The Circle

The Circle

di Valentina Torlaschi 24/04/2017
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Totale trasparenza”. Si chiama così il progetto sperimentale a cui decide di sottoporsi la giovane Mae Holland (Emma Watson) e che consiste nel condividere sui social network ogni momento della propria vita. Una visione a 360°, 24 ore su 24, delle sue giornate. Immagini private, catturate da minuscole telecamere disseminate ovunque, dallo specchio della camera da letto al ponte sul fiume dove la ragazza va a fare Kayak, che vengono date in pasto alla Rete. Zero privacy.
Perché farlo? Molto semplicemente “per rendere il mondo migliore” risponde Mae, così come risponde il boss della società high-tech per cui lavora (Tom Hanks). Il meccanismo è automatico: sapendo di essere osservati, tutti noi ci sentiamo obbligati a comportarci meglio (concetto, del resto, già ampiamente sviscerato – nel 1975! – dal filosofo Michel Foucault in Sorvegliare e punire. La nascita della prigione).
La condivisione online è allora un mezzo per incrementare il benessere e la sicurezza della nostra società e può perfino vestirsi di altruismo: grazie al video in diretta della nostra scalata sull’Everest condiviso su TrueYou (il Facebook immaginato nel film) anche il bambino costretto su una sedia a rotelle potrà vivere quell’esperienza. Condividere è allora cosa buona e giusta, mentre “nascondere è mentire”. Peccato che, come scoprirà la protagonista, la vita non sia scolpita su verità così manichee, opposte, definitive, e che dietro quella visione idealista della tecnologia si nasconda in realtà un viscido sistema di controllo di massa

In un’epoca, la nostra, dove le dirette su Facebook sono usate per riprendere, e condividere, omicidi e suicidi, le questioni che un film come The Circle (tratto dall’omonimo romanzo di Dave Eggers, che ha collaborato alla sceneggiatura) pone sul tavolo sono più che mai attuali. Come hanno studiato grandi autori (in primis Paul Virilio in Guerra e cinema. Logistica della percezione), c’è un inquietante parallelismo tra l’atto di filmare e quello di sparare (in inglese, tra l’latro, si usa uno stesso termine – to shoot – per indicare entrambe le azioni) e, sfruttando questa metafora, con la miriade di smartphone e di videocamere in circolazione, il tutto amplificato all’ennesima potenza dall’immediata condivisione online, tutti noi – pare suggerire The Circle – siamo potenzialmente sotto il fuoco non di una pistola, non di una mitragliatrice, ma di un arsenale di guerra.

Se The Circle ha il grande merito di dialogare con il presente descrivendo un futuro distopico, questo futuro, però, sa già di passato. C’è un persistente effetto di déjà vu nel film, nel mostrare un’azienda innovativa che è un incrocio di società già nate (un mix tra Facebook e Google) con i suoi guru in jeans e scarpe da tennis e i suoi uffici friendly e pieni di gadget, ma soprattutto nel suo immaginare l’idillio tecnologico che si trasforma in incubo. Ed è proprio qui, sulla messa in scena della distopia high-tech, che un confronto tra The Circle e Black Mirror è inevitabile. Nelle sue tre stagioni (la prima datata 2011), la serie britannica è riuscita a costruire mondi a venire assurdi, inquietanti, eppure credibili; The Circle s’inserisce in quel tracciato ma mantiene lo sguardo sempre rivolto indietro, tanto che il film potrebbe sembrare una vecchia puntata dello show, senza però la stessa disturbante ambiguità.

Detto questo, The Circle è nel complesso un’opera coinvolgente, e questo grazie anche alla solida regia di James Ponsoldt (già dietro la macchina da presa del bellissimo End of the Tour) che, oltre a essere al servizio della narrazione, riesce a regalare anche qualche bella trovata visiva, come la scena della grande sala colta dal blackout che viene costellata dalle luci dei cellulari come fossero lucciole nel buio della notte.
E poi, come sempre, Tom Hanks è perfetto; molto meno Emma Watson

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