Bella addormentata

la recensione di Emilia Iuliano

«Eluana, svegliati! Ti vogliono uccidere». «L’amore cambia il modo di vedere le cose. Non è vero che acceca, anzi». «Non puoi imporre agli altri quello che a te sembra giusto». «La bambina non è morta, ma dorme». «La sofferenza non nobilita l’uomo, lo spegne». «Tu sei libera di ammazzarti e io di non farti ammazzare». «Lasciatemi tornare alla casa del padre».

Così, per bocca dei suoi personaggi, tramite immagini di repertorio (web e televisive) che si alternano, incrociano e amalgamano con il racconto di finzione, Marco Bellocchio manifesta il suo pensiero e quelli di un Paese intero, volente o no chiamato a riflettere durante e dopo “l’ultimo viaggio di Eluana Englaro”, dalla casa di cura Talamoni di Lecco alla residenza sanitaria assistenziale La Quiete di Udine, dove è stata dichiarata la sua morte dopo 17 anni di coma vegetativo il 9 febbraio 2009.

Il cuore del suo Bella addormentata, in concorso alla 69esima Mostra di Venezia, è proprio questo. Nessun moralismo, ma una sorta di manifesto collettivo che mira al rispetto delle scelte proprie e altrui, al risveglio dal torpore delle coscienze e all’inviolabilità del libero arbitrio. Eluana, i suoi cari, il suo papà “guerriero” non compaiono mai direttamente, la loro vicenda resta sullo sfondo, ma la loro storia diventa quella di tutti, attraverso l’avventura umana dei personaggi del film emotivamente, umanamente, politicamente collegati, le cui vite sono a una svolta. Così, conosciamo Maria (Alba Rohrwacher), attivista del movimento per la vita che con i suoi amici manifesta davanti a La Quiete (durante il ricovero di Eluana) e s’innamora di un esponente del fronte laico con problemi famigliari, Roberto (Michele Riondino), mentre il padre (Toni Servillo), un senatore deve scegliere se votare una legge voluta dal suo partito, ma che non gli appartiene. Incontriamo la tossica Rossa (Maya Sansa), salvata da un medico (Pier Giorgio Bellocchio) al suo ennesimo tentativo di suicidio. E ci imbattiamo in una grande attrice (Isabelle Huppert), che ha abbandonato marito (Gianmarco Tognazzi), figlio (Brenno Placido) e carriera per dedicarsi alla preghiera, nella speranza che la sua stessa bambina si risvegli da un coma irreversibile.

Ai suoi personaggi, quindi, il regista fa ancora una volta incarnare i temi ricorrenti del suo cinema, ovvero impegno politico e sociale, fede e famiglia. La presenza del senatore ribelle fornisce, in particolare, a Bellocchio la chiave per una digressione politica parallela alle trame principali, che tuttavia smorza la potente tensione drammatica ricercata, e la sensibilità e la delicatezza con le quali dipinge i sentimenti più intimi dei suoi eroi. Un sottotesto volutamente straniante – come spesso accade nel cinema dell’autore –, che fa perno sul simbolico personaggio interpretato da Roberto Herlitzka, lo psichiatra dei senatori. Con i suoi cinici consigli e le sue “massime”, questa figura atavica e senza tempo, delinea gli inquietanti retroscena della (nostra) classe politica – marcia, cieca, autoreferenziale e imprigionata in riti autarchici, di cui il berlusconismo è stato/è, secondo l’autore, l’emblema -, sfondando indirettamente la quarta parete e rivolgendosi quindi più al pubblico in sala che ai suoi interlocutori sullo schermo.

D’altra parte, l’intero cast – Toni Servillo e Isabelle Huppert su tutti – ci regala grandi interpretazioni. Nei personaggi ognuno di noi troverà se stesso, il proprio credo, il proprio punto di vista.

A ognuno di noi, quindi, il regista regala la propria sentenza, pur lasciando emergere che non c’è una reale risposta, che la vita è un dono così prezioso, ma allo stesso tempo tanto privato e intimo da sfuggire a qualunque tipo di legge, regolamentazione e polemica.

Leggi la trama e guarda il trailer

Mi piace
L’intento riuscito del regista di risvegliare le coscienze dal torpore, rispettando i sentimenti più intimi e il libero arbitrio, ma invitandoci a una presa di posizione

Non mi piace
La digressione politica, seppure stilisticamente interessante e densa essa stessa di significato, allontana dal percorso principale e dall’esplorazione dei personaggi

Consigliato a
Chi ha scatenato inutili polemiche ancor prima che il film venisse realizzato, girato o mostrato. In Bella addormentata non troviamo nessun facile moralismo, ma una sorta di manifesto collettivo che mira al rispetto delle scelte proprie e altrui

Voto
3/5

Nessun commento, inseriscilo tu per primo per “Bella addormentata: la recensione di Emilia Iuliano”

venarte scrive:

Un politico, interpretato da un profondo Toni Servillo, è combattuto nel decidere se votare o meno per una legge contro la sospensione della nutrizione artificiale in caso di coma irreversibile. Si interroga, così, se obbedire ciecamente alle logiche del partito o compiere un atto di coerenza verso le sue idee.
Intanto, una giovane tossica inveisce contro il medico che l’ha salvata dal suicidio, affermando che vuole solo farla finita e nessuno può costringerla a vivere in questo mondo di merda.
Un’attrice, nello stesso momento, prega e, tra litanie e suppliche, invoca il miracolo che faccia risvegliare la figlia in coma.
Tre storie indipendenti per esaminare lo scottante tema della “dolce morte” e dell’accanimento terapeutico, con sullo sfondo gli ultimi giorni di vita della “bella addormentata” Eluana Englaro.
Tre storie che, pur da punti di vista diversi (politico, medico e religioso), evidenziano il lato umano della questione, toccando le corde della presa di coscienza, della dignità della vita e della speranza.
Il regista Marco Bellocchio invita il pubblico alla riflessione, adoperando il suo sguardo lucido di intellettuale laico. E, se da un lato, mostra come la sofferenza umilia l’uomo fino a renderlo un vegetale, dall’altro lato mette in luce le ragioni che possono spingere un genitore a mantenere in vita il proprio figlio o ad “aiutarlo” per liberarlo dal dolore. Il cineasta, inoltre, citando Papa Wojtyla il quale, rivolgendosi ai medici che lo tenevano in vita, disse: “lasciatemi tornare alla casa del Padre”, ricorda come l’amore cambia il modo di vedere le cose.
Oltre al grande Servillo, il cast è composto da un bravo e convincente Pier Giorgio Bellocchio, dalla francese Isabelle Huppert e dai giovani Michele Riondino, Alba Rohrwacher e Maya Sansa che sanno ben caratterizzare i loro personagg

Inserisci un commento

Effettua il login per postare un commento.

Se non sei registrato clicca qui Registrati