Scritti da voi

Scrivi una recensione e vinci Best Movie!

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- 06/05/2010
Scrivi una recensione e vinci Best Movie!

Le recensioni dei lettori stanno ottenendo un notevole successo e così Best Movie ha deciso di premiarle. Dalla prossima settimana, ogni martedì, infatti, la redazione selezionerà la recensione dei lettori più significativa della settimana e, oltre a metterla in evidenza in home page, regalerà l’abbonamento a 12 numeri della rivista all’autore.
Per scrivere le vostre recensioni basta essere registrati al sito (potete farlo nella sezione registrati), entrare nella sezione Film & Trailer, selezionare la scheda del film che volete recensire e cliccare su “Inserisci un commento”.
Scatenatevi, quindi, e “vinca il migliore”…

Se non lo hai ancora fatto, leggi Le recensioni dei lettori giudicate significative dalla redazione fino a oggi (ovvero quelle pubblicate prima della “gara” per vincere l’abbonamento, che partirà la prossima settimana).

23 commenti per “Scrivi una recensione e vinci Best Movie!”

  • mrpol scrive:

    THE TOWN – 2010. di Ben Affleck
    un film potente che non risparmia colpi di scena e emozioni dritte alla bocca dello stomaco. coinvolge fin dall’inizio perchè la storia parte subito diretta e avvincente e proietta lo spettatore dentro ai sobborghi di una Boston malfamata. viene presentata una realtà dura e cruda ma ricca di fascino: appunto la town con la sua gente, il suo dialetto da ghetto e i suoi crimini. ben affleck si conferma un ottimo attore capace di esprimere emozioni reali, inoltre è promosso a pieni voti anche per la regia e la sceneggiatura. lo definirei un film dinamico che non cade mai nello scontato ma presenta spunti di riflessione su una realtà (almeno per me) sconosciuta.
    la bellezza di questo film sta nell’intreccio narrativo e nella coesistenza di 2 storie: quella delle violenze del ghetto e quella della storia romantica che vengono portate avanti in parallelo. Doug Macray (ben affleck) riesce a unire entrambe le vite in un mix coinvolgente e affiatato. nonostante l’ambiente in cui sia cresciuto comporti una pressione forte su di lui (i suoi amici irlandesi delinquenti, suo padre in prigione ecc) lui riesce a mostrare un lato da duro con cuore tenero, lasciando trasparire una speranza di cambiamento e di redenzione (non anticipo nessun dettaglio sul film però :)) sia con la cassiera di banca Claire Keesey (Rebecca Hall)che nei confronti del quartiere vero e proprio. ottima interpretazione anche di jeremy renner nei panni del migliore amico di doug, un ruolo da Badboy che gli calza a pennello. lo consiglio a tutti gli amanti del genere. MERITA!!! voto 4,5 su 5.

  • mrpol scrive:

    MACHETE – 2010. di Robert Rodriguez
    tutto è iniziato con l’uscita del finto trailer di Machete presente in Planet Terror. da allora milioni di fans del genere hanno aspettato con ansia fino a che un progetto nato per scherzo è diventato realtà.finalmente è arrivato machete con tutta la sua violenza pulp e le inquadrature epiche. quel gran genio di Rodriguez riesce ancora una volta, dopo la trilogia dei burrito-western (el mariachi, desperado e c’era una volta in messico)a presentare un intreccio filmico mozzafiato ambientando sotto il caldo sole messicano.questo film è una vera e propria citazione al grande maestro Quentin, infatti il film ha tutte le caratteristiche del genere pulp. Il cast stellare composto dal sempre bravissimo Robert De niro nelle vesti di un senatore molto patriottico e molto poco politicaly correct, dalla stupenda Jessica Alba in versione agente anti-immigrazione, dal action-hero Steven Seagal che per questa volta interpreta un cattivo armato di katana, dalla caliente Michelle rodriguez nel doppio compito di venditrice di burritos e leader della rivolta messicana e dal protagonista Denny Treyo che si conquista finalmente un ruolo da protagonista, rendono questo film una vera perla action. la violenza presente in questo film è accuratamente mascherata da gag umoristiche e scene potenti (come quella del senatore antiimmigrazione che viene obbligato ad indossare una sgangherata camicia e un cappellaccio tipicamente messicani o il dialogo con il prete armato di fucile a pompa). ottima interpretazione per la super sexy Linsday lohan soprattutto nel finale quando nei panni di una suora si lancia in una sparatoria armata di una 44magnum (da vedere e rivedere assolutamente). sapientemente scelto anche l’abbinamento musica-film che contribuisce al godiemnto della pellicola. Sicuramente qualcuno definirà questo film un trash movie o un b-movie in confronto ad altri ma ovviamente se si vuole vedere un film impegnato si guarda dell’altro. questo è un film fatto per divertire ed emozionare e quel grande sognatore di rodriguez ci è riuscito alla grande.per chi ama sparatorie adrenaliniche, dialoghi violenti ma pieni di humor, belle ragazze, auto truccate e esplosioni con tutti gli attributi questo è sicuramente un film da non perdere. voto 4 su 5!!!

