i The JackaL

I primi in Italia. I più famosi. I migliori. Scegliete voi quale definizione applicare ai The Jackal, il… come definirli? Collettivo di videomaker e creativi? Gruppo di YouTuber? Branco di pazzi? Loro stessi rifuggono le etichette («Non chiamateci YouTuber» è una delle frasi che pronunciano più spesso durante le interviste), e non hanno ancora imparato a prendersi abbastanza sul serio da interessarsi a improbabili paternità o primati. E il loro nome significa sciacallo, «perché dello sciacallaggio di generi cinematografici abbiamo fatto la nostra cifra distintiva» spiegano. (Anche) per questo è impossibile inquadrarli: hanno un canale YouTube da mezzo milione di iscritti e decine di milioni di visualizzazioni delle loro parodie e follie assortite, ma sono anche una società di videoproduzione che si è prestata alla pubblicità, ai crossover creativi, alla televisione…

Hanno fatto di tutto, insomma, e continuano a farlo. Niente male per un gruppo la cui favola, di quelle rarissime in Italia, è iniziata addirittura sui banchi di scuola: il regista Francesco Ebbasta e l’attore Ciro Priello si conoscono all’asilo, e alle elementari il gruppo guadagna un terzo elemento, l’attore Simone Ruzzo. «Fin da ragazzini abbiamo preferito girare corti amatoriali che giocare a calcio, finendo per essere etichettati come i classici sfigati». Ai tre soci fondatori si sono associati nel tempo altri scatenati interpreti come gli immancabili Fabio Balsamo, (Gianluca) Fru e Alfredo Felco, tanto che oggi nella loro S.r.l. lavorano stabilmente 12 persone, a cui si aggregano altri elementi a seconda del progetto.

E non smettono di piacere, nonostante siano sulla cresta dell’onda da tempo; anzi, incamerano sempre nuovi successi. Il video del Dottor Fabio che fa la diagnosi a uno spoileratore compulsivo è stato ripreso dai principali quotidiani il giorno dopo l’approdo in Rete. La parodia Despacito: gli effetti sulla gente, in cui si mostra l’irrefrenabile bisogno di cantare e dimenarsi sulle note del tormentone estivo di Luis Fonsi, dopo essere stata condivisa da Laura Pausini e dallo stesso cantante ha fatto impazzire l’America Latina. Senza tralasciare il video d’apertura dei David di Donatello in compagnia di Paolo Sorrentino e molto prima ancora il successo della webserie Lost in Google da cui tutto è partito.

Li ha aiutati in questo la loro straordinaria capacità di intercettare gli umori del pubblico, social e non solo, e di capitalizzare sui tormentoni: Gli effetti di Gomorra sulla gente, forse la loro “serie” più nota, è uscita subito dopo l’esplosione dello show basato sul bestseller di Saviano, e ha totalizzato un milione di visualizzazioni anche complice la partecipazione straordinaria di Fortunato Cerlino e Salvatore Esposito, i Savastano della celebre serie sulla camorra, presenti anche in AFMV.

Sulla scena dal 2011, da sempre a contatto strettissimo con il mondo del cinema italiano, i The Jackal sbarcano finalmente in sala con un film, da loro prodotto insieme a Cattleya e Rai Cinema. Addio Fottuti Musi Verdi (che esce al cinema oggi) è un esordio a metà tra fantascienza e denuncia sociale, nel quale Ciro, grafico iper-qualificato in dubbio se lavorare per dei ricchi produttori di fave e piselli e dopo numerose porte chiuse in faccia, manda il proprio curriculum agli alieni, i quali gli offrono il primo contratto a tempo indeterminato della sua vita. Un’odissea sulla Terra e nello spazio – con tanto di astronavi, alieni, robot e dimensione X – per raccontare l’amore e l’amicizia, ma soprattutto la voglia di esprimere il proprio talento e la propria creatività.

Di persona (oltre ai tre elementi storici c’è Alfredo, che recita anche nel film), a registratore spento, i The Jackal sono esattamente come appaiono in video. Se possibile, ancora più veraci, alla mano, con la battuta sempre pronta, tanto da parlare spesso uno sopra l’altro e da assalirci di domande per tutta la prima parte dell’incontro, invertendo i ruoli, curiosi di conoscere il nostro parere sul film. Poi, finalmente, è il nostro turno…

Come mai avete scelto di debuttare con un film di fantascienza?

Francesco: «È un genere che ci ha appassionati sin da piccoli, da quando abbiamo mosso i primi passi con lo storytelling video. Gli altri facevano sport, mente noi giravamo questi video cancellando dalle VHS i filmini dei compleanni e delle comunioni registrati dal papà di Ciro. E i blockbuster che abbiamo visto da ragazzini e che ci hanno ispirati erano proprio film di fantascienza. La prima volta che siamo andati al cinema tutti insieme abbiamo visto Independence Day. Romanticamente sapere che vent’anni dopo debuttiamo al cinema con un film sci-fi ci rende entusiasti».

