Venezia 73, tesori oltre il concorso: le recensioni della Settimana della Critica

Venezia 73, tesori oltre il concorso: le recensioni della Settimana della Critica

Il meglio che abbiamo visto in questa sezione, compreso il vincitore Los Nadie – The Nobodies di Juan Sebastián Mesa

di Mauro Uzzeo 10/09/2016
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AKHER WAHED FINA – THE LAST OF US
di Ala Eddine Slim
Tunisia, Qatar, Uae, Libano – 95′

N viaggia e i posti intorno a N cambiano. N viene dal deserto, N cammina per la città, N vaga alla deriva su un mare che lo vuole morto, N trova il bosco e scopre che tutto quello che cercava non era quel che gli serviva.
L’opera prima di Ala Eddine Slim è un film simile nelle intenzioni, a molti film di denuncia e di viaggio, che raccontano lo sforzo sovrumano di quegli esseri umani costretti a lasciare le loro terre per raggiungere luoghi dove poter vivere con dignità, ma è diverso nella forma e nella messa in scena da tutti i suoi predecessori.
Perché il cammino di N (il bravissimo Jawher Soudani) porterà lo spettatore in un viaggio che, da reale, prenderà sempre più la forma di una scoperta spirituale, di una fiaba, del mito, che trasformerà N, da anonimo, come anonimi sono, per noi europei, tutti gli uomini dei barconi che raggiungono le nostre terre, in un essere mitologico in grado di affrontare lo sguardo della luna, e resistergli. Un film coraggioso, simbolo di un cinema che non ha nulla, se non la libertà di essere davvero libero.

JOURS DE FRANCE – FOUR DAYS IN FRANCE
di Jérôme Reybaud
Francia – 141′

E’ piena notte quando Pierre decide di lasciare il suo compagno, salire in macchina e partire. Andarsene. Senza dire niente, senza spiegare il perché, andare via senza un dove da raggiungere, solo la ferrea consapevolezza che quello non è più il suo posto. Comincia così lo strepitoso esordio di Jérôme Reybaud in concorso alla Settimana della Critica della settantatreesima edizione del Festival del Cinema di Venezia. E, come nella migliore tradizione dell’on the road, l’uomo e il tempo si piegano allo spazio che diventa l’oggetto e il punto d’arrivo di un cinema che vuole raccontare il viaggio per il viaggio lasciandosi cause e motivi alle spalle, nelle mani di un amante abbandonato che può solo tentare di inseguire l’uomo che ama, grazie alla geolocalizzazione fornita dall’app per incontri omosessuali GRINDR. Quattro giorni e quattro notti dura la fuga di Pierre, una fuga fatta di pochi incontri e tante solitudini che lascia da parte le strade già battute da tanto cinema d’oltralpe e ci regala gli scorci del sud di una Francia inusuale, quasi al confine con l’Italia, oltre che la conferma di un talento registico raro, che non vediamo l’ora di vedere di nuovo all’opera.

LOS NADIE – THE NOBODIES
di Juan Sebastián Mesa
Colombia – 84′

Vincitore del premio del pubblico alla Settimana della Critica di Venezia 2016

Sette giorni. Soltanto sette giorni (e un budget di duemila dollari) sono serviti a Juan Sebastián Mesa, già regista di videoclip musicali per gruppi punk e metal, per girare il suo primo lungometraggio e raccontare la vita dei Los Nadie, i Nessuno, che popolano le periferie di Medellin, vivendo in quello stesso equilibrio precario che è l’elemento centrale della giocoleria con cui si guadagnano da vivere nei bordi delle strade o davanti ai semafori.

Tutto è chiaro e tutto e netto, tanto nel bianco e nero ruvido della sua messa in scena, quanto nel racconto di un’adolescenza che fugge qualsiasi relazione con gli adulti, qualsiasi riscatto sociale, perché a Mesa non interessa affrontare l’argomento dal punto di vista del confronto, lui vuole mostrare i ragazzi con cui è cresciuto, le loro vite a contatto con la strada e il modo in cui abbracciano la città nell’incapacità di comprenderla. Il tatuatore musicista, la fidanzata incazzata, gli amici giocolieri, gli universitari, i musicisti, i writer, ognuno di loro è raccontato nel momento stesso in cui è, e non importa chi è stato e cosa sarà, ci interessa soltanto l’oggi, anzi, l’ora, l’adesso. Che non va capito e storicizzato, ma urlato e vissuto saltando sulle assi di legno di un concerto punk.

