The Ring 3, torna la saga cult della VHS maledetta. La nostra recensione

The Ring 3, torna la saga cult della VHS maledetta. La nostra recensione

Vent’anni dopo il primo remake americano dell’originale giapponese Ringu, arriva un nuovo sequel che permette di scoprire un altro pezzo del passato della bambina fantasma

di Giorgio Viaro 20/03/2017
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Dentro al cinema americano il primo The Ring fu una scoperta sotto molti punti di vista. Vent’anni dopo Poltergeist e Videodrome lo schermo televisivo tornava ad essere un diaframma tra i vivi e morti ma anche uno strumento di contagio, e i nastri registrati una specie di archivio del nostro rimosso. Era il 2002: le immagini uscivano dallo schermo e prendevano il controllo, mostrando una verità intollerabile.

Ma The Ring fu soprattutto la ragione per cui molti cinefili scoprirono il J Horror: l’originale Ringu, il prequel, il sequel, il bizzarro spin-off Spiral, e poi tutta la saga di Ju-On e The Call. Fantasmi femminili con lunghi capelli neri, pallidi e disarticolati, avevano tracimato l’immaginario giapponese e il culto shintoista dei defunti per invadere il mainstream occidentale. La moda durò a lungo, generando veri e propri remake (emblematico il caso di The Grudge, in cui Takashi Shimizu riprendeva il suo stesso Ju-on facendolo interpretare, sempre in terra giapponese, dall’americanissima Sarah “Buffy” Michelle Gellar), per poi esaurirsi intorno al 2010.

Dopo altri sette anni, The Ring 3 prova a rivitalizzare quello che ne frattempo abbiamo imparato a chiamare “franchise”. Le VHS non sono nemmeno più un passatempo da collezionisti, il deperimento fisiologico le ha trasformate semplicemente in una tecnologia dismessa. Ci si poteva quindi aspettare dal film prima di tutto un aggiornamento del suo armamentario horror – magari una chiavetta USB maledetta, o un video circolante su You Tube – , il che avviene solo marginalmente. In realtà in questo nuovo capitolo, che è puro cinema commerciale, non c’è un pensiero critico sull’evoluzione degli strumenti di riproduzione, un’elaborazione di genere del passaggio dallo sguardo analogico al digitale.

Il nastro mortale viene trasformato in file e trasferito su laptop, e ovviamente gli schermi che invitano Samara a manifestarsi sono molti di più (a partire dagli smartphone), ma il paradigma narrativo non cambia di una virgola, secondo il modello dei sequel-remake che – da Star Wars VII al prossimo Alien: Covenant – sembra rassicurare gli Studios americani, perché dovrebbe mettere d’accordo neofiti e nostalgici. Ed ecco quindi spuntare un secondo video e una nuova protagonista (l’italoamericana Matilda Lutz, appena vista in L’estate addosso di Muccino), che si rimette sulle tracce del passato di Samara per scoprirne un altro pezzetto.

Lo svolgimento è un po’ meccanico e l’immaginario, vecchio di vent’anni, ha perso parte del suo potenziale perturbante, ma Samara (o Sadako) resta uno dei villain più suggestivi e imitati della storia del cinema recente. E quando rivediamo per la prima volta quel vecchio filmato – con la mucca morente, la donna che si specchia, la mosca che cammina sul monitor e la scala che cade – una miscela di nostalgia e inquietudine fa di nuovo breccia nel cuore dell’appassionato.

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