To the Wonder è un dramma sentimentale. Racconta la relazione tra la francese Marina (Olga Kurylenko), giovane madre abbandonata dal marito, e Neil (Ben Affleck), un ingegnere chimico americano. Neil chiede a Marina di seguirlo in America insieme alla figlia, ma non è convinto di sposarsi. Passano i mesi, il visto scade, e la donna è costretta a tornare in Europa. Nel frattempo nella vita di Neil ricompare una vecchia fiamma (Rachel McAdams), con la quale l’uomo allaccia una nuova relazione. Dura poco: Marina torna in America e Neil la sposa per farle avere la green card. Ma anche questa volta la crisi e il tradimento sono in agguato. Nel frattempo un prete (Javier Bardem), lotta per superare una crisi di vocazione.

La storia, come d’abitudine per il regista de La sottile linea rossa, non è però il “testo” del film, ma l’impressione che se ne ricava. È un suggerimento. La grammatica di Malick non cambia di una virgola rispetto a The Tree of Life: i personaggi sono ripresi dal basso verso l’alto, incoronati dal cielo; lo sguardo della macchina da presa si muove in orizzontale, o verso l’alto, o circolarmente, ma sempre tracciando geometrie elementari: è come un dito che indica. Tutto passa per l’ambiente, secondo repertorio romantico: tramonti, scogliere, spiagge, fronde d’alberi, campi di grano. E poi sedie vuote, tende agitate dal vento, biciclette abbandonate. Ma Malick trasfigura perfino i cantieri industriali, le montagne di ghiaia o le colate di cemento. E c’è una scena in un allevamento di bufali (con una Rachel McAdams visibilmente tesa) che farà sorridere molti.

La voce fuori campo ripete liriche naive (“Da dove viene l’amore, dove va?”), preghiere spogliate di qualsiasi intellettualismo (“Dio è alla mia destra, Dio è alla mia sinistra, Dio è sopra di me, Dio è sotto di me”), si sostituisce ai dialoghi, in termini pratici (altera la struttura del racconto) e concettuali (indica l’approccio all’arte dell’autore). È cinema senza pelle, esposto, coraggioso e un po’ ridicolo. Il problema – che c’è – è nella sua costante ambizione (ancora una volta sia filosofica che formale), che non lascia respiro. Malick predica la fragilità della fede e dell’amore, nel momento stesso in cui ne canta la bellezza. Esalta il valore della solidarietà. Mostra la caducità dei corpi. Si arrischia perfino in una mezza-tirata contro i metodi anticoncezionali (Marina rischia una isterectomia a causa dell’uso della spirale). Vedere To the Wonder a pochi mesi di distanza da The Tree of Life, opera-mondo per eccellenza, non gli giova affatto. È come se ne fosse una costola, un frammento di poca utilità.

Ad un autore poco prolifico come Malick, mai come ora sarebbe convenuto un periodo di sospensione. E invece pare sia diventato iperattivo, ha altri tre film quasi pronti. Ma troppe preghiere tutte assieme danno in fretta il senso di un’ossessività anti-moderna.

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Mi piace
Malick, quello che fa, lo fa benissimo

Non mi piace
Ma di quello che fa potrebbe legittimamente non fregarvi nulla

Consigliato a chi
Ha molto amato The Tree of Life e vuole ulteriormente approfondire quella poetica

Voto: 2/5

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