2:22 – Il destino è già scritto

2:22 – Il destino è già scritto

Un misterioso intrigo metafisico, un volo con annessa tragedia sfiorata, un puzzle da ricostruire

di Davide Stanzione 22/06/2017
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Dylan Boyd (Michiel Huisman) è un controllore di volo presso l’aeroporto JFK. Un lavoratore metodico e schematico, un organizzatore di prospettive e punti di vista capace di trovare una linearità anche laddove gli altri scorgerebbero solo un magma indistinto e senza nome. A causa di una turbolenza corre il serio rischio di far schiantare due aerei, la tragedia viene evitata per miracolo ma Dylan perde ugualmente il lavoro (ha salvato quasi mille persone, ma in fondo avrebbe anche potuto ucciderle tutte quante). La vita di Dylan, progressivamente e a seguito di questa circostanza quasi fatale, viene imprigionata in un loop senza apparente via d’uscita: piccoli dettagli e altri eventi in apparenza insignificanti si affastellano e si ritorna sempre alla stessa ora, le 2:22, alla Grand Central Station…

2:22 – Il destino è già scritto, diretto dall’australiano Paul Currie, è un thriller che riflette sugli echi profondi del destino e sulle molteplici implicazioni soprannaturali che possono far capolino in una miriade di piccoli elementi altrimenti insignificanti. Un prodotto accompagnato dal massimo dell’ambizione possibile, che non si pone alcun tipo di vincolo nella scrittura abbandonandosi al piacere del puzzle film da ricostruire e riassemblare, al di là di ogni verosimiglianza e organicità. Un filone ampiamente frequentato, oggigiorno, anche da produzioni non esattamente autoriali proprio come questa, nella quale non c’è certo il Christopher Nolan di turno a prendersi sulle spalle il peso delle sfide messe in campo con sprezzo del pericolo, ma si respira comunque la dignità di una confezione spettacolare generosamente intricata e carica di costanti ambiguità.

La storia d’amore del protagonista con la gallerista Sarah (Teresa Palmer) è accessoria, così come tutti gli aspetti emotivi e psicologici: ciò che interessa maggiormente a 2: 22, ma anche a tanti altri film ad esso assimilabili, sono le implicazioni new age e spirituali che possono accompagnare tematiche quali il fato, la predestinazione e le nevrosi che corredano le metropoli contemporanee e il disagio derivante dai mille stimoli simultanei della città tentacolari, impossibili da dosare e organizzare (il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, non a caso, parlò proprio della nascita della metropoli in rapporto alla “vita dello spirito”). In tale prospettiva massimalista, tutto è sempre e comunque destinato a cambiare le vite di chicchessia, non esiste niente di neutro o di secondario, ogni snodo può essere quello decisivo e senza ritorno. Che si parli di amore o di romanticismo, di morti in un numero imprecisato o di precarietà esistenziale.

«Ogni stella, a New York, potrebbe essere la vita di una persona che qui si sente a casa», come si dice nel prologo: ogni entità umana è inscindibile dalle forze che si accavallano intorno ad essa, seguendo il tracciato di un sistema di corrispondenze ed equazioni simile a un ipertesto. La sequenza dello schianto mancato è senz’altro l’apice spettacolare del film, ma tutto il suo incedere insegue la chimera dello sconcerto, senza alcuna problematizzazione relativa all’11 Settembre (un fantasma paradossalmente mai evocato) né tantomeno scomodando gli interrogativi etici, morali e antropologici del recente Sully di Clint Eastwood.

Diviso tra i salti spazio-temporali e i ritmi frenetici e dinamici di una New York che tuttavia non si vede mai davvero (un’espressione geografica, nel film di Currie, dove regna la spersonalizzazione dei gesti, dei desideri e anche degli ambienti), 2:22 è un’opera paradossale per definizione, un rompicapo visionario e intricato dove conta solo la sospensione dell’incredulità, l’abbandonarsi a dei conti che non quadrano e a degli interrogativi che non si risolvono mai, moltiplicando reincarnazioni, sconnessioni, collegamenti attraverso i decenni. Non si fa mancare nulla, 2:22: il protagonista Michiel Huisman, interprete di Daario Naharis nella serie Il trono di spade e di un film abbastanza analogo, Adaline – L’eterna giovinezza, nemmeno le soluzioni patinate più ovvie, pur di provare l’assalto allo stupore dello spettatore e ai suoi latenti, magari mai esternati, interrogativi metafisici, corredati di tensione ancestrale e spaesamento cosmico.

Mi piace: l’ambizione metafisica del film

Non mi piace: il ricorso spesso stucchevole a soluzioni caotiche e contraddittorie

Consigliato a: i fan del puzzle film e dei salti temporali, del cinema cerebrale e dei film con elementi matematici

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