Sotto un grande ombrellone, nel chiostro dell’hotel De Russie – a due passi da Piazza del Popolo – la pioggia sottile di ottobre rinfresca l’aria. Viggo Mortensen non è come te lo aspetti, nel senso che dell’eroe vigoroso di Il Signore degli Anelli non ha quasi nulla. Sembra molto più uno scrittore, per come sceglie con pazienza e precisione le parole in due lingue non sue, italiano e inglese. O un disegnatore, per come si guarda intorno, per come misura i gesti. I capelli biondi da eroe normanno sono scoloriti, ma gli segnano il viso piccole cicatrici, che forse sono rughe e forse no. Parliamo di Captain Fantastic (leggi la nostra recensione), il film che per tutto l’anno ha raccolto premi in giro per il mondo, ed ora esce in sala qui da noi. Lui interpreta un padre che ha deciso di crescere i figli fuori dalla società, vivendo nelle foreste, ma alla fine, in seguito ad un evento tragico, deve scendere a patti col mondo.

Un attore in genere deve sempre sposare le ragioni del personaggio che interpreta, ma ho l’impressione che forse questo padre ti assomiglia un po’ di più di altri personaggi. In un’intervista hai fatto un discorso sull’arte che mi ha colpito molto, dicendo che i bambini, fino ad una certa età, sono tutti artisti.
«In effetti è così, ci sono molti elementi che condivido. Sono diverse le caratteristiche di questo padre che sono anche mie. Alcuni gesti e alcuni modi di esprimersi non sono proprio quelli che userei io, ma ci sono tanti temi che condivido, come quello di avere una mentalità aperta, o il sentirsi sempre liberi di esprimere la propria opinione indipendentemente dal pensiero dominante».

Non è la prima volta in cui interpreti il ruolo di un padre, basta pensare a The Road, o a History of Violence. Ti piace in particolare il rapporto umano e artistico che si crea con gli attori più giovani?
«Mi piacciono le sorprese. Mi piace l’evoluzione mentre si gira una scena: magari pensi che debba per forza venire in un modo e invece prende una strada differente, magari migliore. E questo spesso accade quando ci sono di mezzo dei bambini».

La scelta di vita che il film propone è molto radicale. Tu credi che si tratti di un’utopia possibile? E credi che questo sia un momento storico in cui è importante fare scelte radicali?
«Da una parte sì, credo che sia molto importante. Vorrei citare il documentario Domani di Melanie Laurent, se non lo hai visto ti consiglio di guardarlo perché propone una visione molto precisa su cosa aspettarci nel futuro riguardo all’ambiente. Dobbiamo assolutamente cambiare il modo in cui stiamo pensando al consumo del cibo. È una grossa bugia il fatto che le coltivazioni intensive e di massa con pesticidi, oppure il cibo geneticamente modificato, possano essere una soluzione. Questo documentario dimostra come le piccole imprese, le piccole fattorie e un modo oculato di sfruttare le risorse possano davvero migliorare la qualità della vita a livello mondiale. E sì, il film ha a che fare con questa spaccatura. Ma devo dire anche che, ad esempio, il fatto che loro vivano in una foresta non è poi così rilevante per la storia. Perché quello che conta per questa vicenda è la comunicazione o l’assenza di comunicazione con il mondo esterno e con la gente che la pensa diversamente. Il padre a un certo punto si rende conto che qualcosa manca davvero, si rende conto dell’effetto dell’isolamento che ha creato intorno ai suoi figli, rispetto agli altri bambini e alla gente che vive in modo più normale. Quindi cosa succede, continuerà imperterrito sulla sua strada o cambierà idea? C’è un progresso, il film racconta proprio la capacità di adattarsi e cambiare. La vita e le relazioni con gli altri sono giochi in cui le regole cambiano continuamente, quindi devi cambiare anche tu, altrimenti non sarai più in grado di giocare a questo gioco».

E questa è un po’ l’essenza del film…
«Sì, ma può essere applicato a varie situazioni, è il messaggio che conta. Nel film erano isolati in una foresta ma potrebbe succedere a qualsiasi persona anche nel mezzo di una grande città, se si isola per un qualsiasi motivo: politico, religioso, ideologico».

C’è una scena nel film, rispetto al discorso che stiamo facendo, che per me è stata fortissima e che mi domando anche come il pubblico potrà reagire, perché ha a che fare con tutto ciò che noi siamo come occidentali: le nostre credenze religiose, le nostre abitudini sociali, e la vita famigliare.
«Ci sono momenti nel film che sono molto scioccanti, perché mostrano come questa famiglia affronta in maniera assolutamente tranquilla temi come la morte, il sesso e altri tabù. Il modo in cui affrontano la morte in particolare è davvero disturbante perché pensi: “No, dai, questo è davvero troppo per dei bambini“. È perché abbiamo questo concetto di non parlarne con loro. Ma perché non farlo? In certi momenti, poi, il protagonista dice cose che potrebbero risultare pesanti per un cristiano. Ma questo film non è contro alcuna religione, è contro tutti i fondamentalismi in generale, contro i dogmi, e questo in effetti può risultare destabilizzante».

