Rinnovare una saga cinematografica di lunga durata non è mai semplice. Riproporre sempre la stessa formula rischia di stancare il pubblico, ma cambiare troppo può allontanare i fan più affezionati. Quarant’anni fa, però, un celebre franchise horror riuscì a trovare un equilibrio quasi perfetto con Venerdì 13 parte VI – Jason vive, uno dei capitoli più apprezzati dell’intera serie.
Uscito nel 1986, il film riportò in scena Jason Voorhees adottando un tono più ironico, consapevole e spettacolare. Una reinvenzione che sembrava aver indicato alla saga la strada giusta da seguire. Il capitolo successivo, tuttavia, abbandonò gran parte delle intuizioni del predecessore, disperdendo rapidamente lo slancio conquistato.
Prima dell’arrivo del sesto film, la saga attraversava una fase particolarmente delicata. Jason Voorhees era stato apparentemente eliminato in Venerdì 13 – Capitolo finale, mentre il quinto episodio, Venerdì 13 – Il terrore continua, aveva lasciato intendere che Tommy Jarvis potesse diventare il nuovo assassino della serie.
Jason vive decise però di ignorare questa possibilità e riportò direttamente in scena il killer mascherato. All’inizio del film, Tommy raggiunge il cimitero con l’intenzione di distruggere definitivamente il corpo di Jason, ma finisce accidentalmente per resuscitarlo durante un temporale.
La sequenza iniziale chiarisce subito il nuovo tono scelto dal regista Tom McLoughlin. Dopo essere tornato in vita, Jason viene infatti presentato attraverso un’inquadratura che richiama apertamente le celebri introduzioni dei film di James Bond. Una scelta sorprendente per la saga, che fino a quel momento aveva utilizzato l’umorismo soprattutto in modo involontario o marginale.
Il resto del film prosegue sulla stessa strada, alternando omicidi cruenti, situazioni assurde e battute capaci di riconoscere apertamente i cliché del genere. In una delle sequenze più ricordate, Jason si imbatte in un gruppo di persone impegnate in una partita di paintball nel bosco. Poco dopo, un personaggio osserva di aver visto abbastanza film horror da sapere che un individuo con una maschera non può avere buone intenzioni.
Questa ironia metacinematografica permise al film di prendere in giro la propria formula senza rinnegarla. Jason vive rimane infatti uno slasher a tutti gli effetti, ricco di tensione e uccisioni spettacolari, ma dimostra anche di conoscere perfettamente le regole del genere e le aspettative degli spettatori.
Il capitolo sfrutta inoltre Crystal Lake come un autentico campo estivo, introducendo finalmente dei bambini affidati ai giovani animatori. Jason non li attacca direttamente, ma la loro presenza aumenta la posta in gioco e rende il pericolo ancora più concreto.
A distinguere il film contribuisce anche uno stile visivo più curato, caratterizzato da atmosfere gotiche e richiami ai classici mostri della Universal. La resurrezione di Jason trasforma definitivamente il personaggio in una creatura sovrannaturale, quasi una moderna versione del mostro di Frankenstein.
Grazie alla combinazione tra umorismo, violenza e rispetto per l’identità del franchise, Jason vive riuscì dove molti altri capitoli avevano fallito. Il film ottenne recensioni più favorevoli rispetto alla maggior parte dei suoi predecessori e incassò quasi 20 milioni di dollari al botteghino.
Nel corso degli anni è diventato uno dei titoli più amati dai fan di Venerdì 13. Ancora oggi viene ricordato come uno degli episodi più divertenti e riusciti della serie, capace di rinnovare la formula senza trasformarla in qualcosa di completamente diverso.
Il futuro del franchise sembrava quindi promettente. Il capitolo successivo avrebbe potuto approfondire questa nuova direzione, continuando a giocare con le convenzioni dello slasher. La saga, invece, scelse ancora una volta di cambiare strada.
Venerdì 13 parte VII – Il sangue scorre di nuovo introdusse Tina Shepard, una ragazza dotata di poteri telecinetici e chiaramente ispirata alla protagonista di Carrie. L’idea di contrapporre Jason a una final girl con capacità sovrannaturali sembrava offrire numerose possibilità, ma il film non riuscì a sfruttarle pienamente.
Il settimo capitolo rinunciò quasi completamente all’ironia di Jason vive, tornando a un tono più cupo e melodrammatico. Nonostante la presenza di una protagonista fuori dagli schemi, la storia finì così per riproporre molte delle situazioni già viste negli episodi precedenti.
Il risultato fu accolto con freddezza dalla critica e da una parte degli appassionati, facendo perdere alla saga gran parte della fiducia conquistata con il sesto film. La nuova direzione creativa non riuscì quindi a trasformarsi in una vera evoluzione del franchise.
Anche i capitoli seguenti tentarono di allontanarsi dalla formula tradizionale, ma con risultati contrastanti. Venerdì 13 parte VIII – Incubo a Manhattan portò Jason fuori da Crystal Lake, mentre Jason va all’inferno trasformò il killer in una sorta di entità demoniaca capace di impossessarsi dei corpi delle sue vittime.
Questi esperimenti dimostrarono quanto sia difficile modificare una saga senza privarla degli elementi che l’hanno resa riconoscibile. Le idee più audaci non sono sufficienti quando manca un equilibrio tra innovazione e rispetto per il materiale originale.
Jason vive funzionò proprio perché seppe modernizzare Venerdì 13 mantenendone intatto lo spirito. Il film scherzava con i cliché, ma continuava a offrire tutto ciò che gli spettatori desideravano da un’avventura di Jason Voorhees. Il sequel, invece, cambiò nuovamente direzione e finì per cancellare gran parte dei progressi compiuti.
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