  • mrpol scrive:

    WALL STREET – IL DENARO NON DORME MAI. 2010. di Oliver Stone.
    Dopo 8 anni dalle vicende del primo Wall street torna il mitico Gordon Gekko (Michael Douglas) ,ancora più cattivo e subdolo con la sua astuzia e i suoi modi da squalo. l’uscita dal carcere di Gekko e la restituzione degli oggetti personali fra cui un telefonino di quelli grandi come una ciabatta con tanto di antenna estraibile è un capolavoro. Oliver Stone riesce a riprodurre fedelmente l’attuale situazione del mercato finanziario, l’imminente crisi che tutti si aspettano e il senso di fragilità e di incertezza di chi prima ha tutto e in pochi secondi perde ogni cosa.Viene data una visione di Wall Street e dei mercati azionari ancora più dura e cinica rispetto al primo film, ogni cosa ruota attorno al dio denaro e l’avidità viene vista come unica caratteristica di rilievo (“Si dice che ogni uomo abbia un prezzo, qual è il tuo?”"Di più!!!”). viene descritto un mondo spietato popolato da predatori e prede, dove l’unica legge è quella del più furbo e tutti immancabilmente cedono all’esca del denaro. Perfino il protagonista del primo Wall Street, Bud Fox ( Charlie Sheen) che è presente in un cammeo, si è trasformato in uno spietato piazzista e avido squalo. In questa giungla urbana si intrecciano le vicende del giovane broker Jakob (Shia LaBeouf) che insegue il sogno di industria di energia rinnovabile e che è innamorato della figlia di Gekko (Carey Mulligan) e di altre figure tutte accumunate dal mercato azionario. Nel film è presente anche il leggendario attore Eli Wallach e non a caso la suoneria del cellulare del protagonista è il motivetto del film “il buono, il brutto, il cattivo”. Un film che consiglio personalmente a tutti, sia a chi gioca in borsa sia a chi non se sa niente perchè Oliver Stone sa coinvolgere e appasionare cercando soprattutto di farci riflettere. VOTO : 8 e mezzo su 10.

  • basch93 scrive:

    “La guerra e la malattia, questi due infiniti dell’ incubo” (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, 1932).
    Guerra, malattia, incubo… sono questi i temi su cui si basa la pellicola Valzer Con Bashir: un ritratto crudo e più che mai cupo di un pezzo di storia che tutt’ ora passa fin troppo inosservato, la guerra in Libano. Il film, servendosi di un animazione scarna ma efficace, contestualizza l’ avvenimento storico partendo dall’ analisi di un personaggio o, per meglio dire, di un suo sogno; il racconto di Boaz Rein (questo è il suo nome) al regista Ari Folman (protagonista del film) riaccende nell’ amico un ricordo lontano, non del tutto cancellato nel tempo, il quale riemergendo porterà Folman a ricercare vecchi compagni che condivisero con lui gli orrori della guerra combattuta molti anni prima. Folman esplicita il tema della guerra servendosi di un metodo originale ma già visto, ovvero quello dell’ intervista. Egli si pone infatti come un giornalista di fronte al suo interlocutore, utlizzando i ricordi altrui per renderli patrimonio collettivo, tentando di far riaffiorare quelli che erano i suoi ricordi della guerra in Libano. La scelta non è del tutto casuale poichè si potrebbe associare lo stesso Folman al popolo di Israele, il quale viene ideologicamente posto davanti ad uno specchio a fare i conti con sè stesso. Più esplicitamente si può dire che se davvero si vuole dare un contributo internazionale alla soluzione del conflitto israelo-palestinese è proprio sostenendo chi, come l’israeliano Folman, incentiva il recupero di una memoria scomoda che si potranno ottenere piccoli ma significativi risultati.

