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Venezia 69: Il vero The Master è Phoenix

La nostra recensione del film evento di Paul Thomas Anderson
-02/09/2012
Venezia 69: Il vero The Master è Phoenix

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E alla fine The Master, il film più atteso e carico di mistero della Mostra, è arrivato. Riconfermando a livello visivo, se mai ce ne fosse stato bisogno, il talento straordinario di Paul Thomas Anderson, ma lasciandoci una sorta di amaro in bocca. L’energia e la dirompenza che trasudavano da Il petroliere non si ritrovano nella nuova pellicola del regista di Magnolia e Boogie Nights, che vorrebbe tornare a colpire il pubblico con una storia carica di inquietudine, ma lo fa in modo quasi diluito e omeopatico rispetto alla pellicola con Daniel Day Lewis.

The Master si presenta dalle sue prime battute come una piaga lancinante dell’anima del suo protagonista Freddie Quell, alias un Joaquin Phoenix stratosferico, vittima di un mondo impassibile e noncurante di fronte alla sua ferita e che si limita a trascinarlo nel suo moto costante. Come le onde del mare, che fanno da sfondo alle prime bravate da giovane marine che non riesce a riprendersi dai traumi della Seconda guerra mondiale e cerca di annegare furiosamente la propria disperazione nell’alcol.
Siamo nel 1950, la guerra è agli sgoccioli e noi lo vediamo già nelle prime scene, mix di follia e incoscienza, mentre finge di amputarsi un braccio, si masturba di fronte al mare e poi penetra una donna di sabbia davanti ai suoi compagni sconcertati. Phoenix gli regala una caratterizzazione inimitabile ed è lui a reggere sulle spalle il film: la parlata a denti stretti e sempre di traverso, la camminata curva e strascicata di uno che è stato massacrato dalla vita, lo sguardo a mezz’asta.

La furia che cova dentro e dissimula sotto una maschera di indifferente sbruffoneria e spaesamento esplode a ondate improvvise, impedendogli di tenersi stretto qualsiasi lavoro. Quell è come un animale braccato: in lui tutto riconduce agli istinti primari. Non c’è fede, affetto o relazione che lo faccia aggrappare alla vita, solo il ricordo di una ragazza e di una promessa fatta prima di partire per la guerra. Non sa neppure di cosa sia in cerca, ma in una notte di sbornia capita per caso sulla barca del leader di una setta in ascesa, La Causa, e viene preso sotto l’ala protettiva del suo fondatore, tale Lancaster Dodd (un Philip Seymour Hoffman sempre convincente), scrittore, filosofo e dottore, ma innanzitutto – come dice lui stesso – un uomo. «Un uomo curioso come te» dice Dodd a Freddie, trasformandolo nel suo più fervente sostenitore e fin troppo solerte braccio destro. La loro collaborazione nel tempo si trasformerà in un rapporto strettissimo, che toglierà importanza agli altri legami familiari  (Dodd arriverà a opporsi al parere dei figli e della moglie che non vogliono più Freddie in casa), trasformandosi in un rapporto quasi morboso tra mentore e allievo.

Lancaster glielo dice già dal primo incontro e dal primo “interrogatorio” terapeutico: «Diventerai la mia cavia e il mio protegé». E Freddie infatti verrà sottoposto a qualsiasi tipo di esercizio della setta di Dodd: regressione nelle vite passate, offese verbali a cui non deve reagire, esplorazione dei traumi dell’infanzia. Ma ogni tentativo deve comunque scontrarsi con la natura intrinseca e animalesca di Freddie, che proprio non riesce ad adeguarsi a una vita normale, fedele al culto solo per il suo sentimento nei confronti del “maestro” e non certo per un’interiore adesione ai dogmi del credo. Il contrasto tra i due caratteri così opposti rende ancora più affascinante il ping pong di bravura tra Phoenix e Hoffman, i loro scambi di sguardi, le loro reazioni agli antipodi, la scontrosità di uno e il carisma da entertainer dell’altro. Ma è sempre l’anima malata di Phoenix a stregarci per tutto il film.

È evidente come l’esplorazione dei sentimenti che legano questi due uomini per Anderson prenda il sopravvento su qualunque riflessione sulle sette o sulle religioni d’America. The Master non è un j’accuse contro Dianetics o Scientology, ovvero i seguaci del credo di Ron Hubbard (sebbene Hoffman gli si ispiri sfacciatamente), come si è creduto per molto tempo, non è il racconto di un plagio o della manipolazione delle menti tramite tecniche New Age. Anche se i loro metodi vengono spesso ridicolizzati, ciò che conta per il regista è il viaggio di un uomo verso una possibile redenzione e la sua inarrestabile ricerca di una qualche sorta di ristoro. Peccato che nel condurre questo viaggio è come se si fosse dimenticato di portarsi dietro la mappa.

Vincentissima si è dimostrata, invece, la scelta di girare la maggior parte del film in 65 mm e per la parte restante in 35, il che a livello distributivo richiederà dei proiettori per il 70 mm. La copia è giunta al Lido portata a mano, come un antico dipinto, un capolavoro di fotografia e immagini di cartesiana perfezione il cui fascino è esaltato dall’ambientazione anni ’50 (domina su tutte, la scena della cavalcata in motocicletta in mezzo al deserto). Un formato che regala al film una grandiosità “da kolossal”, pur trattandosi di una storia focalizzata principalmente su due personaggi.
Anderson ci tiene in perenne stato di tensione convincendoci che debba succedere qualcosa da un momento all’altro, concentrandosi tutto sulle sfumature del rapporto tra i due protagonisti, quasi fosse una storia d’amore a cui manca solo la carnalità, ma quel qualcosa non succede mai. A essere maestri questa volta sono soprattutto gli attori. Maestro più di tutti Phoenix, maestoso sopravvissuto.

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