La cura dal benessere: la recensione di Cristian_90

Gore Verbinski (The Mexican – Amore senza la sicura; The Ring; Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna/ La maledizione del forziere fantasma/ Ai confini del mondo) con La cura dal benessere confeziona un buon thriller dal ritmo blando ma teso. Il film è per lunghi tratti convincente e deciso mentre in altri punti sembra vacillare, specialmente quando ci si avvicina alla conclusione. La sceneggiatura, affidata a Justin Hayte (Revolutionary Road; The Lone Ranger), appare inizialmente solida e invita a riflettere, ma col passare dei minuti si adegua agli standard canonici. I momenti topici e di tensione sono gestiti abbastanza bene fino a quando il tutto diventa un po’ confuso. Buona la fotografia di Bojan Bazelli (The Ring; Mr. & Mrs. Smith; L’apprendista stregone; Rock of Ages). Musiche di Benjamin Wallfisch (Prison Escape; Lights Out – Terrore nel buio; Il diritto di contare). A parte qualche momento in cui appare scialba, la prestazione di Dane DeHaan stupisce per l’immedesimazione nel personaggio e convince per la credibilità. Altrettanto bravi Jason Isaacs e Mia Goth.
Lockhart (Dane DeHaan), venditore presso una compagnia finanziaria americana, viene inviato dai suoi capi in Svizzera per riportare a New York l’amministratore delegato Roland Pembroke (Harry Groener), il quale, ospitato in una spa tra le montagne, ha fatto sapere di non voler tornare. Una volta arrivato nella rinomata spa per benestanti intenzionati a staccare la spina dalla frenetica vita quotidiana, Lockhart si renderà conto che dietro alle belle apparenze di un luogo pacifico si nasconde qualcosa di tetro, da cui sembra impossibile scappare.
Difficile parlare approfonditamente del nuovo film di Gore Verbinski, La cura dal benessere, senza rischiare di cadere nello spoiler. Vediamo, parlando per grandi linee, cosa spunta fuori. Il film, innanzitutto, non può essere definito un horror. Le atmosfere sono certamente tenebrose e dark ma a prevalere sono un intreccio e un senso di mistero che si confanno di più ad un thriller. Verbinski ci accompagna per oltre due ore in un viaggio verso l’ignoto spaventoso nascosto dietro uno strato sottile di bellezza apparente che vuole colpire la vista per confondere e confortare ma che ha, in realtà, soltanto lo scopo di rendere facile preda di un gioco oscuro. Significative sono le riflessioni iniziali sul vivere moderno, fatto di materialità, stress e competizione spietata che soddisfano le mere ambizioni ma non portano alla felicità, raggiungibile per vie altre. La spa svizzera in cui il signor Pembroke va a rifugiarsi si pone come luogo di cura da tutti questi mali; è un falso Eden terrestre, incontaminato (come l’acqua che sgorga pura dalle sue montagne), lontano dalla modernità, dal viscido egoismo, dalla frenesia quotidiana, che fa dell’essenzialità l’unica cosa di cui un essere umano ha veramente bisogno per ritrovare il proprio io primordiale. Il film parte indubbiamente bene e va avanti sostenuto da una più che buona regia e da una altrettanto gradevole sceneggiatura. Tutto scorre con una lentezza godibile e adatta al genere e ai suoi scopi. Indizi e misteri vengono sparsi qua e là e ben gestiti dal regista. Tutti i personaggi residenti nella spa, nonché la spa stessa e l’acqua utilizzata praticamente in ogni terapia sui pazienti, hanno qualcosa di inquietante e temibile nell’aspetto ma non è facile scoprire cosa c’è dietro a meno di non lasciarsi coinvolgere in prima persona, come fa Lockhart. Il nostro protagonista viene così a contatto diretto con i meccanismi che danno motore all’intero sistema e soprattutto con il capo della baracca, il dottor Heinreich Volmer (Jason Isaacs) e la misteriosa Hannah (Mia Goth). Come già detto in precedenza, il film convince e tiene alta l’attenzione ma non fino alla fine. Da un certo momento in avanti lo svelamento dell’enigma principale tarda ad arrivare, o meglio, si ha proprio l’impressione che venga rimandato scena dopo scena per riprendere d’improvviso questioni precedentemente lasciate in sospeso, in un continuo avanti e indietro estenuante che porta ad una durata eccessiva per un film del genere (2 ore e 20). Inoltre, più volte il film sembra voler virare/scadere (a seconda dei punti di vista) nel soprannaturale (in stile Shyamalan). Il prosieguo di questo pensiero sarebbe super spoiler! Che Dio mi fulmini, non lo farò! Nonostante la pellicola barcolli dopo un inizio invece più che deciso, il finale è da ritenersi accettabile, evitando lo schianto sugli scogli del ridicolo. Molto bene l’ispirato DeHaan nei panni di Lockhart, anzi, a dir la verità, mai visto così convincente e immerso nella parte, soprattutto quando il suo fisico e la sua mente iniziano a vacillare e a indebolirsi, complici anche un pallore naturale del viso che lo avvicina ad un cadavere e un espressione tutt’altro che vivace. Se nell’ambientazione e nell’atmosfera generale La cura dal benessere ricorda Shutter Island, la cantilena che accompagna la giovane Hannah rimanda invece a Profondo Rosso. Gore Verbinski si conferma un buon regista capace di esprimersi, anche se non fino in fondo, in maniera naturale e libera da schemi troppo rigidi, riuscendo ad accontentare una buona fetta di pubblico senza perdere del tutto l’originalità.

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