Cosa si prova a essere delle mosche bianche, visto che in Italia lo sci-fi è un genere quasi inesistente?

Francesco: «Non ci siamo mai posti limiti. Se un genere ci piace o una storia ci diverte, che sia western o gangster movie noi andiamo a ruota libera. E spero che questo film riesca ad aprire una breccia e che possa ispirare anche altri a raccontare questo tipo di storie».

Si respirano tante influenze diverse nel vostro film, a partire da Star Wars. Quali sono state le vostre ispirazioni?

Ciro: «Ovviamente, il nostro background è intriso di tutto l’immaginario ’80/’90 e volevamo soprattutto ricreare quella fantascienza sporca che ci ha sempre molto affascinati; nel caso del robot ad esempio c’è anche un po’ di Dredd».

Cosa vi ha spinti a raccontare il tema della fuga alla ricerca del lavoro?

Francesco: «Una nostra comune conoscenza aveva da poco affrontato questo problema. Partire o restare, quando hai trovato lavoro altrove. È una cosa molto comune, ahimé, dalle nostre parti il tema della fuga di cervelli. A un certo momento della nostra vita anche noi ci abbiamo pensato, perché qua non c’erano possibilità. Per cui l’estremizzazione dell’estero diventa lo spazio, che rappresenta un po’ il nostro Nord Europa; per questo anche gli alieni sono caratterizzati in modo da sembrare un po’ nordici. Tra l’altro, noi viviamo in un contesto molto protettivo, che è quello del Sud Italia, in cui trasferirsi viene interpretato come un tradimento, qui simboleggiato dal bivio terribile a cui si trova Ciro, che deve decidere se accettare il posto fisso o essere leale verso il pianeta da cui proviene».
Che soluzione proponete?

Ciro: «Il film vuole offrire una risposta alternativa, che poi è quella che ci appartiene. Alla fine noi siamo rimasti a Napoli e abbiamo aperto una società di produzione video, altri sono partiti ma senza molta convinzione. Partire o restare non è importante. L’importante è avere un’idea, un progetto su cui lavorare».

Vi sentite la concretizzazione dell’aforisma di Confucio che dice: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”?

Alfredo: «Questa è proprio una cavolata, la mia massima invece è “Trasforma la tua passione in lavoro e ti rovinerai”. È questa la verità, perché praticamente non smetti mai di lavorare» (ridono tutti).

Ci sono delle parti noiose anche nel vostro lavoro?

Simone: «Io, per esempio, sono il responsabile amministrativo. Ed è vero che è la parte più noiosa, ma il lato organizzativo, produttivo, mi ha sempre affascinato».

Ciro: «È sempre stato la persona più organizzata del pianeta. Anche quando facevamo le vacanze insieme, io sapevo che per qualsiasi medicinale o per i fazzoletti potevo fare affidamento su di lui. Facciamo un esperimento: “Simone, hai un fazzoletto?”

Simone: «Ce l’ho (e tira fuori immediatamente un pacchetto dalla tasca). E sulla base di questa reputazione, che ho coltivato negli anni, mi hanno affidato la produzione del film.

A fronte di questo sforzo ti hanno anche concesso la parte più action di tutto il film.

Simone: «Ho chiesto di fare personalmente degli stunt, come la scena in cui mi lancio da 12 metri nel vuoto con il fucile e il sigaro acceso. Adrenalina pura».

Ti sei sentito un po’ il Tom Cruise dei The Jackal?

Simone: «Praticamente, ho messo in piedi tutto questo progetto solo per farmi chiamare così».

Quanto vi siete divertiti a imbracciare le classiche armi da film sci-fi?

Ciro: «In generale, ci siamo divertiti come matti, ma è stato anche faticoso. Si tratta di armi scenografiche molto pesanti. Ricordo Beatrice e Fabio con queste fasce con le borse di ghiaccio sulle braccia, perché non riuscivano più a sentire i muscoli».

Avete dovuto affrontare anche una preparazione atletica, rinunciando a fritture, salsicce e friarielli, struffoli…?

Ciro: «Beh, quello si può già notare dal mio peso dopo il film…(sorride)».

Simone: «Io mi sono preparato due mesi prima. Abbiamo 6 ore di riprese per il mio lancio, perché dovevo imparare ad atterrare in piedi oppure sui materassi, da vari livelli di altezza».

Ci sono stati incidenti sul set?

