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Di anno in anno mi rendo conto che dentro la classifica di fine dicembre con le serie e miniserie migliori degli ultimi dodici mesi comprende un numero sempre maggiore di autori che provengono dal grande schermo.

Quest’anno ho inserito, quasi sempre molto in alto, lavori che a diverso titolo portano in calce la firma di Ridley Scott, M. Night Shyamalan, Luca Guadagnino, Steve McQueen, Lenny Abrahamson, Susanne Bier, Alex Garland e Derek Cianfrance, solo per citare i nomi più celebri. Mentre sono rimasti fuori Damien Chazelle e Sam Raimi (The Eddy e 50 States of Fright).

È evidente cioè che la prestige TV, quasi sempre firmata HBO oppure HULU, è in questo momento l’opportunità migliore per gli autori di serie A che vogliono esercitare il loro potere di raccontare storie (al pubblico, per il pubblico) con una certa libertà creativa, quella che solo i player che campano di abbonamenti possono concedere. Non una vera avanguardia – tra i pochi che l’hanno realmente inseguita sul piccolo schermo citerei Lynch, Refn e Guadagnino -, né un universo di segni e narrazioni definibile “d’essai”, ma un contesto in cui le esigenze di mercato non sono invadenti come nel caso delle sale, dove un numero sempre più piccolo di produzioni colossali si contende i novantanove centesimi della torta.

Questo non significa che la buona serialità tradizionale, quella degli showrunner “di prima generazione” e delle lunghe narrazioni orizzontali, sia scomparsa, tutt’altro: come vedrete l’ho messa ancora al primo posto. Né significa che la serialità contemporanea abbia deciso di abdicare alla sua dimensione di romanzo popolare (La regina degli scacchi è stata probabilmente la serie più vista e “condivisa” dell’anno, ma anche The English Game se l’è cavata bene) e argomento da salotto (l’ottima quarta stagione di The Crown).

Non va dimenticato infine che l’ottica è pur sempre quella di un critico cinematografico: ho visto nell’ultimo anno 101 serie, ma ne ho terminate più o meno la metà, abbandonandole ogniqualvolta ho avuto la sensazione che il discorso teorico sull’immagine – programmatico o meno -, le idee di messa in scena e la qualità della scrittura si azzerassero o doppiassero stancamente il già fatto.

In sostanza: di ricalchi dozzinali come Little Fires Everywhere posso fare serenamente a meno, ritengo Lovecraft Country un tentativo ammirevole ma disastroso, e preferisco di gran lunga il Ryan Murphy cinefilo di Ratched a quello prolisso e ripetitivo di The Politician. A tal proposito, c’è solo una cosa che sopporto meno della serialità che ripete se stessa: quella che ripete se stessa blandendo spettatori e giornalisti con una traccia politica progressista. Se si dicono sempre le stesse cose bisogna essere bravi il doppio per farsi ascoltare, bravi almeno come la Michaela Coel di I May Destroy You, grande sorpresa del 2020.

Nella gallery qui sotto trovate le venti migliori serie del 2020, ordinate dall’ultima alla prima posizione.
Qui trovate invece la playlist del 2019

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