Cannes li stava aspettando. Attesa più che giustificata, considerato che i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne sono degli habitué della Croisette, con due Palme d’Oro all’attivo (per Rosetta nel 1999, e L’enfant nel 2002). Il loro cinema sociale, tanto duro quanto sincero nel mostrare la miseria umana che vive ai margini della nostra modernità, ha sempre incontrato al Festival un terreno fertile e pronto a farsi colpire allo stomaco e al cuore dalle loro storie.
Con Il ragazzo con la biciletta i Dardenne tornano su un tema a loro caro, quel (mancato) rapporto genitore-figlio già esplorato in La Promesse, L’enfant e Il figlio, ma per la prima volta tradiscono la loro sincerità e si lasciano tentare da alcune forzature nella sceneggiatura che ne fanno il loro film meno riuscito; dove il taglio realistico che da sempre costituisce la loro cifra stilistica viene smascherato da un’evidente costruzione formale.
Il protagonista è Cyril, un ragazzo di dodici anni, che si trova costretto ad affrontare l’abbandono da parte del padre, il quale, senza usare mezzi termini, gli dice che non lo vuole più vedere e che nella sua nuova vita la sua presenza sarebbe insostenibile e impossibile da gestire. Per fortuna Cyril si ritrova al suo fianco Samantha, un parrucchiera che accetta di prendersi cura di lui durante i weekend: un’amica che lo aiuta a ritrovare la sua adorata bicicletta; una mamma pronta a consolarlo, bloccare le sue mani nelle crisi di autolesionismo e donargli tutto il suo amore; una donna che decide di sacrificare la propria vita di coppia (e qui la prima forzatura) pur di salvare quel ragazzo dalla rabbia e dal dolore che cova dentro di sé e che lo porteranno a lasciarsi “usare” da un piccolo criminale della zona. Un ragazzo che non si lascia amare.
Il giovanissimo Thomas Doret (scelto tra un centinaio di ragazzi, «si è presentato al primo giorno di casting, era il quinto e siamo rimasti immediatamente colpiti dall’espressione dei suoi occhi» hanno dichiarato i registi) riesce con bravura a dare spessore a un personaggio irrequieto e turbato, perennemente sulla sua bicicletta e in un fuga dall’amore. Così come Cécile de France (Hereafter), a suo agio nei panni di una donna combattuta ma molto determinata e consapevole delle difficoltà che la relazione tra lei e Cyril comporteranno. I Dardenne scelgono di non spiegare perché Samantha accetti di prendersi cura di lui né tanto meno si dilungano sulle vere ragioni che spingono il padre ad abbandonarlo. Semplicemente, senza didascalia alcuna e quasi fosse una favola, ci mostrano un bambino in balia di un mondo adulto da cui è stato profondamente ferito e di cui non riesce più a fidarsi.
Solo sul finale si dilungano su una vicenda costruita appositamente per creare pathos e preparare il terreno per la scena – e la speranza – su cui si chiude il film. Qui la seconda forzatura di un film bello, ma anche manipolatorio, che proprio per questo non arriva al cuore dello spettatore come ci si aspetterebbe.

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