Chi sono i veri cavalieri, oggi? Lo abbiamo chiesto alle star di A Knight of the Seven Kingdoms
whatsapp

Chi sono i veri cavalieri, oggi? Lo abbiamo chiesto alle star di A Knight of the Seven Kingdoms

Bentornati a Westeros! Su HBO Max Italia è disponibile la nuova serie del mondo del Trono di Spade e per l'occasione ci siamo fatti raccontare dai protagonisti cosa rende così speciale il viaggio di Dunk e Egg per i Sette Regni

Chi sono i veri cavalieri, oggi? Lo abbiamo chiesto alle star di A Knight of the Seven Kingdoms

Bentornati a Westeros! Su HBO Max Italia è disponibile la nuova serie del mondo del Trono di Spade e per l'occasione ci siamo fatti raccontare dai protagonisti cosa rende così speciale il viaggio di Dunk e Egg per i Sette Regni

peter claffey nel poster di a knight of the seven kingdoms

Dimenticate, per un attimo, i grandi saloni del potere e le mappe che hanno illuminato il mondo del Trono di Spade e di House of the Dragon per così tanti anni: A Knight of the Seven Kingdoms parte da un’idea più semplice e, proprio per questo, più immediata. È una storia che si muove a livello strada, tra polvere, sguardi diffidenti e promesse difficili da mantenere, e lo fa con due soli punti fermi: un cavaliere in costruzione e un ragazzino che cambia tutto. Da oggi, 19 gennaio 2026, il primo episodio della serie è disponibile su HBO Max Italia, e l’impressione – parlando con cast e creatore durante la giornata di premiere a Roma del 15 gennaio – è che questo spin-off delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco ambientato 100 anni prima di Game of Thrones voglia conquistare il pubblico senza chiedergli di “prepararsi” a una nuova guerra totale, ma invitandolo a camminare accanto ai suoi protagonisti.

Il creatore Ira Parker non la mette sul piano della facilità: anche scegliere una prospettiva più raccolta significa esporsi, e parecchio. La difficoltà, spiega, è concreta prima ancora che narrativa: «È impegnativo, uno, da un punto di vista tecnico di produzione, perché non hai nessun altro su cui andare, su cui contare. Non puoi girare con due unità contemporaneamente. C’è un solo Peter Claffey in questo mondo». Ma è una sfida anche per la scrittura: «È impegnativo come sceneggiatore perché tagli da Dunk a Dunk, a Dunk, a Dunk, a Dunk». Il punto, però, è non “barare” con deviazioni che tradirebbero lo spirito del materiale originale: «La nostra novella è lunga 90 pagine. Non vogliamo creare nessuna nuova storia in questo mondo. Non vogliamo dover mandare Dunk in piccole quest secondarie e divagazioni». L’obiettivo, semmai, è ampliare ciò che già esiste restando fedeli allo sguardo del protagonista: «Possiamo costruire altri personaggi. Possiamo vedere di più di Lionel Baratheon, ma è l’esperienza di Dunk di Lionel Baratheon, invece di stare nel punto di vista di Lionel e vedere Dunk».

Questa “semplicità” non è un ridimensionamento: è una porta d’ingresso diversa. Parker lo dice chiaramente quando parla del tipo di narrazione che permette: «È anche molto liberatorio perché consente un ritorno a un tipo di narrazione più semplice, che forse è un po’ meno intimidatorio per il pubblico… Chiunque può entrare in questa storia, e Dunk è un tipo facile da capire». E se qualcuno teme che lo spin-off si prenda troppo sul serio, la risposta è nel tono. «La cosa che amavo così tanto di Game of Thrones era quanto fosse divertente», rivendica Parker, precisando però che qui la comicità ha un volto diverso: «Non abbiamo i classici personaggi sfavoriti di George con un’arguzia tagliente e intelligente. Abbiamo Dunk che è pieno di insicurezza». È un umorismo che nasce dalla fatica di diventare qualcuno: «È un classico pesce fuor d’acqua… vuole essere un cavaliere anche se è tristemente poco equipaggiato per farlo». E come spesso accade nelle storie di Martin, la leggerezza è un fiammifero, non un cuscino: «Questo lascia rapidamente il posto a posta in gioco forse più serie, e Dunk si ritrova in un mare di guai che non credo si aspettasse».