  • everbigod81 scrive:

    Gran Torino – Clint Eastwood

    Walt Kowalski è un anziano vedovo che vive in periferia. E’ un veterano della guerra in Corea ed ha per vicini degli asiatici. Ama il suo cane, la birra e una splendida auto, modello Gran Torino, curata e accudita quasi fosse una figlia. Odia i suoi vicini e non si fa scrupoli a farglielo capire. Il giorno in cui il giovane Thao, interpretato da Bee Vang, spinto dalla gang del cugino si introduce nel suo garage per rubargli l’auto riesce a farlo fuggire, ma ben presto le cose cambiano. Si affeziona al destino del giovane Thao e riceve dalla comunità coreana tutto l’affetto e il rispetto che i suoi figli e nipoti gli negano. Walt è un vecchio burbero e insofferente ai “topi di fogna”che gli girano intorno ma non ama l’ingiustizia e quando tutto si complica sarà lui a fare giustizia per tutti e a riscattare se stesso. A 79 anni Clint Eastwood torna ancora per stupirci, dopo la narrazione della battaglia di Iwo Jima e il dramma di Changeling. Affronta il tema della vita e della morte, della redenzione e del pentimento. E lo fa lavorando da produttore, regista e attore. Inquadrature forti e rigide ci restituiscono un’America in piena crisi economica e morale dove sembra regnare solo il caos e il disordine sociale. Eastwood però non fa mai nulla a caso e nelle sue opere non regna il caos. Tutto è pianificato fino all’ultimo più piccolissimo dettaglio. Infatti anche il nome del suo personaggio non è nato dal caso ma è un chiaro riferimento al protagonista di “Un tram chiamato desiderio”, il dramma narrato da tennessee Williams. Nel film di Elia Kazan, Stanley Kowalski viene interpretato da un memorabile Marlon Brando ed è un personaggio duro, brutale e violento proprio come il personaggio interpretato da Eastwood. Ma al contrario di Stanley che mantiene sempre una forte chiusura nei confronti di Blanche, Walt riesce ad aprirsi ai giovani Thao e Sue. I due giovani hanno degli ideali e dei valori che sono rimasti inalterari anche se sono nati e cresciuti negli Usa. E’ per questo che meritano il suo rispetto. “Avete mai fatto caso che ogni tanto si incontra qualcuno che non va fatto incazzare? … Quello sono io.” A volte comico, a volte profondo o duro Kowalski porta con se tutti i suoi precendenti personaggi, dal fuorilegge del west all’ispettore callaghan, donandogli però solo alla fine la pace e la redenzione che meritano. Il Film è stato il grande sconfitto agli Oscar insieme al Curioso caso di Benjamin Button. Girato in tempi brevi e con un budget limitato è la dimostrazione del fatto che a volte non occorrono tanti soldi ma bastano poche semplici idee per mettere insieme un capolavoro indimenticabile e consegnarci un ritratto indelebile.

  • Gionfrank scrive:

    L’apprendista stregone , un bellissimo film , ricco di azione , effetti speciali e con un tocco di spirito . Gli attori bravissimi e la storia molto avvincente . E’ bello come in questo film si fa uno sguardo nel passato e poi si ritorna alla realtà . Una bella storia nello spazio Disney . Non si sa questo film in realtà a chi è riferito , se ai ragazzi o agli adulti . Ricordate quella scena d’animazione Disney in Fantasia, quando Topolino, come apprendista al mago Yen Sid ,ha rubato il cappello del suo padrone e fece danzare scope? Quella scena è un classico. Ora il produttore Jerry Bruckheimer ha creato un live-action epico intorno a quel momento con Nicolas Cage. Sarebbe un eufemismo lordo notare che qualcosa si perde nella traduzione. Tutto è perduto – lo stile, sostanza, spirito, carattere, logica. Potrei andare avanti.

