Il diritto di contare

Il diritto di contare

di Gabriele Ferrari 09/03/2017
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Il diritto di contare (Hidden Figures) si apre con una sequenza tanto esplicativa quanto didascalica: le tre protagoniste (Taraj P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe) vengono accostate e fatte fermare sul bordo della strada da un poliziotto, rigorosamente bianco, e subiscono l’ormai tradizionale “grill” che prima o poi tocca a qualsiasi persona di colore che si mette al volante negli Stati Uniti, anche nel 2017. Nel film di Theodore Melfi, poi, siamo nel 1961, e in Virginia, al tempo uno degli Stati più razzisti sulla bandiera: in qualsiasi altro film, al fermo seguirebbe probabilmente un viaggio in commissariato, e una riflessione sulle condizioni degli afroamericani nell’America degli anni Settanta.

Il diritto di contare, però, non è qualsiasi altro film, e le tre protagoniste non sono donne qualsiasi: lavorano a Langley, la prima storica sede della NASA, come computer umani, e persino il suddetto poliziotto è costretto a ingoiare i propri pregiudizi, fino ad accettare di scortarle fino al centro di ricerca. Un quadro idilliaco che starebbe meglio come finale di un film, piuttosto che come apertura: dov’è il conflitto, ci si chiede, se tre donne di colore vengono trattate con i guanti di velluto in uno Stato che fino al 1965 impediva loro di votare, e fino al 1967 di sposarsi con un uomo bianco? «Sul posto di lavoro» è la risposta: Katherine, Dorothy e Mary sono impiegate come “computer umani” nella corsa allo spazio, ai tempi in cui non esistevano ancora i PC per eseguire le migliaia di calcoli necessarie a spedire un razzo (figuriamoci un astronauta) fuori dall’atmosfera. Essenziali e invisibili, costrette a lavorare in edifici nei quali mancano i bagni per le persone di colore – le leggi Jim Crow, che di fatto istituzionalizzavano la segregazione razziale negli States, vennero abolite solo nel 1965 –, la loro storia, e il loro ruolo nello spedire nello spazio John Glenn, è stata raccontata per la prima volta solo l’anno scorso, nel libro Hidden Figures (appunto) dell’esordiente Margot Lee Shetterly.

Il film di Melfi, quindi, non è altro che lo stesso racconto, romanzato il giusto, a base di discriminazioni, sfiducia verso il diverso e forza di reagire alle ingiustizie. Protagonista assoluta è Katherine Johnson/Taraj P. Henson, la prima donna di colore a venire assegnata allo Space Task Group di Al Harrison (Kevin Costner, magnetico): è lei che più di tutte si scontra con l’innato scetticismo dell’uomo bianco – qui incarnato alla perfezione dal Jim Parsons di Big Bang Theory –, è lei che contribuisce in maniera decisiva alla missione di Glenn, ed è a lei che è dedicata l’unica storia d’amore in un film altrimenti interessato a celebrare l’intelletto e la voglia di fare di un gruppo di persone che avevano l’unica sfortuna di essere nate donne, e nere, in un Paese che ancora non era pronto a considerarle cittadine a tutti gli effetti. La messa in scena un po’ ombelicale (raramente si esce dai corridoi di Langley, e il resto del mondo al di fuori della comunità scientifica della NASA è una diapositiva sfocata sullo sfondo) impedisce alla storia di mordere davvero sulle tematiche razziali e di genere: non c’è mai vero odio nel film di Melfi, solo scetticismo e stupore, e la cronaca di come tre donne dimostrarono a un ente di ricerca di poter essere essenziali tanto quanto gli uomini. Per dirla in altro modo, c’è una notevole carenza di razzismo e sessismo in questo film sul razzismo e sul sessismo.

Quel che manca in tragedia, però, Il diritto di contare lo recupera in attitudine: è il più classico dei “film hollywoodiani sui geni”, ma dove i vari A Beautiful Mind e La teoria del tutto insistevano su toni e tematiche fin troppo abusati (la solitudine della mente superiore, l’illuminazione del singolo come scintilla per il progresso), il film di Melfi è una celebrazione del lavoro di gruppo, della fiducia nei propri colleghi che rende grande ogni laboratorio di ricerca, persino dell’umiltà di riconoscere i meriti altrui – anche se sono i meriti di una donna nera costretta a camminare per mezz’ora tra gli edifici Langley ogni volta che deve andare in bagno. Henson, Spencer e Monáe infondono energia e umorismo nei loro personaggi, e Melfi tiene costantemente alto il ritmo e predilige il linguaggio della commedia alla retorica strappalacrime del film antirazzista.

Non è tutto al suo posto, con qualche personaggio (Kirsten Dunst su tutti) ridotto a macchietta e strumento delle conquiste delle tre protagoniste, né si può evitare di notare alcune “libertà creative” (e un po’ ideologiche) che Melfi decide di prendersi per plasmare il suo messaggio: Dorothy Vaughan (Spencer), per esempio, che nel film si scontra più volte contro il muro di gomma dell’uomo bianco che non vuole affidarle compiti di responsabilità, venne nominata supervisore dei “computer umani” della NASA già nel 1949, non nel 1961. Difficile però accusare Melfi di disonestà: più che una cronaca rigorosa, Il diritto di contare è una favola, che comprime, riassume e confeziona a uso del pubblico una collezione di vite che hanno segnato, seppur a bassa voce, un pezzo di storia della ricerca scientifica americana.

Mi piace: l’attitudine positiva che si respira per tutto il film, un bel salto rispetto alla tetra tragedia a cui Hollywood solitamente associa le storie di geni e scienziati vari.
Non mi piace: il film non morde quanto potrebbe.
Consigliato a chi: crede nella scienza, nello spirito di squadra, nel coraggio e nell’uguaglianza.
Voto: 3

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