Simone: «Beh, ho praticamente reso sordo Francesco. Quei fucili facevano un rumore cane e stavamo tutti sul set coi tappetti. Lui li aveva tolti un attimo per parlarmi, dicendomi: “Al 3 spara!”, ma io ho capito solo “3!” e ho sparato subito».

E dal punto di vista della recitazione?

Ciro: «C’è stata una preparazione emotiva e attoriale per quanto riguarda l’interpretazione di Ciro, Fabio e Beatrice, che nel film sono amici da sempre. Bisognava, dunque, rendere le loro dinamiche credibili. Inoltre, noi usiamo un tipo di recitazione che definirei “doppiaggese”, con quel modo di portare la voce tipica dei doppiatori, e oltre a questo dovevamo accavallarci continuamente, ed è un effetto che richiede molte prove».

Quanto vi spaventa il debutto su grande schermo?  

Simone: «Ciro sta vomitando da giorni…».

Francesco: «C’è una tensione sana. Sappiamo di esserci divertiti e di aver raccontato una storia. Siamo sicuri di andare al cinema con un film e non con uno sketch dilatato o una serie di gag. E questa cosa ci fa stare sereni».

Alfredo: «Addio Fottuti Musi Verdi è come un figlio nostro, e non vediamo l’ora di sapere cosa ne penserà il pubblico. Sono passati più di due anni da quando è iniziata la scrittura e non riusciamo più a estraniarci, per cui abbiamo proprio necessità di un feedback».

Ciro: «È un po’ il nostro primo incontro a scuola con i professori».

Siete mai stati tentati dalla possibilità di fare una cosa più semplice, magari riproponendo i vostri cavalli di battaglia sul Web?

Francesco: «Avremmo potuto decidere di fare qualcosa di molto più pop, come Gay ingenui – Il film o Gli effetti di Gomorra – Il film, e in un periodo come questo avremmo vinto facile, ma noi volevamo la fantascienza».

Come in tutte le saghe sci-fi più pop, anche nel vostro film c’è un robot con delle abilità speciali.

Simone: «Quello è stato proprio un capriccio. Una volta scelto il genere, eravamo tutti d’accordo nell’avere un robot in scena. Ma in Italia non è affatto facile. Tutte le società di SFX a cui ci siamo rivolti non si erano mai cimentate in quest’impresa, figuriamoci quando poi gli abbiamo detto che doveva fare il caffè e avere anche un braccio rotante. Ora è parcheggiato in un deposito, ma il nostro sogno è metterlo nei nostri uffici, anche perché lui il caffè lo sa fare sul serio».

Vi sembra di aver raggiunto dei risultati convincenti?

Francesco: «Non si dovrebbero giudicare i film secondo degli assunti come “Non sembra italiano” o “Ci credo”, ma il lavoro del comparto scenografico e del montaggio degli effetti visivi e sonori mi ha davvero impressionato. Hanno fatto un lavoro incredibile per un’opera prima dalle possibilità contenute, che aveva una quantità di sfide da superare non indifferenti. In tutti i reparti si sono dovuti inventare delle cose da zero, come gli effetti sonori dei passi di un robot o i rumori all’interno di una base spaziale».

Vi siete sentiti un po’ dei pionieri?

Ciro: «Questo discorso vale molto per l’accompagnamento musicale. Non siamo abituati alle colonne sonore del tutto strumentali, quei temi alla John Williams, tipo Indiana Jones e Star Wars, per capirci. Tanto che il musicista Michele Braga ci ha raccontato che quando andò all’estero con l’orchestra per registrare la colonna sonora, il direttore d’orchestra non riusciva a credere che fosse per un film italiano».

Avete paura della critica?

Ciro: «Diciamo che siamo abituati, anche in un modo molto diretto. Veniamo dal Web e non appena pubblichiamo qualcosa che non piace, ci ammazzano».

Uscite dopo Thor:Ragnarok e prima di Justice League, che hanno il vostro stesso target. Temete la concorrenza?

Alfredo: «Be’, siamo in bella compagnia, e in più usciamo lo stesso giorno della versione restaurata della Corazzata Potemkin, che direi essere un grandissimo onore».

Nell’annosa diatriba Marvel contro DC come vi collocate?

Tutti: «Marvel (quasi in coro). Tranne che per la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, che è strepitosa. A meno che la DC non voglia proporci una sceneggiatura, e allora DC tutta la vita».

Alfredo: «Se vogliamo dare un parere tecnico, non si possono mettere a paragone le due realtà, perché i film della DC sono due o tre collegati in un modo che non è molto chiaro, mentre l’Universo Marvel è stato strutturato sapientemente dalla Disney. Kevin Feige è un produttore pazzesco che ha pensato: “Io devo fare una serie televisiva ma al cinema”. Hanno cominciato nel 2008 con Iron Man, la DC non era ancora pronta e anche adesso che sta sviluppando il suo universo non è ancora pronta».

