Il Dittatore

la recensione di Giorgio Viaro

Nord Africa, Repubblica (immaginaria) di Wadiya. Il generale Hafez Aladeen (Sasha Baron Cohen) la tiene in pugno utilizzando da cima a fondo il kit del perfetto dittatore: tortura degli oppositori, discriminazioni sessiste, antisemitismo, minacce all’Occidente, un arsenale nucleare in espansione. È talmente odiato che per tirare a campare deve usare una squadra di sosia, puntualmente giustiziati via attentato. Quel che non sa, è che il suo primo nemico è lo zio Tamir (Ben Kingsley), stufo delle “innocue” manie di potere del nipote e convinto che per far soldi sul serio bisogna riciclarsi come democrazia ed entrare in affari con i cinesi. Usando un sosia particolarmente deficiente, Tamir sostituisce Aladeen e lo abbandona a Manhattan, dove viene preso in simpatia dalla sua nemesi: una trentenne femminista-democratica-ecologista (Anna Faris).

Dopo Borat e Bruno, Sasha Baron Cohen abbandona definitivamente la strada del mockumentary, e per la sua satira politica prende direttamente a esempio il più grande di sempre, limitandosi a togliere dal titolo del film di Chaplin l’aggettivo (“Grande”). Assuefatti come siamo alle farse politicamente scorrette made in USA, da Zohan alle Notti da Leoni, è difficile dire se sia ancora eversivo questo tipo di umorismo. Eppure la precisione con la quale Il Dittatore tocca i punti sensibili della propaganda cui TV e giornali ci sottopongono quotidianamente, ci fa propendere per il sì: si riconosce una sfacciataggine pura e ben indirizzata, che per associazione porta subito al cartoon South Park. Si fa fatica a separare la risata dallo shock culturale, dove invece – per fare un confronto – le citate Notti da Leoni non inducono né l’uno né l’altro. Non si scherza (solo) sulle pratiche corporee – ché il sesso o le feci sono i più ovvi tra i falsi tabù -  si scherza sull’11 settembre, sul fondamentalismo religioso, sui paradossi del pensiero progressista e democratico, sui riti funebri.

Dove il film tira un po’ la corda è sul monologo finale, quello che spiattella la morale, e che – per scarsa opportunità e pericolosa associazione con il citato, inarrivabile modello chapliniano – sembra rompere il patto di fiducia con lo spettatore: non sono sicuro che tu abbia capito quel che intendo, quindi te lo riassumo. Non è comunque un peccato grave: la satira de Il Dittatore è al passo con i tempi; punta il bersaglio e per colpirlo non si fa nessuno degli scrupoli che ci si aspetterebbe.

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace
La satira colpisce dove deve colpire, facendosi pochi scrupoli

Non mi piace
In un film così sfacciatamente antiretorico, il monologo finale una punta di retorica la manifesta

Consigliato a chi
A chi ama l’umorismo politicamente scorretto

Voto: 4/5

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