In un’altra intervista dicevi che ogni tanto ti chiamano per fare il giurato in un festival ma è una posizione che non trovi molto confortevole, e rifiuti sempre.
«Il fatto è che non mi piace criticare: se qualcuno mi suggerisce un motivo per cambiare idea, magari lo farò in futuro, ma al momento non è una posizione che mi piace ricoprire… Il ruolo di chi giudica, intendo».

Ma se ti chiedessi quali sono i film che tu ritieni valga la pena vedere… Credi che si possa fare un discorso di questo tipo?
«Il punto è che le persone sono troppo differenti, hanno abitudini troppo diverse, per poter dare dei consigli che tutti apprezzano».

Io te lo chiedo comunque, visto che mi hai già citato “Domani”. Una Top 5 non dei film più belli del 2016 ma di quelli secondo te più importanti, per il momento storico che stiamo vivendo. Ce ne sono altri che hai visto recentemente, oltre a Domani che per te possono essere importanti o che consiglieresti al pubblico di vedere?
«Ne potrei citare tanti ma è difficile… Ho visto molti film, mi piace andare al cinema, ma tu che sei un giornalista sicuramente ne hai visti molti più di me. Facciamo così. Dimmi quali ti sono piaciuti e io provo a dirti se sono d’accordo o meno».

Hai visto Neruda di Pablo Larrain?
«No, purtroppo».

Ma ti piace il suo cinema?
«Mi piace molto»

Parlando di film degli studios, ho amato molto come Eddie The Eagle, che parla con leggerezza di temi importanti.
«Anche io l’ho apprezzato. Ed è anche molto divertente… Cosa mi dici invece di La la Land, lo hai visto? Io purtroppo non ancora».

[Qui inizia uno di quei momenti paradossali che possono capitare soltanto intervistando una persona intellettualmente non convenzionale come Viggo Mortensen: sono io a rispondere alle sue domande]

Mi è piaciuto, sì. Damien Chazelle è molto bravo perché ha grande senso del ritmo. Inoltre riesce a mettere il cinema del passato in quello del presente, senza usare citazioni dirette. La La Land ha ritmo, musica, movimento, melodramma…

«Hai per caso visto Jackie di Larrain?»
Si è mi è piaciuto molto perché non è mai la tipica biografia, ma l’espressione del mistero che c’è dietro al personaggio, come succedeva in Neruda. Per me è molto interessante.

«Hai visto Manchester By the sea?»
Un buon film, commovente. Molto brava Michelle Williams.

«E cosa ne pensi di Casey Affleck?»
Molto bravo, ma ho preferito lei.

«Hai visto Birth of a Nation
Si l’ho visto, è un film molto violento e mi ha fatto pensare…
«Il problema di quel film è che storicamente è molto approssimativo. Come regista sei libero di fare ciò che vuoi, ma sarebbe stato meglio se si fosse raccontata la verità sul personaggio. So che è un argomento difficile da trattare, soprattutto se non sei di colore, ma perché non provarci? È un film che è stato mostrato in anteprima al Sundance, e ha ottenuto un’ovazione di 10 minuti ancora prima che la gente potesse vederlo… Questa è politica, non arte. Dicono: “Ok non rispetta i fatti, ma è girato bene, quindi è un bel film“. Secondo me non funziona così, secondo me non è un bel film… È solo un buon tentativo di un regista esordiente, niente di più. Togli la politica da questa storia, che praticamente è impossibile, e non rimane altro. Invece c’è un altro film che si svolge a Miami, sempre sul conflitto razziale, si intitola Moonlight, ed è ottimo».

Birth of a Nation mi ricorda vagamente Apocalypto di Mel Gibson, e il suo cinema in generale.
«Che però era molto bello».

Si ma era molto violento e forse non così storicamente accurato, proprio come Birth of a Nation.
«Sì, ma se parliamo di come era fatto siamo cento volte sopra a Birth of a Nation…».

Un’ultima domanda: non so quanti anni ha tuo figlio…
«Ha 28 anni».

Ok. Ma se tu avessi un figlio teenager, cosa gli regaleresti oggi? Nel film gli regali un coltello… Ma se nella realtà dovessi fare un regalo?
«Un libro, anzi molti libri».

Di che tipo?
«Un libro sulla storia degli Stati Uniti: per prima cosa conosci la storia e impara a distinguere le bugie che ti raccontano a scuola. E poi molta musica… Punk, classica, Flamenco…»

 

Foto: © Electric City Entertainment/ Post Haste Digital/ShivHans Pictures

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film