Sapete che i fanboy della DC dopo queste dichiarazioni vi odieranno?

Ciro: «Allora facciamo che a due di noi piace la DC e a due la Marvel. E comunque abbiamo detto che la trilogia di Nolan è inarrivabile».

Simone: «La bravura di Nolan è stata quella di mostrare un uomo ricchissimo con un esercito tecnologico a sua disposizione, grazie al quale capiamo perché si lancia dai palazzi e non muore, pur non avendo superpoteri. E non perché ha i capezzoli disegnati… (riferimento al Batman di Joel Schumacher, ndr)».

Qual è il vostro rapporto con gli hater?

Francesco: «Partiamo dal presupposto che più persone raggiungi e più m**da ti piove addosso, ma cerchiamo comunque di cogliere sempre la parte costruttiva. All’inizio gli abbiamo dato molto peso, tanto da averci costruito sopra una serie, Lost in Google, che era tutta basata sui commenti. Va detto, però, che Internet è diventato un brutto posto, dove ci si sente non in diritto, ma in dovere di criticare».

Alfredo: «È diventato un posto di estremizzazioni. O la cosa ti piace tantissimo o è tutto un “ti odio”, “muori”».

Ciro: «La libertà d’espressione si trasformata in un sondaggio costante. Dietro ai video più cliccati ci sono dei dibattiti assurdi di giorni, che poi diventano settimane, in cui alla fine scadono sempre nel personale e iniziano a insultarsi e addirittura a minacciarsi a vicenda».

Sul film hanno già espresso pareri preventivi?

Simone: «Quando abbiamo pubblicato il trailer, il primo commento al secondo 1 è stato “Na’ merda” e poi più sotto “La solita mer*ata italiana”, che sono commenti gratuiti, soprattutto quel “solita” per un film di fantascienza di casa nostra».

Che rapporto avete, invece, con i fan?

Francesco: «Un rapporto molto stretto con persone che ci seguono davvero da tanto tempo. Abbiamo un fan club molto affettuoso, tanto che giriamo anche dei video solo per loro».

A parte questi aficionados, vi dà fastidio quando vi fermano per strada, per chiedervi autografi, selfie, farvi ripetere le gag?

Ciro: «Veramente, il motivo per cui ho scelto di fare questo lavoro è proprio il contatto con le persone. Il web crea poi un rapporto amicale, da vicino di casa. Adesso, per esempio, mi chiedono sempre come sta mia figlia, che ha più di un anno e si chiama Anna».

Avete in mente di fare una serie su Ciro padre?

Ciro: «Ci sono degli aneddoti in cui chi è genitore, soprattutto con il taglio estremo che usiamo noi, può ritrovarsi. Ne ho già scritti un bel po’ che mi sto tenendo da parte».

E per voi che gli state vicini, è cambiato con la paternità?

Francesco: «Lui già è una persona molto tranquilla, dolce, pantofolaia, romantica, veramente ‘na palla. Ora ha un motivo in più per non uscire e non gli puoi dire niente, perché c’è la bambina».

Simone: «Che poi non ha mai avuto scuse molto creative. Prima ti rispondeva “Sono già in pigiama, non posso uscire”, come se una qualche entità cosmica gli impedisse di toglierselo e di rivestirsi».

Dopo la fantascienza quale genere vi piacerebbe esplorare?

Francesco: «Mi piacerebbe fare un film d’animazione alla Rick & Morty o alla Big Mouth».

Ciro: «A me piacerebbe cimentarmi con un ruolo totalmente drammatico. Mi ha sempre affascinato l’idea di fare la parte di un antagonista, un po’ pazzoide alla Joker».

Simone: «Io vorrei fare uno spaghetti western alla Leone».

Alfredo: «Io un musical porno…».

Il vostro video sulla necessità irrefrenabile di spoilerare sui social è stato un grande successo. Quale punizione medievale meriterebbe uno che spoilera il vostro film?

Simone: «Beh, noi nel corto Il trono di spoiler abbiamo dato fuoco ad Alfredo per aver spoilerato il finale di Lost, però giustamente lui si difendeva dicendo che se nel 2017 non hai ancora visto una serie che è finita nel 2010 allora sono fatti tuoi. Abbiamo fissato un limite di un anno, oltre il quale è responsabilità tua non avere visto il film o la serie. E comunque se apri i social il giorno dopo la puntata è sempre colpa tua. Io appena capisco che una persona su Facebook fa spoiler sul Trono di spade smetto di seguirlo. La vera punizione è che verrai eliminato dagli amici».

 

Foto: Getty Images/@Vittorio Zunino Celotto

 

 

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