Bad Luck Banging or Loony Porn
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Bad Luck Banging or Loony Porn, nuovo film del regista rumeno Radu Jude, è cinema arthouse che osa interrogare in presa diretta il nostro presente pandemico. Racconta di Emi (Katia Pascariu), un’insegnante di una scuola bene di Bucarest, molto amata dagli studenti e altrettanto stimata, che si ritrova a dover mettere in discussione tutto quello che negli anni ha conquistato perché un video che la ritrae menter fa sesso con suo marito viene messo in rete. 

Girato nelle prime fasi del lockdown da COVID-19 (per le strade e nei negozi tutti hanno la mascherina), il lungometraggio, premiato con l’Orso d’oro all’ultima edizione online della Berlinale 2021, è diviso in tre parti e ha un prologo che coincide proprio col video hard al centro della storia. Nella prima, Strada a senso unico, lo spettatore segue il percorso di Emi per le strade della capitale rumena, che sono meno deserte di quello che si potrebbe pensare e mantengono un certo grado di rumorosità. 

Gli scorci più intimi vanno comunque ricercati nel paesaggio urbano e architettonico, mentre la macchina da presa agisce in soggettiva, come un essere pensante dotato d’autonomia d’azione. Setaccia lo spazio davanti a sé alla ricerca di marchi turbo-capitalisti che coincidono, paradossalmente, coi momenti più estatici e contemplativi, e sono equiparati loro malgrado a un fiore cresciuto male sul ciglio della strada e ad altri stridenti contrasti poetici. 

Se la modernità cinematografica nasceva proprio con la soggettivizzazione della camera, Jude oggi declina questo concetto al presente assoluto, alle gabbie di una società in cui chi vuole comunicare deve tenere conto che tutto (ma proprio tutto) è content e advertising. Che la barbarie delle facili prevaricazioni, e delle ancor più automatiche indignazioni, non risiede più solo negli improperi per i parcheggi in doppia fila ma è ormai ovunque, anche negli angoli più insospettabili (I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians era il titolo di un precedente lavoro di Jude e «Non mi importa se finiremo nei libri di storia come barbari» fu una frase effettivamente pronunciata nel 1941 del premier fascista del suo paese, Antonescu). 

La città di Bad Luck Banging or Loony Porn è uno spazio immobile ma brulicante e ostile, non così svuotata come isolamento domestico imporrebbe. Propone zampate di crudeltà improvvisa, che esplodono nelle discussioni in coda in farmacia, nella chiacchiera del vicino di tavolino all’aperto, in una battuta o uno sguardo in apparenza irrilevante. I contrappunti ironici, i giochi di parole e i doppi sensi che trovano posto nel primo blocco sfociano poi in un segmento centrale puramente anti-narrativo: uno zibaldone di Storia, materiali di repertorio, aforismi e perfino teorie del complotto sui bambini, che declina la lezione del maestro francese Jean-Luc Godard in una forma più immediatamente leggibile – e dunque più sintonizzata col presente – rispetto all’intransigenza dell’ultimissima produzione godardiana.

Questo flusso di stimoli ha la didascalica pacatezza della provocazione consumata, ma anche la vitalità dell’epitaffio che “celebra” il collasso definitivo dell’empatia che spesso si attribuisce alla nostra epoca. Viene presentato come «un dizionario di aneddoti, cartelli e altre meraviglie», ed è a tutti gli effetti una rassegna minima di pepite culturali e brandelli di cinema d’autore fatto coi materiali della filosofia, della letteratura e della pornografia. Il terzo capitolo del film (Prassi e allusioni), cui seguirà un epilogo con i tre possibili finali, è dedicato, in forma di installazione-sberleffo, alla pratica oggi più urgente: il processo alla moralità, con la protagonista “imputata” direttamente e chiamata a rispondere alle accuse e alle domande dei genitori dei suoi studenti. 

Ed è il punto d’arrivo di un film giganteggiante e un po’ slabbrato, con dentro molte anime. Tanto generoso e provocatorio quanto non per tutti i gusti, di un’intelligenza un po’ sbruffona e non accomodante, che trova nell’esagerazione caustica il piacere (rigorosamente malsano) di una satira che non smarrisce mai il presupposto della riflessione sull’oscenità. Piacerà soprattutto a chi cerca nel cinema uno strumento dialettico non necessariamente conciliante: una guida filosofica alla realtà proposta – per usare la metafora più illuminante, icastica e memorabile cui si fa ricorso – sotto forma di «scudo di Perseo che davanti alla Medusa consente di guardare l’orrore senza restare impietriti». 

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