Loving

Loving

di Marita Toniolo 16/03/2017
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«Dio non ha certo messo gialli, bianchi e neri in continenti diversi perché si mescolassero le razze». «Dio ha fatto il passero passero passero e il pettirosso pettirosso». Sono queste le frasi che costellavano i verbali del processo Loving versus Virginia, svoltosi nel 1959 e poi a più riprese fino alla sentenza definitiva del 1967 della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America con cui si sancì il diritto naturale di due invidui di razze diverse di unirsi in matrimonio.

Loving significa amare in inglese, e in modo forse anche banale suggerisce come solo la legge dell’amore sia in grado di valicare la legge dell’uomo, la legge crudele della razza. Ma Loving è anche il cognome di Richard Perry, onesto muratore con la passione per le auto da corsa innamorato di una giovane donna di colore, Mildred Dolores Jeter. Quest’ultima ha comunicato all’uomo di essere incinta e, da brav’uomo qual è, lui ha comprato un pezzo di terra per costruirle una casa e l’ha portata a Washington dove si sono sposati alla chetichella, perché le leggi razziali della Virginia dell’epoca non consentivano i matrimoni interraziali. I due finiscono in prigione per la violazione e, dopo essersi dichiarati colpevoli, vengono allontanati per 25 anni dallo stato della Virginia.

Inizia così un calvario durato quasi 10 anni, che si sblocca quando Mildred decide di scrivere a Bobby Kennedy e il loro caso viene affidato a due brillanti avvocati della Lega per i diritti civili, che dopo una serie di ricorsi e, anche grazie a un furbo utilizzo della stampa per dare clamore alla vicenda, riescono a porsi all’attenzione della Corta Suprema.

Non si pensi però al classico film dalla retorica roboante, peccato a cui il film indulge, e poco, solo nella parte strettamente processuale. Loving, tra i nominati agli Oscarè soprattutto un dramma sentimentale, che sta incollato ai suoi protagonisti, inquadrandoli continuamente con primi piani rivelatori. È anche un film che svolge le differenze d’atteggiamento tra uomo e donna, tratteggiando Mildred come una figura mite ma pronta a schierarsi in prima linea per il raggiungimento della sua meta, mentre Richard si muove a scatti, alternando slanci e retromarce, più desideroso di proteggere l’intimità famigliare – a volte con eccessi di paranoia – che di dare in pasto all’opinione pubblica la propria privacy per vincere una battaglia civile. Ed è interessante anche come viene rivelata la sua prospettiva ribaltata di bianco che si sente nero.

Jeff Nichols si riconferma, come già nei precedenti Take Shelter e Mud, regista dal tratto delicato, di cui qui si fanno complici i paesaggi agresti fotografati, più interessato a svolgere le dinamiche interne di una coppia e il loro reciproco tollerarsi-proteggersi-plasmarsi che a realizzare un manifesto socio-politico di grande enfasi, sebbene metta in evidenza la violenza con cui le istituzioni cercano di schiacciarli. Bravissimi, Ruth Negga e Joel Edgerton hanno aderito perfettamente alla poetica del loro autore, offrendo un’intepretazione tenue, misurata e naturalistica per raccontare la storia di un amore che ha cambiato la Storia.

Mi piace: il racconto di un film di impegno sociale ma concentrato soprattutto sul dramma sentimentale. L’interpretazione naturalistica di Ruth Negga e Joel Edgerton

Non mi piace: un leggero inciampo nella trappola della retorica facile nella parte più processuale del film.

Consigliato a chi: ama le storie che mescolano la dimensione macro e micro delle battaglie civili.

VOTO: 3/5

 

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