The Amazing Spider-Man

la recensione di Joan Holden

Scritta dai Lettori il 28/07/2012

Terminato il fortunato ciclo di Sam Raimi, Spider-Man torna alle origini. Il nuovo film sull’Uomo Ragno diretto da Marc Webb è infatti un reboot (un “riavvolgimento di nastro”): una scelta della produzione che, visti gli ottimi risultati di critica e pubblico conquistati dalla saga di Raimi, francamente lascia perplessi.
La sceneggiatura di James Vanderbilt affronta una tematica tralasciata nei film precedenti: il tormento di Peter per la perdita dei genitori e il coinvolgimento del padre con la Oscorp. Ma, ripercorrendo le origini, i punti di contatto sono inevitabili: la fatidica puntura del ragno, la scoperta dei nuovi poteri, la morte dello zio Ben, la nascita del mito di Spider-Man…Insomma, a meno che vi siate persi la trilogia di Raimi (ma chi non l’ha vista?!), l’effetto déjà-vu è garantito.
Allo stesso tempo il film non potrebbe essere più differente dai precedenti per scelta degli interpreti, regia, toni e atmosfere.
Il sospetto è che i produttori abbiano voluto virare verso una versione più “dark” delle avventure del supereroe, ispirati forse dal grande successo della trilogia del collega Batman.
Peccato che Spider-Man sia assai diverso dal Cavaliere Oscuro e un’eccessiva dose di toni cupi appesantisce un personaggio che, proprio per la sua aria scanzonata e giovanile, è il supereroe preferito dai ragazzini.
La cupezza, dicevamo, pervade l’intero film: le scene in notturna o in luoghi chiusi superano di gran lunga quelle alla luce del sole. Gli scontri tra Spider-man e Lizard sono tutti in notturna e l’unico che avviene di giorno si svolge al chiuso di un edificio scolastico.
Ad appesantire il tutto, gli episodi e le battute che strappano una risata si contano sulle punta delle dita, quando i film di Raimi erano attraversati da una vena comica che spezzava alla perfezione la tensione delle scene d’azione e quelle drammatiche.
La mancanza del mitico J.J.J., direttore del Daily Bugle, si sente (e, a proposito, che senso ha insistere sulla passione di Peter per la fotografia se questa non si concretizza nell’occupazione da “fotografo ufficiale” di Spider-Man?).
Buona la scelta degli interpreti: Andrew Garfiled è uno Spider-Man dal fisico più asciutto e dinoccolato, più efficace quando deve interpretare il lato scanzonato dell’eroe che quello travagliato. Con il suo sorrisetto da piacione e l’abbigliamento steet-style il suo Peter Parker risulta meno sfigato di quello di Tobey Maguire che, con la sua faccia da eterno imbambolato e l’aria da perdente, riusciva meglio ad accattivarsi la simpatia degli spettatori.
Mary Jane, oggetto del desiderio sempiterno di Peter nella trilogia, è stata qui rimpiazzata da Gwen Stacy, personaggio che era stato ignobilmente stravolto nel precedente film sull’eroe.
Interpretata da Emma Stone, Gwen è ben lungi dal coltivare le velleità artistiche della rossa rivale: al contrario, è una ragazza con la testa ben piantata sulle spalle, brillante studentessa di biologia e pupilla del dottor Connors.
Al contrario di Mary Jane, che ci metteva un pò a comprendere i suoi forti sentimenti nei confronti di Peter (e nel frattempo si distraeva con James Franco, mica scema la ragazza), Gwen non ha occhi che per il suo eroe. Nel complesso ne risulta un personaggio monocorde, quasi passivo, eccessivamente serioso per una diciasettenne. Così noiosa cha anche Lizard, quando se la ritrova in trappola nelle torre, non ci pensa proprio a rapirla o usarla come esca contro il suo antagonista, ma la molla nello sgabuzziono lasciandola spiazzata come lo spettatore.
Volete mettere con la povera Mary Jane, immancabilmente fatta ostaggio dal mostro di turno, sempre presa a venir strattonata per i grattacilei di Manhattan? I suoi strilli erano parte integrante della colonna sonora.
Kirsten Dunst spezzava il cuore di Peter e al contempo dava del lavoro da sbrigare a Spider-Man: la ragazza sapeva decisamente come si tiene in piedi un film!
Chiudendo la parentesi personaggi, arriviamo alla nota dolente: il contraltare dell’eroe Lizard/Connors, interpretato dal pur bravo Rhys Ifans. Si tratta del classico scienziato che prova sulla propria pelle l’esperimento a cui lavora da una vita e, guarda un pò, l’esperimento va storto (ma quando impareranno?!). Purtroppo è un villain totalmente privo di carisma e le sue vicende ricordano troppo quelle di Octopus.
La regia di Webb è apprezzabile, ma manca la maestria di Raimi, abile nel realizzare uno stile “fumettistico” ed epico. Anche Webb riesce però in alcuni momenti a creare pathos, come nella scena in cui Spider-Man fa indossare la sua maschera a un bambino per dargli coraggio o quella in cui il notro eroe, ferito a una gamba, deve correre una grande distanza per raggiungere la Oscorp Tower.
Interessante è infine la scelta di riprendere alcuni elementi presenti in “Ultimate Spider-Man”, la versione moderna del fumetto uscita negli anni 2000: ne sono un esempio la più giovane età degli zii e la scena sul campo di basket. Come nella versione cartacea, inoltre, le ragnatele non sono incorporate, ma fuoriescono da dei polsini (anche se Dio solo sa cone il ragazzo abbia potuto procurarsele…).
Segnalo infine un divertente cameo di Stan Lee, il creatore di Spider-Man, e una scena nascosta nei titoli di coda che getta ulteriori ombre sul passato del padre di Peter.
Insomma, in generale “The Amazing Spider-Man” è un buon prodotto, godibile, ma uscendo dalla sala un interrogativo non potrà non aleggiare su tutti noi: “Ma era proprio necessario?”

