con la realtà e via dicendo è ormai delegata alle serie televisive. Sto vedendo in questo periodo Big Little Lies, ma te ne potrei citare altre, e ci sono dei dialoghi che sono veramente una cosa da pazzi.
«Lo so, penso anche a quello show inglese meraviglioso, l’unico che ho guardato, Downtown Abbey: ci sono delle perle a ogni piè sospinto. Credo effettivamente che questa sia la nuova strada, infatti mi sto attrezzando: ho scritto una serie televisiva originale che vorrei anche dirigere e che spero riuscirò a fare».

Con che destinazione, generalista o…?
«Generalista ma internazionale, è una serie che ha bisogno di capitali internazionali: spero che riescano a metterla in piedi. Però io faccio molta a fatica a fruire quel genere di contenuti. Fondamentalmente non voglio stare in casa, non voglio legarmi alla visione dei film in televisione o sul PC. Ho un’insofferenza proprio fisica, quando sento amici che dicono “Ho passato la domenica a letto a guardare Breaking Bad” mi sento morire. È un fatto mio personale, culturale».

Ma ti capita di vedere dei film a casa oppure no?
«Pochissimo, guardo più che altro su Rete Capri i classici meravigliosi degli anni ’40».

Parliamo un attimo anche di Montalbano. Mi racconti un po’ il tuo rapporto in generale con il personaggio, ormai è praticamente un matrimonio, sono dieci anni che vi frequentate.
«È stato un caso molto fortunato perché quando Degli Esposti mi chiese di sceneggiarlo io ero da poco uscito dal Centro Sperimentale e avevo scritto solo un paio di film con Virzì. All’epoca si riteneva che fosse un prodotto troppo sofisticato per la prima serata di Rai 1, tanto è vero che fu messo su Rai 2. Mi ricordo che contemporaneamente uscivano dei gialli con Montesano su Canale 5 e la battaglia veniva data per persa: si diceva “Stiamo facendo un prodotto di qualità che ci rappresenterà all’estero… ma prenderemo degli schiaffi”. Invece poi è successo quello che è successo. Montalbano ha una densità narrativa che oltretutto noi cerchiamo di semplificare rispetto ai romanzi: tutto il contorcimento psicologico dei siciliani, della messa in scena, della menzogna, della falsa pista… Questa complessità si riteneva inadatta alla fruizione generalista perché si immaginava un pubblico di persone molto distratte: uno si alza, va in bagno, telefona e quando torna non capisce più niente di quello che sta succedendo. Invece ha funzionato tantissimo e funziona anche nelle repliche, secondo me perché è un racconto talmente complesso che regge anche una seconda e una terza visione per cercare di capire come sono esattamente andate le cose».

È fantastico perché è il contrario di quello che dicevamo prima: questo è un prodotto che si pensava d’essai che invece si è rivelato generalista, quindi succede anche il contrario.
«Esatto. Non mi sento di arrogarmi nessun merito in particolare perché il materiale su cui lavoriamo è già molto adatto alla messa in scena, bisogna solamente portarlo un po’ a misura. In qualche caso, invece, noi sceneggiatori ci siamo “inventati” delle puntate, facendo una cucitura di racconti presi da diverse raccolte: in questi casi c’è più merito da parte nostra».

Un’ultima domanda su Lasciati andare: volevo sapere se, lavorandoci, tu avevi già immaginato che il protagonista fosse Toni Servillo – a me Toni Servillo viene in mente in tutti i modi tranne che per una commedia pop, anzi io l’ho intervistato una volta sola e ancora ricordo con terrore l’esperienza.
«Io l’ho incontrato soltanto un paio di volte. Lui aveva manifestato il desiderio di provare a fare una commedia di qualità, così Tozzi (Riccardo, il produttore, ndr) mi chiama e mi chiede di scrivere un soggetto per lui: mi è venuta quasi subito in mente l’idea che fosse uno psicanalista freudiano di vecchio stampo, misantropo, tirchio, odioso… e di mettergli accanto una personal trainer coatta, allegra, vitale, in modo da creare questa strana coppia. Lui ha letto il copione e se ne è innamorato e quindi poi si è fatto il film: evidentemente aveva voglia anche lui di uscire da quello stereotipo di personaggio ieratico e sentenzioso in cui è stato un po’ rinchiuso negli ultimi anni».

Sei più fiducioso sulle potenzialità di botteghino di Lasciati andare?
«Non sono più fiducioso su niente (ride)! Però anche questo è già stato venduto in una decina di paesi, almeno ci rifacciamo all’estero…».

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