La fuga di Martha

la recensione di Stefano Pariani

Scritta dai Lettori il 22/06/2012

Dopo il bellissimo “Frozen river” e “Un gelido inverno”, arriva dal Sundance un nuovo film sull’”altra” America, quell’America rurale che affonda le sue radici nella povertà, nello squallore di baracche disperse tra i boschi, negli orrori nascosti che sono il rovescio della medaglia del sogno americano. Martha (Elizabeth Olsen) è un’adolescente fuggita di casa in un momento particolare della sua crescita, tra solitudine e ricerca della propria identità. Si lega ad una setta parareligiosa che vive in una sorta di comune tra i boschi, il cui leader esercita un condizionamento psicologico e sessuale sulle giovani, spingendole, tra le altre cose, a rubare nelle case e ad ucciderne i proprietari. Tutto questo viene ricordato da Martha in vari flashback, perchè la vera storia del film è un’altra: il tentativo della ragazza di reinserirsi in una vita normale, dopo essere scappata dalla setta. Non ci sarà nulla di facile però, perchè nulla può essere come prima: nella bella casa sul lago della sorella maggiore, sposata e borghese, i silenzi di Martha, i suoi sguardi, gli atteggiamenti strani portano inquietudine e sbigottimento nella tranquilla vita dei due coniugi. Se fosse rimasta nella setta, molto probabilmente Martha avrebbe fatto una brutta fine, vittima forse di un suicidio collettivo o di chissà cos’altro, ma il suo restare in vita non è meno tragico: le violenze psicologiche subite sono una lama nell’anima che lacera progressivamente e non la abbandona. Un’atmosfera di smarrimento quasi surreale pervade il film, come lo sguardo perso della brava Olsen, e lascia nello spettatore un senso d’impotenza che si prova quando, pur volendo, non si può aiutare chi sta male. Il finale sospeso è un dubbio che s’insinua, un’inquietudine in più che pare non lasciare via di scampo. Un film a tesi, un’opera prima interessante, dallo stile essenziale e asciutto, che rivela le doti di un regista che promette bene.

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