Piccoli crimini coniugali

Piccoli crimini coniugali

di Marita Toniolo 06/04/2017
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Elia, scrittore di romanzi gialli di successo, torna a casa con un cerotto sulla nuca dopo un incidente in casa di cui non ricorda nulla. Il colpo alla testa gli ha procurato un’amnesia generale, tanto che l’abitazione e la moglie gli sembrano estranei, né riesce a ricordare nulla del proprio lavoro. È la moglie a cercare di aiutarlo a recuperare la memoria, rievocando i passaggi fondamentali della loro vita insieme. Un andirivieni tra passato e presente, ricco di sorprese e capovolgimenti di fronte che non vogliamo rovinarvi, che porterà i due ad analizzare il loro rapporto a fondo, a esaminarlo e vivisezionarlo al microscopio spesso con toni cinici e violenti.

Il film è teatro allo stato puro. Ambientato in un ricco appartamento romano dal gusto un po’ kitsch (che fu di proprietà di Silvana Mangano, poi totalmente ristrutturato), vede i due (unici) interpreti, Sergio Castellitto e Margherita Buy, parlare e parlare senza sosta. E infatti si tratta dell’omonima trasposizione del romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt che ha fatto il giro dei teatri di tutto il mondo. Un apparato che rievoca dichiaratamente il cinema borghese francese girato tra un salotto e una camera da letto. E che non può non rievocare tutti i kammerspiel che lo hanno preceduto, da Bergman compreso il recente Carnage di Polanski, specie per l’aggressività verbale di certi momenti di confronto tra i due coniugi.

È soprattutto nelle atmosfere thriller, di dichiarata ispirazione hitchcockiana, che il film si fa più interessante e dove riconosciamo il talento dell’autore di Almost Blue, Alex Infascelli, inattivo da quasi 10 anni e tornato alla ribalta due anni fa col documentario S is for Stanley. È in quella sensazione di pericolosità sempre sottotraccia, specie nei tentativi di ricostruzione della dinamica dell’incidente occorso a Elia, che ritroviamo la qualità migliore del film. Peccato che poi l’opera prenda tutt’altra direzione, riducendo il film a un gioco metateatrale e intellettuale che rende meno viscerale la carneficina a cui i due si sottopongono reciprocamente.

E tuttavia non è da disprezzare la direzione imboccata da Infascelli che trasforma quello che poteva sfociare in un confronto fisico a tinte horror in un sottile gioco psicologico. Qua infatti a scarnificarsi, pezzo dopo pezzo, ricordo dopo ricordo, risentimento dopo risentimento, è il matrimonio dei due che, al termine di questo durissimo e spietato confronto, porterà a galla le ragioni più profonde e reali dello stare insieme.

Bravissimi la Buy e Castellitto a sostenere per due ore filate un testo così impegnativo, sia a livello di memoria che emotivo. Due tra i pochi attori del nostro panorama a poter sostenere una prova del genere col self control e le sfumature interpretative richieste. Insieme, senza mai prevalere l’uno sull’altra, sono le colonne portanti di un divertissement meno sterile e bourgeoise di quanto si sia portati a pensare, in cui le coppie che hanno maturato un rapporto duraturo potranno rispecchiarsi facilmente.

Mi piace: l’ambientazione claustrofobica e la guerra tra i sessi a tratti caustica a tratti fragile che viene messa in scena.

Non mi piace: i dialoghi a volte troppo letterari che raffreddano l’emotività di certe scene.

Consigliato a chi: a chi ama la commedia borghese dai dialoghi serrati tra quattro mura.

VOTO: 3/5

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