Una doppia verità

Una doppia verità

di Davide Stanzione 15/06/2017
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Il diciassettenne Mike Lassiter (Gabriel Basso) è accusato di aver ucciso il padre, avvocato di spicco a New Orleans (Jim Belushi); il giovane è convinto che tale tragico gesto andasse compiuto da molto tempo ma è trincerato dietro un silenzio in apparenza inamovibile, che egli non vuole in alcun modo far crollare. Un avvocato esperto nonché amico della famiglia di Mike, Richard Ramsey (Keanu Reeves), promette alla vedova Loretta (Renée Zellweger) che provvederà alla piena assoluzione del figlio. Ma la situazione si dimostrerà, testimonianza dopo testimonianza, più mendace e ingarbugliata di quel che sembra.

Courtney Hunt non dirigeva un film per il cinema da otto anni, per l’esattezza da quel Frozen River che nel 2008 aveva raccolto un buon successo di critica e aveva fatto molto parlare di sé nel circuito dei festival indipendenti americani, ritagliandosi un paio di nomination agli Oscar e le lodi di Quentin Tarantino. Si trattava di un piccolo e intenso film su due donne che cercano di aiutare degli immigrati che vogliono entrare illegalmente negli Stati Uniti nella speranza di far soldi: un soggetto piuttosto insolito e alquanto denso di elementi problematici e significativi, sotto il profilo etico, morale e non solo.

Il ritorno della regista e sceneggiatrice americana segue invece un tracciato ben più convenzionale e prevedibile, ovvero quello di un legal thriller su un ragazzino accusato di parricidio e su un avvocato incaricato di scagionarlo con formula piena, nonostante l’evidenza di un delitto feroce (il genitore è stato brutalmente pugnalato al cuore) e la glaciale impassibilità del giovane Mike, che unita a un odio accertato verso suo padre non sembrerebbe lasciare adito ad alcuno spiraglio di innocenza in merito al gesto del minorenne.

La Louisiana e la New Orleans nelle quali Una doppia verità è ambientato sono scenari abbastanza ininfluenti ai fini della narrazione, perché il film con protagonista Keanu Reeves è costruito tutto sulla claustrofobia dell’aula di tribunale in cui le prospettive si moltiplicano a tal punto da diversificarsi senza soluzione di continuità, producendo un vero e proprio puzzle di indizi e retroscena, di dinamiche nascoste e colpi di scena pronti a far saltare il banco (non solo quello dell’imputato, della difesa, dell’accusa e delle singole parti in causa).

Il thriller della Hunt poggia su una struttura processuale classica e consolidata e prova a donare ad essa vigore e consistenza attraverso la formula dello spiazzamento al servizio del gelo e della tensione psicologica da instillare nello spettatore. Gli interrogatori (e gli interrogativi) seguono anch’essi un andamento canonico e schematico e le traiettorie del racconto sono scandite con puntualità, anche laddove l’accumulo di menzogne porta il raggiungimento della verità a cercare nuovi e meno battuti binari.

La voice over del protagonista, narratore inaffidabile lui per primo, asseconda l’ambiguità insistita e calcata di un film che oscilla pericolosamente sul baratro della giustizia e dell’ingiustizia non prendendosi mai realmente il rischio e il conseguente brivido di guardare di sotto, anche se è apprezzabile la cura con cui il serissimo gioco del “tutti mentono” viene assecondato. In fondo è un film attendista, quello della Hunt, e non è un caso che l’avvocato protagonista si ispiri proprio alla strategia adottata da Mohammed Ali nel leggendario incontro di boxe contro George Foreman per tentare di risolvere il suo caso.

Con un Keanu Reeves algido ed empatico solo a piccole dosi, una Renée Zellweger che tenta di riaffacciarsi con ruoli più intensi e un Jim Belushi inedito, famelico e respingente casualmente proprio come nella terza stagione di Twin Peaks, Una doppia verità (The Whole Truth è il titolo originale) è volenteroso, misurato e non prolisso nello squadernare i propri assi nella manica, con molti flashback che portano continuamente indietro le lancette del mistero. Tuttavia, soprattutto per chi ha ancora negli occhi una serie di magnificenza impressionante come The Night Of, magistrale nel dosare falsi indizi e svolte impreviste (qui l’analisi di Roberto Recchioni di una scena emblematica della geniale serie HBO), sarà difficile non notare come prodotti analoghi abbiano ormai il fiato sempre più corto rispetto alla sfrontata avanguardia di tanta imprescindibile serialità contemporanea.

Mi piace: il lavoro sulla doppiezza e la menzogna

Non mi piace: la schematicità generale dei colpi di scena

Consigliato a: i fan di tanti onesti legal thriller televisivi, ma non certo a spettatori più esigenti

Voto: 2/5

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