I peggiori

I peggiori

Due fratelli, demolitori dell’immagine pubblica altrui e supereroi per caso, nell’esplosivo esordio di Vincenzo Alfieri

di Davide Stanzione 18/05/2017
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Due fratelli, Fabrizio e Massimo (Vincenzo Alfieri e Lino Guanciale), ridotti ormai sul lastrico e senza la minima idea di cosa ne sarà del loro futuro, non hanno mai visto giorni peggiori, ma vorrebbero uscire dalla loro situazione e allo stesso tempo garantire un’avvenire e delle prospettive alla sorellina tredicenne (Sara Tancredi), spigliata e incontenibile. Non sapendo più a che santo votarsi decidono di mettere in piedi un’attività folle e senza precedenti: mettere alla berlina in pubblica piazza le colpe e gli scheletri nell’armadio di tanta gente furba e scorretta che infesta la loro comunità, rispondendo alle richieste di quanti chiedono il loro intervento a Napoli e dintorni. Nascono così i demolitori, due “eroi a pagamento” a dir poco sui generis

Come insegnano i Gremlins di Joe Dante, la svolta decisiva avviene sempre in un negozio cinese: è così anche per I peggiori, il pirotecnico esordio alla regia dell’attore Vincenzo Alfieri, nel quale Massimo, interpretato da Lino Guanciale (il volto solare e scavezzacollo del duo di Demolitori), si procura delle maschere di Diego Armando Maradona da una negoziante cinese che non capisce quasi nulla di italiano, in assenza di travestimenti migliori. Parte un’elettrizzante esperienza da criminali social improbabili e sopra le righe, in cui Fabrizio è la mente, da avvocato solido e con la testa sulle spalle qual è, e Massimo il guascone e irresistibile braccio armato,  un ragazzo sornione innamorato dell’assistente sociale Serena (Miriam Candurro), che cerca disperatamente di richiamarli all’ordine.

Un conflitto di personalità che dà luogo a una crime story partenopea frizzante e dai contorni allo stesso tempo parodici e supereroistici, sospesa tra il fumetto e lo spaccato sociale: un Robin Hood a due voci ai tempi dei social network e della macchina del fango in tempo reale su internet, ma anche uno Smetto quando voglio in versione ridotta che fa proprie le coloriture e le atmosfere del programma televisivo Made in Sud mescolandole alla padronanza stilistica e alla consapevolezza del proprio immaginario di Gabriele Mainetti e del suo Lo chiamavano Jeeg Robot. L’originalità probabilmente non è la stessa nonostante le tante, esplosive incursioni action (si ritorna sempre e comunque all’arte di arrangiarsi, stringi stringi), ma la confezione è sgargiante, sbarazzina, puntualmente efficace.

L’opera prima di Alfieri, che ha coccolato il progetto fin dagli anni liceali con un amore e una passione che a conti fatti traspare con discreta evidenza sullo schermo, è ben curata nei dialoghi, nella gestione delle scene d’azione, elementari ma funzionali, nei singoli snodi. Anche nella fotografia di Davide Manca, che applica alle proprie luci la spigliatezza squillante di questo tipo di storia e si conferma uno dei più promettenti direttori della fotografia italiani di oggi (si veda anche il suo lavoro in 2Night, che arriva in sala solo una settimana dopo I peggiori e lavora invece, per opposizione, su tonalità notturne e su sfumature più contrastate).

“Che vorresti dire, che Gotham City è più sicura di Napoli? No, ma a livello di microcriminalità è messa molto meglio”: una battuta irresistibile che forse è la sintesi più efficace e lapidaria per restituire lo spirito de I peggiori, improbabile cinecomic all’italiana (che nasca un vero e proprio filone? Non sarebbe male), dove il livello dello sfumature in atto e delle triangolazioni di scrittura è ben più alto delle apparenze, rigorosamente divertenti e farsesche: i due protagonisti fanno i conti anche con l’abbandono e i sensi di colpa, con gli errori di chi li ha preceduti e si sa che, trattandosi di familiari,  non è e non può essere un’eredità innocua e senza conseguenze. Scontrandosi così, giocoforza, con una vita che non ammette tutorial.

Passati da figli di mammà a poveri proletari,  Massimo e Fabrizio dovranno fare i conti con le avversità di una realtà più vera del vero e lontana dalla bidimensionalità delle caricature che genuinamente incarnano. Una tridimensionalità che fa sicuramente bene ai loro personaggi e permette alla storia di decollare col giusto respiro, tra sferzate sociali (il traffico di passaporti di immigrati in cantiere) e sghagherati tocchi di realismo sboccato.

Mi piace: la simpatia spaccona del regista e degli interpreti (la sorellina del duo è a dir poco strepitosa, per tempi comici e battute a effetto in dialetto), il coraggio sociale e mediatico della storia, l’Eva Perrot di Antonella Attili, imprenditrice edile senza scrupoli che cita disgustosamente e stucchevolmente Oscar Wilde in continuazione, il commissario dolente di Biagio Izzo, Ernesto Mahieux in permesso premio

Non mi piace: il ritorno all’arte di arrangiarsi, sostrato ideologico della storia, quale unico metro per perimetrare le proprie capacità, in luogo di una più salutare e generica creatività

Consigliato a: chi cerca un prodotto italiano frizzante, ritmato e capace di strizzare in continuazione l’occhio allo spettatore, ma con efficacia e senso dello spettacolo

Voto: 3/5

 

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