Civiltà perduta

Civiltà perduta

di Giorgio Viaro 22/06/2017
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Le qualità estetiche e politiche del cinema di James Gray sono così manifeste che diventa quasi difficile parlarne, eppure il suo “cinema d’appendice” resta in deficit di una collocazione critica quanto popolare quanto industriale – non incassa granché, non viene premiato ai festival, non è mai accolto dalla stampa con l’entusiasmo di altri autori meno attenti ai propri gesti. Sembra in questo senso davvero fuori dal suo tempo Gray, perfino più di quanto non sia diventato Robert Zemeckis, il cui Allied testimonia lo stesso amore per certi archetipi del romanzo moderno e del romance hollywoodiano di The Lost City of Z; o Scorsese, che in Silence dimostra un’identica abilità nel conferire gravitas alle proprie immagini a partire da un’esigenza esplorativa e da un viaggio interiore.

The Lost City of Z (Civiltà perduta in italiano) è il Cuore di Tenebra di Gray, racconto di un’odissea e di un’ossessione che nasce però (qui la differenza con Scorsese è netta) più da un confronto intellettuale con la storia e la sua elaborazione letteraria che da una resa dei conti personale.

Il protagonista Percy Harrison Fawcett (Charlie Hunnam) è un colonnello irlandese che negli anni antecedenti la Grande Guerra viene mandato dall’esercito inglese a esplorare le giungle del Mato Grosso, in Brasile, insieme all’amico Henry Costin (Robert Pattinson), per tracciare delle mappe in un territorio su cui la Corona vuole rafforzare il proprio controllo. Durante le settimane di traversata fluviale al seguito di una guida indigena, Fawcett e i suoi compagni trovano frammenti di manufatti e intagli nel legno che li convincono dell’esistenza di una civiltà perduta e delle rovine del suo insediamento: nasce il mito della città di Z, ultimo avamposto della civilizzazione.
Al ritorno in patria Fawcett, grazie anche a un vecchio manoscritto ritrovato dalla moglie (Sienna Miller) nella biblioteca nazionale di Rio de Janeiro che sembrerebbe confermare l’esistenza della città, convoca i suoi pari per proclamare la scoperta e ripetere il viaggio, stavolta con il preciso obiettivo di scovare Z. Ci proverà alla fine due volte, a cavallo del conflitto mondiale, facendo perdere le sue tracce assieme al figlio nella spedizione del 1925.

Ora, il lirismo di cui Gray riempie ogni inquadratura del film non ha bisogno di essere discusso, è una cosa che travolge se solo si tengono gli occhi aperti, ma se ne può scomporre la qualità e determinare la differenza. In un ricettario, ci trovereste elencate l’elaborazione della Storia come mistero, o somma di miti e generi, che stiamo vedendo nei film di Pablo Larrain; un sentimento panico della natura che compete in bellezza con quello del cinema di Malick, ma senza tutto il suo ciarpame esplicitamente metafisico; e la citata gravitas, immagini che comprendono cioè sempre un sospetto di morte, in un modo che fa pensare anche – perdonatemi – a Kubrick, per altro citato da Gray all’apice dell’emozione, nella scena madre del terzo atto. E poi, certo, le avventure ai limiti del mondo di Herzog, ma ancora una volta senza quel coinvolgimento, senza sangue e sfida che non siano anche espediente estetico e narrativo.

Ecco, dentro queste immagini colme di attenzione, spesso oscurate ai margini come in uno scatto d’epoca, come in una storia narrata a lume di candela, si annega. La consapevolezza formale di Gray è impressionante: minuscoli movimenti di macchina (ad esempio una breve panoramica a schiaffo) saltano in un secondo con naturalezza mesi e continenti; flashback impressionisti sono i ricordi che piovono ovunque; e gli attori sussurrano, trasformando l’epopea avventurosa in una confidenza. Così ogni cosa – ogni viaggio e ogni ritorno – e infine il cinema, diventano un atto d’amore.

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