Vincent Lindon e Alain Cavalier. Un attore e un regista. Amici nella realtà, padre e figlio nella finzione. E poi, sempre per gioco, uomini di potere, in giacca e cravatta, come non sono abituati a fare e pensare ed essere.
Pater, fin dal titolo, riprende ancora una volta uno dei temi più frequenti del concorso, affiancandosi a The Tree of Life, Footnote, Il ragazzo con la bicicletta e, per ragioni diverse, anche Habemus Papam, Michael e Polisse. Ma stavolta la paternità è soprattutto il pretesto per raccontare un’amicizia e uno stato d’animo. Se il presupposto dell’operazione sembra infatti all’inizio l’esigenza civica di affrontare questioni politiche con un rigore che alla politica non si riesce più a riconoscere, il film – che non diventa mai un vero esperimento meta-cinematografico – funziona solo come ritratto documentario di un’amicizia maschile, gonfiandosi di significato (pochino però) negli aneddoti di vita vissuta. Come quando Lindon racconta di un discussione avuta con il proprietario del palazzo in cui vive riguardo alle spese da sostenere per ammodernare l’ascensore, e nel farlo mostra quell’irritazione pigramente anti-capitalista che in un’attore milionario suona sempre un po’ vuota.
Insomma, Pater è il passatempo vagamente irritante di due artisti progressisti molto amati dal pubblico francese (che a fine proiezione ha applaudito convinto), i quali tengono banco con mestiere per un’ora e quaranta che sarebbe stato più adeguato collocare fuori dal concorso principale. Se volete immaginarlo in chiave italiana, pensate a Toni Servillo e Paolo Sorrentino che mettono assieme una dozzina di bevute e chiacchierate, giocando a fare il presidente del consiglio. Mah.

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