  • luisdavid1504 scrive:

    SOLOMON KANE IO MI ASPETTAMO QUESTO FILM MIGLIORE PERCHé NEL TRAILER QUE O VISTO SEMBRAVA QUELLO MA MI SVAGLIAVO DEL TUTTO QUANDO LO HO VISTO MI SONO SORPRESO DELLE PARTI ERANO STATE FATTE MALE
    La storia narra le origini del mercenario Solomon Kane (James Purefoy). La vita dell’uomo cambia completamente dopo l’incontro con “Reaper” (Ian Whyte), un demone che gli fa capire lo stile di vita da affrontare se non vuole essere dannato per l’eternità. Ciò lo porterà a una frenetica caccia contro ogni manifestazione del maligno.
    dai questo e troppo esagerato per i nostri tempi fate di qualcosa di diveltente ma a lo stesso tempo di azione ed aventura

  • luisdavid1504 scrive:

    IRON MAN 2 Come deve essere il sequel di un film di grande successo e apprezzatissimo? Mi piacerebbe avere una risposta precisa e sicura, anche perché questo probabilmente mi renderebbe un consulente strapagato delle major di Hollywood. Tuttavia, una idea generale si potrebbe anche avere. Primo: non esagerare con le scene d’azione, cosa fattibile dopo che il budget e i tempi di lavorazione si sono dilatati grazie ai risultati del primo capitolo (Transformers: la vendetta del caduto vi dice niente?).

    Secondo: invece di preoccuparsi solo degli effetti speciali, permettersi qualche scelta rischiosa in fase di sceneggiatura, che magari non verrà apprezzata immediatamente, ma che permetterà col tempo di dare maggiore spessore al film (Batman – il ritorno). E poi, soprattutto, non esagerare con la durata, in particolare se non si ha una trama che lo renda veramente necessario. Erano questi alcuni dei dubbi e delle speranze che avevo arrivando all’anteprima di Iron Man 2.

    Risultato? La nota positiva è che siamo fortunatamente ben distanti dagli abissi di tanti sequel blockbusterosi e soprattutto che l’azione non ha la meglio a scapito dei personaggi. La notizia negativa è che non sembrano esserci progressi dal primo episodio, anzi forse siamo leggermente sotto, in buona parte perché la pellicola tende a prendersi un po’ troppo sul serio, perdendo la leggerezza pop dell’originale.

    Iron Man 2In effetti, il mix che si vorrebbe creare tra l’ironia del protagonista e il dramma della sua situazione non convince del tutto. Sembra quasi che i problemi che vive Tony Stark non siano così importanti neanche per i realizzatori, ma servano per tentare di dare uno spessore drammatico alla vicenda. Senza dubbio, lo sviluppo di tutta la pellicola è troppo prevedibile per emozionare veramente.

    Per fortuna, nella seconda parte le cose vanno meglio, anche se non si può parlare di un vero e proprio decollo. Comunque, sequenze come quella del filmato del padre sono delle buone idee (anche se, come diversi altri momenti, sembrano quasi delle citazioni, in questo caso di Superman 2). E il finale sarebbe apprezzabile per tante cose (il paesaggio idialliaco in cui avviene uno scontro e soprattutto il fatto di non fare decine di minuti di azione ininterrotta), se non fosse che a un certo punto sembra tirato via (ma era un problema che aveva anche il primo capitolo).

    E arriviamo al punto di forza del film, non certo una sorpresa. Robert Downey jr. è ormai la maggiore star cinematografica del pianeta. Dimenticatevi Will Smith, Tom Hanks e Sandra Bullock, ormai il dominio è indiscutibile. Per questo, ci si può rammaricare che nel suo momento di grazia non venga servito al meglio da una sceneggiatura dello stesso livello, ma questo non toglie che in tante situazioni (all’audizione al Senato, con una ‘ciambella’ o nell’ultima sequenza, solo per fare alcuni esempi) il suo carisma e la sua simpatia emergano prepotentemente.

    Purtroppo, il cast di comprimari non è allo stesso livello, un po’ perché i personaggi in sé non sono propriamente calibratissimi, un po’ perché gli attori non sembrano crederci troppo. Mickey Rourke parte benino (anche se la sua prima sequenza scivola poi sul già visto), ma poi non viene gestito benissimo ed è relegato in un angolo per troppo tempo. Di sicuro, più che il suo inglese con accento russo tanto criticato, mi preoccuperei proprio di quando parla in russo (ma tanto è un difetto che si noterà soltanto in quel Paese). Diciamo che non ha lavorato su questa lingua straniera come la Meryl Streep de La scelta di Sophie.

