I figli della notte

I figli della notte

L’esordio di Andrea De Sica: un horror che affronta l’adolescenza come età della vita indefinita e terribile, asfissiante e crudele

di Davide Stanzione 31/05/2017
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Giulio (Vincenzo Crea) è un 17enne appartenente a una famiglia di rango elevato che finisce risucchiato in un collegio per rampolli dell’alta società: una gabbia dorata, incastonata tra le Alpi, dove si provvede alla formazione della classe dirigente del paese ma al contempo si distorcono le sensibilità di tanti giovani ragazzi, allevati come polli in batteria e e trasformati in degli automi freddi e meccanici (nel ruolo dell’educatore inflessibile e glaciale c’è Fabrizio Rongione, attore belga di origini italiane e interprete feticcio dei fratelli Dardenne). Privati di qualsiasi collegamento internet e con solo mezz’ora di telefono concesso al giorno, la loro è una prigionia vera e propria, a seguito della quale i legami col mondo sono spezzati e il cordone ombelicale con le famiglie d’origine reciso nella maniera più violenta possibile. Giulio, insieme al suo amico Edoardo (Ludovico Succio), prova a sottrarsi a tale destino e si avventura nel bosco adiacente alla struttura, sconfinando in un night club dove conosce la giovane e bellissima prostituta Elena (Yuliia Sobol).

Favola nera, romanzo di formazione ma soprattuto di deformazione, sogni e incubi mescolati in ugual misura e senza soluzione di continuità, a tal punto da far coincidere luce e ombra, amicizia e ostilità, adolescenza e maturazione forzata, disturbata, impossibile: sono questi i punti di partenza da cui Andrea De Sica, figlio di Manuel De Sica, il figlio musicista di Vittorio recentemente scomparso (a lui il film è dedicato), si è mosso per mettere in piedi la propria spiazzante e sorprendente opera prima, I figli della notte, passata in concorso al 34° Torino Film Festival e dal titolo assai evocativo ed emblematico, capace di porre l’accento fin da subito su una paternità dai mille risvolti ambigui e ingombranti. Lo stesso De Sica viene dopotutto da una famiglia importante e per il suo esordio in un lungometraggio ha scelto una storia intransigente e personale (il protagonista è inspirato a un suo conoscente), che curiosamente parla proprio di una generazione in bolla che tenta in maniera faticosa, lugubre e dolorosa di sganciarsi da una realtà paterna avvertita, quando va bene, come distante e silenziosa.

Tale tentativo di smarcarsi viene rappresentato in un film dal sapore duro e insolito, che al netto di tutti gli intuibili elementi acerbi ha il merito di proporre uno sguardo tagliente e una visione del mondo tutt’altro che disposta a concedere compromessi, nella quale l’adolescenza è territorio archetipico di scoperta e di lacrime, di sentimenti abbozzati e irrilevanti (risaputi, per un’età così intermedia e transitoria) ma anche di scelte fuori da un tracciato identificabile, quelle decisioni che in maniera imprevedibile finiscono però col pregiudicare puntualmente, che lo si voglia o meno, tutto ciò che verrà. Ha fatto il suo film, Andrea De Sica, che ha alle spalle una folta carriera da aiuto regista (per Bertolucci, Opzetek, Marra, Vicari) e non si è sottratto dall’imporre la propria mano registica al primo grande salto dietro la macchina da presa, forte di una radicata consapevolezza del proprio immaginario di riferimento.

Usa l’horror come massimo veicolo di ossessioni torbide e sensuali, De Sica, guarda a Stanley Kubrick e David Lynch come fossero dei semplici fratelli maggiori e non dei modelli per definizione irraggiungibili. Mescola Musil, Thomas Mann e Shining (le soggettive nei corridoi) creando un doppio, triplo livello di citazioni formali e strizzate d’occhio stilistiche in cui la discesa agli inferi di natura psicologica coincide con lo straniamento dei volti e degli spazi, applicata tanto alla recitazione dei giovani attori (ottimi volti, scelti benissimo) quanto a dei non luoghi astratti e fuori dal tempo, dove Ti sento dei Matia Bazar può incontrare l’elettronica o la hit dance Goodbye di Feder feat. Lyse. Dopotutto è un film cerebrale e di superficie, I figli della notte, un’opera-stato d’animo costantemente sospesa sul baratro di un momento della vita terribile e indefinito, traumatico eppure denso di possibilità infinite, in cui tutto è possibile ma è impossibile non farsi male.

Mi piace: la consapevolezza del proprio immaginario, con la quale De Sica si confronta con modelli anche molto ingombranti

Non mi piace: qualche acerba ingenuità, che di tanto in tanto fa capolino rendendo il film lievemente ridondante

Consigliato a: chiunque cerchi un nuovo talento del nostro cinema dotato di una propria visione, il più rischiosa e coraggiosa possibile. De Sica rientra a pieno titolo nella definizione e non resta che guardare con curiosità ai suoi progetti futuri

Voto: 3/5

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