Se Parker racconta la visione, il cast restituisce la sensazione fisica di entrare in un mondo dove ogni nome pesa. Tanzyn Crawford, che interpreta la burattinaia Tanselle, lo descrive come una porta che si apre raramente: «Che enorme opportunità entrare in un mondo in cui davvero solo una piccola manciata di persone ha avuto la possibilità di recitare. È un grandissimo onore». Il protagonista Peter Claffey, invece, insiste sulla sensazione di tempismo perfetto e sull’emozione – insieme entusiasmante e destabilizzante – di unirsi a un universo così carico di aspettative: «È stato un onore completo, un onore totale entrare in questo universo. È stato incredibilmente snervante, certo, ma un onore». La chimica tra i due, che nella serie diventa parte del fascino e del ritmo, nasce anche da una verità poco glamour: l’imbarazzo. Claffey lo ha ammesso con autoironia: «Sono incredibilmente impacciato intorno a donne carismatiche e bellissime. Quindi è stato abbastanza facile: non c’è stato molto da recitare».

A dare spessore a questo ritorno “a terra” è anche la riflessione sul libero arbitrio, che Bertie Carvel, qui nei panni dell’erede al Trono di Spade Baelor Targaryen, riporta al centro con parole molto nette: «Non siamo definiti dalla nostra famiglia. Non siamo definiti in anticipo. Viviamo momento per momento». Ed è qui che A Knight of the Seven Kingdoms sembra voler colpire: in un universo pieno di “sangue” e “casate”, la storia torna a dire che «conta quello che la gente comune fa», e che «è una storia che dovremmo raccontare proprio adesso».

In mezzo, c’è il divertimento ruvido e l’umanità storta dei personaggi: Finn Bennett, chiamato a interpretare un ruolo destinato a far discutere come quello del sadico Aerion Targaryen, prende come stella polare il modello più ingombrante possibile: «Jack Gleeson è il Re Joffrey originale… se recitassi anche solo la metà bene quanto quell’uomo, andrebbe tutto bene». Shaun Thomas, invece, rivendica la rarità di essere “quello buono” in Westeros. il giovane scudiero Raymund Fossoway: «Mi fa sentire molto fortunato… è stata una gioia interpretarlo. Potrei farlo per sempre». E anche Sam Spruell (Maekor Targaryen) e Daniel Ings (Lyonel Baratheon) mostrano due approcci complementari alla mitologia: Ings ammette senza filtri «non avevo visto la serie», preferendo costruire tutto «più nella storia di Westeros, nella scrittura di George e nelle sceneggiature di Ira» che nelle “versioni precedenti” viste in tv; Spruell, invece, sposta l’attenzione sulle dinamiche interne: «I personaggi erano così ricchi e i temi così universali che ero meno preoccupato del mondo e più preoccupato di rendere giuste le tensioni familiari». E quando si parla di onore, Spruell si diverte a ribaltarlo: «Mi è piaciuto non avere molto onore: c’erano molti difetti del mio personaggio con cui giocare», mentre Ings racconta il fascino di interpretare qualcuno che deve ricordarsi cos’era l’integrità: «È divertente interpretare qualcuno a cui viene ricordato cos’è l’onore».

Il cuore di A Knight of the Seven Kingdoms però sta tutto nella bussola morale che guida il cavaliere errante Dunk, che solleva la domanda fondamentale della serie: cosa significa essere un vero cavaliere? È un passaggio che dà senso a questo spin-off, perché riporta il mito alla vita quotidiana e alle scelte minime del “piccolo popolo” chiamato solitamente a subire le guerre per il potere e le decisioni dei piani alti di Approdo del Re. Ma chi sono oggi i veri cavalieri? È una domanda che abbiamo girato a tutti i membri del cast, per farci dire da loro quali qualità debba avere oggi qualcuno per poter essere visto con la stessa ammirazione di chi andava in giro in armatura scintillante a difendere i deboli. Potete sentire le loro risposte (e molto altro), al video che abbiamo realizzato il giorno dell’anteprima romana di A Knight of the Seven Kingdoms. Poi, potete spostarvi su HBO Max Italia: da oggi e con cadenza settimanale si torna a Westeros, per una divertente avventura molto diversa da quelle alle quali ci siamo abituati grazie a Game of Thrones e House of the Dragon.

Le interviste ai protagonisti di A Knight of the Seven Kingdoms

Leggi anche: A Knight of the Seven Kingdoms correggerà un dettaglio dei Targaryen che HBO aveva ignorato per anni

© RIPRODUZIONE RISERVATA