    Gwyneth Paltrow avrebbe il classico ruolo femminile da screwball comedy, quello che manca è il materiale da screwball comedy. E’ un peccato, perché quando i dialoghi diventano frizzanti (come nella sequenza delle fragole) i risultati sono notevoli. Di sicuro, bisognerà iniziare a sfruttare meglio il buon Nick Fury interpretato da Samuel L. Jackson, perché può offrire molto di più. E la ‘diva’ Scarlett Johansson? Sostanzialmente, la sua partecipazione è fatta di vestiti attillati e di un corpo straordinario, messo in luce anche in alcuni momenti d’azione. Da qui a tirar fuori un’interpretazione da Oscar (o comunque importante) ce ne passa. Mi aspetto di più, nel prossimo episodio, anche da Sam Rockwell, che eccede un po’ troppo in alcune scene, mentre quando si contiene (la sequenza delle armi) è fantastico.

    Insomma, un sequel che in America potrebbe anche battere il primato di maggiore incasso nel primo weekend detenuto da Il cavaliere oscuro, visto l’attesa che si è creata. Ma sarei molto sorpreso se ottenesse un risultato finale così imponente, considerando che non è così convincente e difficilmente reggerà allo stesso modo…

  • luisdavid1504 scrive:

    Recensione
    Cosa ci si doveva aspettare da Scorsese dopo la vittoria agli Oscar? Con Shutter Island avrebbe intrapreso nuovi percorsi creativi? E perché il film è stato bloccato dalla Paramount per sette mesi? Il fatto che fosse tratto da un libro di Dennis Lehane – un romanzo ambientato negli anni ’50, un mistery e insieme un horror – confermava da un lato la recente moda produttiva del regista -lavorare su commissione – dall’altro lasciava adito a ulteriori dubbi: quale sintonia poteva esserci tra un cineasta “viscerale” come Scorsese e lo spettrale mondo ricreato da Lehane? Tra i fantasmi interiori di un cattolico irrisolto e le atmosfere gotiche di un thriller tradizionale? Il film risolve in parte queste contraddizioni, in parte ne è vittima.
    Attento alla lezione dei maestri del noir (Lang e Tourneur), Scorsese ha cercato di trasformare un romanzo di genere in un’opera personale: un artificio che è il pregio e il limite di Shutter Island. Maggiormente ambizioso e meno fluido di The Departed, è un lavoro di frontiera che lavora sui codici di genere infettandoli della propria cifra autoriale. Osmosi non riuscita perché il testo narrativo – le regole che presiedono alla sua organizzazione – fa “resistenza”. Il risultato è diseguale, le parti migliori del tutto: l’impianto visivo è bello, cromaticamente acceso, il tappeto sonoro curatissimo, il montaggio “disordinato” come l’universo mentale del film, Di Caprio magistrale. Scorsese non riesce però a mantenere il controllo su un’architettura a strati, dai diversi livelli di lettura. Il meccanismo è meno oleato del solito, come se il regista vi fosse finito dentro. Rispetto al libro il film è meno accattivante ma più profondo. Il punto di visto resta incollato alla prospettiva deformante del protagonista, Teddy Daniels, agente FBI spedito su un’isola per risolvere il caso di una pluriomicida evasa da un manicomio penitenziario. Tutto gli appare sinistro: la natura, gli edifici, il personale. L’indagine si complica, nessuno collabora, mentre la mente di Daniels inizia a vacillare, puntellata dal ricordo dei campi di concentramento nazisti, ossessionata dagli incubi della moglie, uccisa anni prima da un uomo che ora potrebbe nascondersi sull’isola.
    La moltiplicazione di enigmi e false piste – nervatura del romanzo e della suspense – non viene sfruttata da Scorsese per creare tensione drammaturgica (ciò spiega la monotonia nel ritmo). Gli interessa semmai operare una diffrazione di sguardi, lasciando al pubblico una sola incertezza: è la realtà intorno a noi a sbriciolarsi in frammenti (come suggerisce la pioggia di cenere e di pezzi di carta che invade i flashback), o è la nostra capacità di discernere a rompersi, scindendo la verità nelle sue mille allucinazioni? Se ai lettori di Lehane rimane il dubbio (secondo la logica del thriller), Scorsese opta per scioglierlo, in un finale straziante dove emerge il vero tema del film: l’elaborazione di una colpa. Sono fantasmi reali quelli evocati, lacerazioni che non sanno guarire. Se la violenza è il destino, la salvezza è un’illusione del cinema – la messa in scena, il role-play. L’attrito poetico tra libro e film è tutto qui. E spiega perché se il primo si legge tutto d’un fiato, il secondo continua a scavare dentro a lungo.