TABL – DRUM
di Keywan Karimi
Francia, Iran – 95′

Keywan Karimi è un giovane regista di cortometraggi documentari. Ne gira un paio (Broken Border e The Adventures of a Married Couple) che vanno benino in giro per i festival ma è col suo terzo Writing on the City, che critica il governo raccontandolo attraverso i graffiti dipinti sui muri di Teheran dalla rivoluzione islamica del 1979 alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2009, che la sua vita cambia.
In peggio.
Con l’accusa di “offesa alla sacralità islamica”, viene condannato a sei anni di carcere e 223 frustrate. Durante lo svolgimento del processo ha una sola ora di libera uscita al giorno e come decide di sfuttare quell’ora Karimi? Girando un nuovo film. Un film diverso da tutti quelli che ha fatto finora, perché non sarà un documentario ma racconterà la storia, di finzione, di un avvocato che riceve da un suo trafelato cliente un pacco chiuso di cui non può conoscere il contenuto ma sa che dovrà custodirlo gelosamente perché molti, prima di lui, nel tentativo di proteggerlo hanno perso la vita.
Un film diverso dai precedenti perché non avrà il classico linguaggio sporco, da macchina a spalla, ma, compatibilmente col pochissimo tempo a sua disposizione,  la messa in scena dovrà essere curata nei minimi dettagli. Perché Tabl, nelle intenzioni di Karimi, dovrà essere due cose: un atto di accusa, una condanna totale alle condizioni in cui versa la città di Teheran, una città che lui distruggerebbe, se potesse, e allo stesso tempo la più grande dichiarazione d’amore possibile alla città che, prima di togliergli tutto, gli ha dato tutto ciò che è. Un film che chiede allo spettatore di fuggire le ovvie seduzioni della trama, in virtù di una serie di quadri che riescono a estrapolare una maestosa bellezza, persino lì dove sembrano esserci solo cumuli di macerie.
La sentenza definitiva del febbraio 2016 ha condannato Keywam Karimi a un anno di carcere, 223 frustate e al pagamento di 20 milioni di rial. L’applauso alla sua poltrona vuota durante i titoli di coda del suo film è stato un grido di dolore e la dimostrazione, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che inevitabilmente, le nostre opere sono molto più forti di noi. Se non altro, più libere.

PREVENGE
di Alice Lowe
Regno Unito – 92′

Il più grande pregio della selezione proposta quest’anno dalla Settimana della Critica (diretta da Giona Nazzaro) sta nell’incredibile eterogeneità dei film proposti.  Una serie di titoli magari non tutti perfetti ma capaci di offrire uno sguardo mai così ampio sulle diverse e più personali anime del cinema attuale. Non poteva così mancare la divertente provocazione di un fiero b-movie che, già dal titolo – un gioco di parole tra “pregnacy” e “revenge” – svela le carte dello sfizioso gioco messo in scena. Alice Lowe scrive, dirige e interpreta uno slasher movie in cui la protagonista – lei stessa – è una donna incinta – realmente, incinta – che guidata dall’ossessiva voce della vita all’interno del suo corpo, attua una spietata vendetta verso le persone che hanno causato la morte del marito. Purtroppo non tutto il coraggio che ci si potrebbe aspettare dall’irresistibile idea di partenza, viene messo in atto e, il più delle volte, la pellicola risulta annacquata da una serie di soluzioni che non arrivano mai davvero a osare quanto potrebbero, ma Prevenge rimane comunque una visione divertente che, aldilà del giocare sulla grande quantità di stereotipi legati alle condizioni di una donna incinta, ha il pregio di non prendersi mai sul serio e di divertire dall’inizio alla fine, compreso nel non consolatorio finale.

SINGING IN GRAVEYARDS
di Bradley Liew
Malesia, Filippine – 143′

L’ennesimo gioiello della SIC è una geniale riflessione sulle differenti direzioni che possiamo intraprendere nelle nostre vite e come il nostro corpo, stanco, sfatto, cicatrizzato, sia sempre e solo l’unico mezzo possibile per squarciare il velo di maya che copre i nostri occhi, proteggendoci con illusioni decadenti, sconfitte una a una dai funerali della vita.
Pete Smith (in arte Joey Smith) è una leggenda vivente del rock filippino. E’ l’uomo che ha suonato coi Beatles, che ha sbancato in Giappone e che ancora oggi, sessantottenne, riempie  gli stadi con le folle che accorrono per sentirlo suonare il suo rock sporco e privo di compromessi.  Il 26enne regista Bradley Liew, qui alla sua opera prima, cuce una storia su misura per lui, con l’intuizione di fargli portare in scena due ruoli, il suo, quello del rocker Joey Smith, ma anche quello di Pete, che di Joey è uno degli imitatori più attivo, chiamato per la prima volta, non solo ad aprire il concerto dell’uomo che ha omaggiato per la sua intera vita (e sulle cui spalle ha anche mangiato il più possibile), ma anche a scrivere una canzone d’amore con lui, la prima canzone d’amore della carriera di Joey Smith. Un’impresa da far tremare i polsi, tanto la sua quanto quella del giovane filmaker indipendente malese che riesce persino a coinvolgere, nel ruolo del laido agente di Pete, nientemeno che Lav Diaz, regista simbolo del cinema filippino e che, per la prima volta nella sua carriera, non vive il set dal monitor ma nelle vesti di attore.
Il parallelismo che corre, tra diegesi e extradiegesi, nel doppio parallelo tra Pete e Joey da una parte e Liew e il suo mentore Diaz dall’altra, non è che un ulteriore, succoso, valore aggiunto, in quella che è sicuramente una delle visioni più importanti dell’intera proposta veneziana.

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