Quello che tutti si stanno chiedendo è: c’era davvero bisogno di una nuova versione cinematografica di Romeo e Giulietta? Chi meglio del suo protagonista, il londinese Douglas Booth, può rispondere a questa domanda? «Ogni generazione merita i suoi Romeo e Giulietta anche perché, in un mondo multietnico come il nostro, gli amori proibiti sono più numerosi di quanto possiamo immaginare».

Così, a quasi vent’anni dall’innovativo Romeo+Giulietta diretto da Baz Luhrmann, il regista Carlo Carlei fa rivivere, sul grande schermo, la tragedia shakespeariana dei due sfortunati amanti. In una collaborazione italo-svizzera-britannica è, senza ombra di dubbio, il nostro Paese a lasciare l’impronta maggiore. Complici i romantici paesaggi italiani (non solo quelli originali di Mantova e Verona, anche quelli laziali di Subiaco e Caprarola) e gli straordinari costumi di Carlo Poggioli, questo Romeo e Giulietta torna agli antichi splendori di quello di Franco Zeffirelli. La regia di Carlei è romantica e ricercata.

I veri protagonisti sono gli occhi: sono rare le inquadrature a figura intera, i personaggi vengono raccontati attraverso insistenti primi piani che ne sottolineano ogni sfumatura. Nei momenti fondamentali della sceneggiatura le inquadrature dal basso aumentano l’enfasi della scena, così come le entrate in slow motion di Tebaldo e Giulietta. I giochi di luci e ombre, usando nella maggior parte dei casi l’escamotage della luce delle candele, danno un valore aggiunto all’ambientazione. Innovativa la scelta di portare sullo schermo non solo il tragico finale ben conosciuto, ma anche di illustrare come sarebbero andate le cose se il piano attuato da Frate Lorenzo avesse funzionato.

Ciò che colpisce negativamente sono, sicuramente, le scelte di sceneggiatura di Julian Fellowes. Se Carlei ha mantenuto la struttura storica originale, Fellowes ha scelto di portare un tocco di modernità all’interno della pellicola. Nelle settimane di promozione, questa scelta è stata giustificata con la volontà di avvicinare i giovani alla tragedia shakespeariana. Non volendo essere puristi, la scelta avrebbe anche potuto apparire passabile se si fosse trattato di sostituire termini non più in uso con i loro sinonimi moderni (per esempio nel caso di Frate Lorenzo la parola delights con passions); ma la scelta è andata ben oltre, facendo scomparire alcuni dei passi più conosciuti. Così, nella scena del balcone, il monologo di Giulietta viene ridotto a pochissime battute e l’uscita di Romeo dai cespugli dopo pochi secondi non può che suscitare ilarità nel pubblico.

La prova poco entusiasmante di Hailee Steinfeld nel ruolo di Giulietta, e di un Paride (Tom Wisdow) che sembra uscito da un cartone animato, vengono celate dall’impeccabilità del resto del cast che vede, nell’interpretazione di Paul Giamatti, l’assoluta perfezione. È proprio la scena in cui Romeo si rifugia da Frate Lorenzo, con tanto di schiaffo da parte di Giamatti che ha costretto il giovane londinese a portarne i segni per alcune ore, a valere, da sola, il prezzo del biglietto, qualsiasi esso sia.

La follia di Mercuzio (Christian Cooke), la gelosia di Tebaldo (Ed Westwick), la purezza di Benvoglio (uno straordinario Kodi Smit-McPhee), l’amore materno della balia (Lesley Manville) sembrano prendere vita direttamente dalla penna di Shakespeare. Douglas Booth è la perfetta incarnazione del giovane Romeo e, per fare gli onori di casa anche se per pochi secondi, la regalità di Laura Morante nel ruolo di Donna Montecchi non può certamente passare inosservata.

Forse il Romeo e Giulietta di Carlei non potrà essere usato come strumento didattico nei licei; ma di sicuro merita di essere visto almeno una volta.

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