  • luisdavid1504 scrive:

    Alice in Wonderland (Usa, 2010) di Tim Burton; con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway, Stephen Fry, Christopher Lee, Michael Sheen, Alan Rickman, Matt Lucas, Timothy Spall, Barbara Windsor, Leo Bill, Paul Whitehouse, Eleanor Gecks, Lucy Davenport, Jessica Oyelowo, Amy Bailey, Arick Salmea, Marton Csokas, Eleanor Tomlinson, Annalise Basso, Jemma Powell, Frances de la Tour, John Hopkins, Austin James Wolff, Tim Pigott Smith, Geraldine James, Lindsay Duncan, Michael Gough, Noah Taylor.

    Il più visionario e gotico dei registi americani che incontra una delle favole più visionarie e folli della letteratura inglese dell’800. Di ingredienti, per alimentare l’attesa nei confronti di questo Alice in Wonderland, ce n’erano a bizzeffe. Quasi 60 anni fa la Disney realizzava un capolavoro animato, all’epoca massacrato dalla critica e snobbato in sala. Oggi, dopo quasi 60 anni, la casa di Mickey Mouse riporta in sala un mito, miscelando live action, performance-capture ed animazione, tutto in Digital 3D. Cosa ne è venuto fuori? Un divertente e pazzo viaggio a ritroso nel tempo per i più grandi, imperfetto negli effetti speciali, per buona parte poco fluido e a volte troppo infantile, ma visivamente sicuramente affascinante.

    Sottolineando l’assoluta gratuità del 3D (film che si può tranquillamente vedere anche in due dimensioni), Alice in Wonderland prende a pieni mani da Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, capolavori indimenticati di Lewis Carroll datati 1865 e 1871, rielaborandoli a proprio piacimento secondo la vena creativa di Tim Burton, visibilmente tenuta a freno, e alla penna di Linda Woolverton, in passato sceneggiatrice de La Bella e la Bestia, Il Re Leone e Mulan. Spaziando dall’immancabile gotico burtoniano al ‘fantastico’ disneyano, Alice si ritrova così ‘nuovamente’ nel Sottomondo, conteso da due sorelle regine e follemente vissuto da un Cappellaio Matto, ben più che personaggio secondario, interpretato da un Johnny Depp ancora più ‘cartoon’ del solito.

    Vanno indubbiamente analizzati attentamente più livelli per dover recensire, o comunque anche solo commentare, un film tanto atteso, importante e imponente come Alice in Wonderland. Dal punto di vista prettamente tecnico, il film non regala nulla di nuovo. Dovendo fare un paragone con il recente Avatar di James Cameron, la sfida semplicemente non sussiste proprio perchè ci ritroviamo su due mondi completamente differenti. Il ‘paese delle meraviglie’ creato da Burton è sì visibilmente affascinante, ma anche visibilmente finto. L’utilizzo del green screen si vede lontano un miglio, le tante ‘creature’ parlanti del Sottomondo sono esageratamente computerizzate, tanto da far quasi rimpiangere gli animali di Narnia. Il Bianconiglio, solo per fare un esempio, sembra uscito da un videogame. L’interazione degli ‘umani’ con l’universo che ruota attorno a loro non è affatto credibile, dando sempre l’impressione “dell’effetto speciale”, purtroppo non eccelso. Uno su tutti, il Fante di Cuori Ilosovic Stanye, rende perfettamente l’idea, muovendosi a ’scatti’ in tante, troppe scene.

