C’è una netta linea di separazione tra due modi di pensare il cinema, che qui a Cannes si va ingrossando giorno dopo giorno. Ed è quella tra gli autori autoreferenziali, che girano per se stessi e “da” se stessi, apparentemente infischiandosene della reazione dello spettatore, e gli autori “altruisti”, che propongono favole progressiste usando il proprio mestiere – spesso straordinario – per intrattenere e al contempo educare lo spettatore (al giusto, al politicamente corretto). Nel primo ambito rientrano sia opere massimaliste, che ragionano cioè dei massimi sistemi (Dio, la grazia, la natura, la libertà) come quella di Malick, che opere minimaliste, come Michael e Pater. Nel secondo, sguazzano adorati da pubblico e critica i Dardenne e Kaurismaki (Il ragazzo con la bicicletta è un film minore, Le Havre uno maggiore, ma qui non interessa), e rientra lo stesso The Artist.
La premessa è necessaria per introdurre Melancholia di Lars Von Trier, storia di due sorelle che affrontano la fine del mondo, causata dalla collisione dell’immaginario pianeta che dà nome al film con la Terra. Il film è diviso in due capitoli: nel primo la minaccia dell’Apocalisse è ancora ipotetica e distante, e assistiamo alla festa matrimoniale di Justine (Kirsten Dunst) nella principesca villa della sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) e del cognato (Kiefer Shuterland).  Qui, all’iniziale euforia di sposi e invitati si sostituisce pian piano lo scoramento, man mano che emerge lo spettro del malessere di Justine, svogliata e distante. Il secondo capitolo è collocato alcune settimane dopo, quando il malessere di Justine ha ormai assunto i connotati della pura depressione. Vediamo Claire affannarsi a scuotere la sorella dalla sua apatia, mentre la minaccia di Melancholia si fa sempre più incombente. La reazione delle due all’Apocalisse è opposta: per Claire è inaccettabile, mentre per Justine è una benedizione (addirittura la vediamo spogliarsi sulle rive di un torrente, alla luce del pianeta distruttore, come se volesse sedurlo per accelerare gli eventi): “La vita esiste solo sulla Terra, lo so con certezza. E la vita sulla Terra è il male, l’universo non ne sentirà la mancanza”.
È facile capire da questa breve sinossi come Melancholia prosegua l’esposizione del malessere depressivo e nichilista di Von Trier esploso con Antichrist – dandogli nuovamente connotati misogini e misantropi – e sia dunque un cinema privato, egoriferito, respingente, in un certo senso maleducato. Ma in questi casi vale la pena una volta di più domandarsi che cosa chiediamo al cinema, in particolare a quello d’autore e da festival. Una conferma di leggi di civiltà condivisa? Un opuscolo di solidarietà? Una lezione?
Oppure storie che increspino la nostra percezione delle cose, perturbando sguardi e desideri?  
Melancholia, in questo senso, è un film di grande potenza espressiva (i primi minuti, un montaggio di frammenti di storia che acquisiranno senso solo alla fine, toglie il fiato), che misura una storia di uomini e donne su base cosmologica, in modo simile a quanto fatto da Malick, anche se partendo da una visione del mondo opposta. È un film lungo, difficile, non essenziale (perché dovrebbe esserlo?), a tratti persino irritante. Ma, con un po’ di pazienza, vale la pena di essere affrontato.

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