Bleed – Più forte del destino

Bleed – Più forte del destino

di Valentina Torlaschi 08/03/2017
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Lo sappiamo da sempre. Uno dei motivi per cui la boxe è lo sport hollywoodiano per eccellenza è perché ricalca appieno la parabola del sogno americano. I film sul pugilato sono prima di tutto storie di riscatto, di uomini di estrazione proletaria che, tra litri di sangue e sudore, vincono. È il classico percorso del selfmade man che cade e si rialza, il viaggio dell’eroe per citare il celebre saggio dello sceneggiatore Christopher Vogler; un’avventura di cui ormai prevediamo ogni tappa ma che, proprio in questo ripetersi sempre uguale e farci rispecchiare nell’archetipo, ci dà il piacere delle emozioni ritrovate, oltre allo spettacolo atavico della violenza tra due uomini.

Un doppio riscatto
Prodotto da Scorsese e tratto dalla storia vera del pugile Vinny Pazienza, Bleed – Più forte del destino si inserisce nell’arco narrativo di cui sopra; anzi, lo fa ben due volte. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti. Se nella prima parte assistiamo al classico percorso di allenamento verso la vittoria guidato dal coach-mentore col volto di Aaron Eckhart, poi la storia si riazzera. Letteralmente. Vinny ha un tremendo incidente d’auto, si rompe l’osso del collo, e i medici gli dicono che non potrà più combattere. Ecco allora la seconda rivincita, la seconda possibilità (mito, anche questo, profondamente americano). E così, nonostante Vinny sia costretto a portare per mesi un collare fissato direttamente sulle ossa del cranio – alla vista, uno strumento di tortura medioevale – continuerà ad allenarsi di nascosto, a sognare il successo.

Combattere o morire
Questo secondo riscatto è proprio quello su cui si concentra maggiormente il film ed è più affascinante del primo in quanto mostra come la boxe, per Vinny, non sia solo un’occasione di rivalsa ma un’arma di sopravvivenza. Senza la boxe, Vinny non sa cosa farsene della propria esistenza, è un corpo svuotato della propria identità, è già morto, è uno zombie che cammina. Il regista Ben Younger (Prime, 1 km da Wall Street) e l’attore Miles Teller (quello di Whiplash, anche lì un giovane dall’ego smisurato) ben rendono lo stato d’animo del protagonista e riescono a far capire come la sua scelta di continuare ad allenarsi non sia una pazzia dal rischio mortale quanto l’unico modo per continuare a vivere. Già in un altro bel film sulla boxe visto all’ultimo Festival di Venezia,The Bleeder (la storia del vero Rocky Balboa con un immenso Liev Schreiber), si diceva che “la parte più difficile per ogni pugile è quando deve smettere di combattere”; be’ Vinny lo sa fin troppo bene.

L’avversario che non c’è più
Se Vinny riesce a vincere la battaglia con se stesso rimettendosi in piedi, la sfida più dura, in realtà, è quella con gli altri, perché nessuno vuole più scontrarsi con lui. Lo vedono come un sopravvissuto, uno che non potrà mai più essere quello di prima. L’eroe che tanto ha lottato è ora impotente suo malgrado, impantanato in una situazione che non dipende da lui. Ma anche questa volta, ovviamente, troverà il modo per salire sul ring, combattere e sanguinare.

Diretto con mano sicura da Younger, in conclusione Bleed – Più forte del destino è boxing-drama coinvolgente, con una fattura classica (forse fin troppo), e con delle interpretazioni molto credibili di Miles Teller e Aaron Eckhart.

Mi piace:
La scrittura di questa storia (vera) di sangue, lividi e chiodi piantati nel cranio. Le ottime interpretazioni di Miles Teller e Aaron Eckhart.

Non mi piace:
La fattura forse un po’ troppo classica.

Consigliato a chi:
A chi ama i film sulla boxe, ossia a tutti.

Voto: 3/5

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