Le Havre, costa nord della Francia, una città e uno spigolo di terra che puntano la Gran Bretagna. Qui vive Marcel Marx (nomen omen) stralunato lustrascarpe dal portamento fiero e dall’eloquio fulminante, che con il compare Chang si prende cura di piedi eleganti alla stazione del paese. Sempre qui, al porto, la gendarmerie scova in un container un gruppo di clandestini africani. Tra cui un ragazzino silenzioso, che scappa e si nasconde tra le travi dei pontili. Prima della polizia lo scova Marcel, che lo nasconde, lo nutre e lo porta a casa, proprio mentre sua moglie viene ricoverata in ospedale per un cancro in fase terminale. Impossibilitato a vedere la sua compagna per due settimane, Marcel si impegna ad aiutare il ragazzo ad attraversare la Manica: a Londra lo aspetta la madre, clandestina anche lei e cameriera in un ristorante cinese.
Fiaba politica, leggera e divertente, che conferma la capacità di Aki Kaurismaki di raccontare storie marginali con occhio complice e romantico. Il suo minimalismo fiabesco, qui servito da un budget superiore alla (sua) media che gli consente una maggior attenzione scenografica, è al servizio di una visione del mondo manichea, incarnata dal contrasto tra le istituzioni insensibili e la generosità dei suoi eroi marginali, che non fa nulla per nascondere. Nessuna domanda viene posta, e la premessa che si richiede di accettare è che solidarietà significhi mettersi a disposizione del più debole, senza distinzioni o premesse. Una sorta di patto cui i puri di cuore aderiscono per istinto ed empatia. Per chi accetta il patto il premio esiste, e in Le Havre assume connotazioni magiche – quasi divine – garantendo un happy ending limpido e confortante.
Per altro, dati i tempi che corrono e l’atteggiamento del governo transalpino nei confronti dell’immigrazione dalle coste libiche, il film dovrebbe anche invitare a qualche riflessione (specie il pubblico francese), piuttosto che al semplice applauso complice e un pò ipocrita che si tributa sempre volentieri alle storie edificanti.

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