    A non aiutare ci si mette poi anche il 3D, sinceramente ‘regalato’, nel senso che se ne poteva fare tranquillamente a meno. A parte qualche banale ma dovuto ‘effetto’ per accontentare lo spettatore (vedi oggetti che piovono ‘verso’ la sala), l’utilizzo del 3D appare decisamente non inglobato all’interno della trama stessa, tanto da non risultare necessario. Dettagli tecnici a parte, comunque non di poco conto visto il loro massiccio utilizzo, il film conquista ed ammalia sia grandi che piccini, riuscendo a bilanciare sketch infantili a momenti più cupi, tipici del regista. Un regista, Tim Burton, apparso forse ‘frenato’, quasi impaurito dalla responsabilità capitatagli addosso, tagliando probabilmente molto in fase di montaggio, vista la scarsa fluidità a cui va incontro la pellicola nella sua parte iniziale e centrale. Ai personaggi già conosciuti se ne aggiungono così altri, con Alice pronta a tornare nel ‘paese delle meraviglie’ 13 anni dopo il primo ‘viaggio’. Spetterà a lei, infatti, sconfiggere il terribile paladino che permette alla diabolica Regina Rossa di governare il Sottomondo, ridando così la corona alla sorella, l’amorevole Regina Bianca, da troppo tempo ingiustamente detronizzata. Tornata tra vecchi amici, ovvero il Cappellaio Matto, lo Stregatto, Pinco Panco e Panco Pinco, il Bianconiglio, il Brucaliffo e il Leprotto Bisestile (che tanto ricorda Roger Rabbit), Alice, che nulla ricorda del suo viaggio passato, dovrà così farsi coraggio e tornare l’impavida bambina di un tempo, prima di risalire nel suo vero mondo, dove c’è un “sì matrimoniale” ad attenderla…

    Tante ‘concessioni’, un’Alice convincente, interpretata dalla sconosciuta e giovane Mia Wasikowska, vera femminista in pieno 800 e quindi pronta a sbandierare l’indipendenza femminile, un Bianconiglio troppo ‘finto’, uno Stregatto bellissimo, delle rane servitrici esilaranti, un adorabile cane da ‘caccia’ e un cast di contorno di livello. A dominare la scena, e a far decollare il film nel momento stesso in cui entrano in azione, una fantastica e divertente Helena Bonham Carter, nei panni della Regina Rossa, e una disneyana, ma terribilmente dark, Anne Hathaway, in quelli della Regina Bianca. Perfida, grottesca, spaventosamente brutta, divertente e deliziosa la prima, autentica protagonista del film (da vero villain), con tanto di testa enorme, assolutamente credibile e superiore a tutto il restante carrozzone degli effetti speciali. Più di nicchia (perchè non approfondire di più e dare maggiore spazio a questo personaggio?) ma comunque convincente la seconda, principessa Disney nei movimenti e terribilmente gotica nel look, con tanto di ciglia e labbra color pece. A completare il ‘terzetto’ di grandi nomi ovviamente lui, l’atteso Cappellaio Matto, Johnny Depp.

    Autentico co-protagonista della pellicola, e vero capopopolo contro la Regina Rossa, Depp si trasforma in un “cartoon vivente”, con movimenti irreali, capelli color Milva, occhi giganteschi verde rubino e un ossessivo indovinello, che finalmente torna in una trasposizione cinematografica del classico di Carroll, da ripetere in continuazione, ovvero: “tu hai idea del perchè un corvo assomiglia ad una scrivania?“. Matto fino al midollo, e leggermente malinconico, il Cappellaio di Depp farà impazzire i più piccoli, con tanto di infantile (ed evitabile) “deliranza” finale, senza però andare oltre ad una sincera simpatia, visto che l’attore a ben altre prove ci aveva abituato. Qui fa il suo e nulla più, senza strafare più di tanto.

    Per niente musicale (ed è un peccato), Alice in Wonderland si fa così strada inizialmente lentamente, per poi crescere minuto dopo minuto, fino al finale rivoluzionario da giocare come una partita a scacchi, in cui a vincere è sicuramente la Disney, pronta a battere cassa al botteghino e soprattutto in ‘casa merchandising’. Tim Burton, dal canto suo, ha fatto quello che probabilmente gli era stato chiesto (freno a mano compreso). Scenografie da urlo, costumi sublimi, alcune idee più che interessanti (le guardie ‘carte’ della Regina Rossa e quelle da ’scacchi’ della Regina Bianca sono fantastiche), e un Sottomondo sicuramente notevole (ma attenzione, anche qui si potevano prendere libertà maggiori), ma anche effetti speciali non esaltanti e una sceneggiatura poco emozionante, trascinante e decisamente poco fluida, tanto da farsi ammirare, farsi vedere e farsi anche apprezzare ma senza andare oltre. Forse troppo atteso, Alice in Wonderland è indubbiamente un buon film, visionario, sognante, avventuroso e gotico al tempo stesso, ma fermiamoci qui. Tim Burton in passato ha fatto di meglio, molto di meglio (a partire dagli ultimi Willy Wonka e Sweeney Todd), non dimentichiamocelo.

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