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Joan Holden scrive:

Come si sarà intuito dalla recensione, la sottoscritta è una aficionada della saga di Raimi. Tuttavia, anche il più acerrimo sostenitore di questa saga non può non ammettere che il terzo film non fosse affatto all’altezza dei primi due. Vuoi per la sceneggiatura un pò confusa, vuoi per l’eccessivo numero di nemici che Spider-Man doveva affrontare, vuoi per certe scene che, se miravano a suscitare ironia,generavano invece il ridicolo (La passeggiata di Peter per le strade di Manhattan con tanto di movimento di bacino ce la ricordiamo tutti , purtroppo!).
Non credo che il ciclo di Raimi fosse arrivato al capolinea, anzi, aspettavo il quarto con la fiducia che si sarebbe riscattato dall’ultimo episodio (che rimane comunque un buon film, Spidy ballerino a parte).
I produttori hanno però deciso di rincominciare daccapo. E ci può anche stare, ma il punto è COME riprendi dall’inizio una saga.
Mi spiego meglio: da appassionata di cinema, prediligo quei registi che possiedono un proprio stile, e che sanno fare proprio un progetto senza al contempo tradirne lo spirito oiginale. Sam Raimi è uno di quei registi, così come lo è Christopher Nolan, che ha apportato la sua idea di cinema nella saga di Batman (ma non scordiamo anche quelli di Tim Burton, a proposito di registi con un proprio stile).
Il problema di “The Amazing Spider-Man” è che non ci sono nuove idee, nuovi spunti e i pochi che ci sono lasciano perplessi.
Lasciamo da parte la sceneggiatura: è chiaro che se devi parlare delle origini dell’eroe, devi includerci la puntura del ragno e la morte di zio Ben.
Parliamo invece della caratterizzazione dei personaggi, argomento che ti starà a cuore, visto che sei un appassionato del fumetto.
Affermare che i film di Raimi erano solo “un’accozzaglia di combattimenti con nemici fini a se stessi” mi pare a dir poco azzardato. Raimi ha dato uno spessore e una complessità ai personaggi che Webb si sogna. A partire dal primo film.
Doamnda banale: qual’è il bello di molti supereroi? Che hanno una doppia identità. Perchè Spider-Man è universalmente il supereroe con cui ci immedesimiamo di più? Perchè in lui il gap tra “vita normale” e “vita da supereroe” è più profondo che negli altri.
Perchè Peter è uno sfigato, ed è più facile immedesimarsi con uno sfigato che coll’affascinante miliardario Bruce Wayne.
Quando indossa i panni di Spider-Man si trasforma invece in un supereroe straordinario. Come Peter non se lo fila nessuno, come Spider-Man è l’idolo di Manhattan.
I film di Raimi rappresentavano alla perfezione le due sfacettature del parsonaggio, gravissima lacuna del film di Webb. Garfield non è affatto sfigatello, ottiene subito l’amore della sua bella e come Spider-Man non è altrettanto potente (un supereroe non può farsi mettere in difficoltà da una ferita di pistola alla gamba, dai!): è sempre e solo Andrew Garfield.
Anche per quanto riguarda i villain: vuoi mettere Goblin, con la sua doppia personalità, contro Lizard? Sono i nemici che fanno grande un supereroe e Lizard non ha appeal nè carisma.
Infine, quando dici che è giusto non abbiano inserito tutti gli elementi nel primo film: ecco, allora la maschera se la poteva tenere su un pò più a lungo, invece di rivelarsi subito a Gwen.
Ricordi la frustazione di Peter quando si accorge che la ragazza che ama si è presa una cotta per il suo alter-ego e non può rivelarle la sua doppia identità? Non è una scelta di sceneggiatura migliore?
Comunque, i paragoni definitivi sono rimandati alla conclusione della trilogia, magari Webb ci stupirà. Ma ne dubito.

Brendan scrive:

Sì, credo proprio che fosse necessario ritornare al punto di partenza. La serie di film di Sam Raimi era arrivata ad un punto di non ritorno… Sfiorando il ridicolo. Ringrazio il cielo che non abbia anche creato uno Spider-Man 4, le sue idee sui villain erano scabrose.(parla un fan sfegatato del fumetto eh!) Onestamente ho trovato questo reboot non proprio perfetto, ma un’ottima idea da cui ricominciare a narrare le avventure del supereroe con superproblemi, con un ottimo cast e con le giuste trame lasciate in sospeso. Hey, insomma, vogliono creare una trilogia! Se avessero inserito subito tutti gli elementi che costituiscono la storia di Spidey, cosa avrebbero dovuto fare nei prossimi film? Un’accozzaglia di combattimenti con nemici fini a se stessi come la vecchia trilogia di Raimi?

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